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….Enigmatica, non tangi-bile l’arte di
Fortunato : un prodigio di originalità
, di visione della vita e della storia
umana , come se desse un senso nuovo
agli avvenimenti ed all’esisten-za. La
sua arte è al tempo stesso seria e
lucida , percor-sa qua e là da un
umo-rismo che non è una critica di
comportamento , ma che assume a volte
espressione di distaccata ironia .
Opera delle trasformazioni della
realtà , come un mago o un alchimista. Tutte le sue compo-sizioni appaiono
equili-brate , anche perché il maestro
ottiene un senso meraviglioso del-lo
spazio infinito, attraverso una tecnica
raffinata … A Fortunato il sogno
interessa poco come libera attività
dell’inconscio. L’effetto e la sua
funzione, possono riguardare
relativamente :ma ciò che è veramente
importante è esercitare incredibili e
straordinari processi
dell’immaginazio-ne attraverso il
pensiero vigile e attento a ciò che
gli si muove attorno …
Gilberto
Madioni
…la pratica d’arte di Franco Fortunato è incen-trata sulla
consumata memoria dell’Antico e sulla
visualizzazione operata dai grandi
predecessori settecenteschi e
otto-centeschi, senza scade-re nei premonimenti angosciosi per la
paventata “caduta del Tempo”, oppure
nelle crudeltà surreali. La sua
vagheggiata aura metafisica viene
con-vertita in corposa realtà formale,
mentre i fatti e i personaggi che
popolano questa realtà si tramutano in
eventi sorprendenti e sempre nuovi, al
pari delle situazioni e dei personaggi
imperscrutabili usciti da labirinti ariosteschi. Ha scritto Alessandro
Masi… «Fortunato raccoglie eredità di
ogni passato, di ogni nobile vestigia
della storia per affermare la
superiorità della poesia.»…
Luigi
Tallarico
… A differenza dei maestri del
Surrealismo storico, si chiamino
Masson o Tanguy, Dalì o Ernst,
troviamo in questi pastelli filtratissimi
di Franco Fortunato, che poi sono
tecniche miste e hanno la stessa
implicazione espressiva degli oli (
non ho mai proposto, del resto,
gerarchie tecniche, ma solo di esiti
d’arte), la valenza chiara di una
immagine che non è mai mortificata da
ipertrofie razionali; e torniamo
quindi all’as-sunto di un proiezione
d’anima, di un conte-sto mitico-sentimentale che trova nella
pienezza del consenso tutte le risorse
per un figurare d’alto volo. Si
giusti-ficano, così le tante “alterità”
che sottrag-gono l’aristocratico
vagabondo al cliché del barbone da
sottopas-saggio: Il sogno in fondo al
pozzo, il non bisogno delle ore
schematizzanti, la città medievale
incorrotta dentro un mezzo guscio di
noce, i pensieri d’infinito sul
traliccio solitario con l’inquietante
commento degli uccelli di carta, il
riflesso infedele sullo specchio a
terra, che sostituisce al consueto
bagaglio la visione urbana, quasi il
simbolo di una realtà trasgressiva da
custo-dire come archetipo ideale contro
le sciat-terie usurate e le mille
vanaglorie del presente. …
Renato
Civello |