|
Ci allontaniamo dal grande e luminoso
studio-bottega di ENZO ARCHETTI in uno stato
di compresa euforia: abbiamo assistito ad
uno spettacolo del tutto gratificante, che
ci ha allietato la vista e suscitato
emozioni positive. Lo rivediamo con gli
occhi della mente. Le tantissime opere,
spesso di grandi dimensioni, sovrapposte
alle lunghe pareti, richiedono un ritmico
lavoro di trasferimento, al fine di essere
visionate. Si susseguono e ci aspirano in
una ansiosa aspettativa, che, ad ogni
passaggio, rinnova la meraviglia e lo
stupore. Il nostro “star bene” lì, in
quel contesto, si accentua man mano la
comunicazione avanza ed il messaggio
dell’artista si esplicita. ENZO ARCHETTI ha
l’occasione di “traslocare” le sue opere, di
rivedere i suoi passaggi, di parlare: lui
così schivo e così riservato! E’
sollecitato dalla situazione empatica, che
si è istaurata e racconta, racconta …
Ripassa le sue ricerche, ci conferma
sull’interpretazione della comunicazione e
ci trascina nel vortice dei segni, nella
fantasmagoria delle cromie. Emerge
immediatamente che, pur nella preziosità
dell’evoluzione artistica, il tratto di ENZO
ARCHETTI è inconfondibile. I luminosi
colori, raffinati negli accostamenti , sia
che accompagnino la figura, sia che si
spandano nella manifestazione del pensiero e
propongano discorsi, che dicono di scelte,
riecheggiano sempre messaggi sereni.
Attraverso gli occhi, invasi d’azzurro,
delle metafisiche donne, che simboleggiano
l’umanità, ENZO ARCHETTI parla di capacità
latenti, che giacciono in ciascun essere
umano e sono in trepida attesa di essere
suscitate. E allora, i grandi cappelli, che
ombreggiano i volti, sono la metafora del
velo, che cela e trattiene le meraviglie del
cuore e della mente, i cui doni segreti,
allegoricamente espressi nei fastosi
copricapi e nei ricercati ornamenti, come
opulente cornucopie circondano i volti delle
eteree, ma sapientemente plastiche
figure,che, nella lievità, per maestria
tecnica , hanno consistenza. Damaschi rari e
tappeti pregiati entrano nelle tele e
concorrono alla realizzazione dell’opera.
Hanno provenienze diverse: proclamano
l’universalità dell’arte, che non ha confini
quando valorizza l’uomo per l’esperto
prodotto del suo ingegno creativo. E
l’uomo, unico ed irripetibile, si interroga
sul suo essere nel mondo, sul significato
della sua vita, ed intensifica la volontà di
fare, per lasciare, secondo le sue
possibilità, una traccia del suo viaggio
terreno. Vuole “aprire” quelle
finestrelle chiuse, che suggellano monili
aderenti ai colli delle sue Muse, scrigni
preziosi da esplorare, o che emergono nel
vuoto in attesa di essere spalancate:
sembrano occhieggiare al fruitore
dell’opera, contagiando smania di produrre,
volontà di bloccare lacerazioni, propositi
di saldare fratture e desiderio di scrivere
qualificanti percorsi di vita su intonse
pagine. Nell’universo senza fine,
disseminato di galassie inesplorate,
l’astratta e sinuosa linea, che rimanda
all’uomo, si adagia nel suo frammento come
in una culla. Da lì mira il sovrastante
astro, riflesso d’infinito, e contempla i
suoi progetti futuri negli allineati
aquiloni fluttuanti nell’aria. C’è
costruttivo ottimismo, c’è adesione al
Creato, c’è armonia. E l’armonia, quell’armonia
che vince di mille secoli il silenzio, ci
seduce, ci entusiasma, ci convince
completamente. Tutto questo suggerisce,
secondo la nostra lettura, la pittura di
ENZO ARCHETTI.
Marta Mai
|