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Romano Santarini, si porta dentro la
luce dei suoi monti; una luce intensa,
incom-parabile 'per via della
limpidezza che rende pulito il cielo,
il paesaggio, le cose. Egli conserva,
come un fatto di memoria che ha ormai
penetrato la sua sensibilità, la
sugge-stione che all'albeg-giare e al
tramonto quella luce esercita in certi
appuntamenti nei quali l'anima si
trova colloquiare con l'oriz-zonte.
Forse a chie-dere una mediazione per
invocare i sogni che abitano oltre
quella linea magica posta dalla natura
a dividere il mondo terreno da un
mondo altro. Che dev'essere appunto
quello dei sogni. Tutte queste cose il
pittore Santa-rini le conosce bene, ma
continua a ripe-terle a se stesso
per-ché l'immaginario non venga meno
quando, con con l'acquerello o con
!'acrilico, il suo talento deve
ripropor-re sulla tela il silenzio e la
serenità e l'ordine disordinato delle
vi-sioni, inventate a dispetto di
qualsiasi logica. E poiché nel sogno i
protagonisti - siano oggetti o perso-ne
- hanno quasi sempre un aspetto
realistico che li rende verosimili,
Canterini ne fa una trascrizione
fotografica: alla ma-niera di Dalì o
di Magritte, inseguendo comunque
l'ideale surrealistico che ignora
l'esigenza della ragione. Con una
punta di provoca-zione, metafisica,
magari. II surrealismo reinventato da
Santa-rini non si abbandona all'ironia
divertente che lega fra loro gli
artisti della nuova primavera Toscana,
ma vi si accosta esprimendo
diversa-mente il modo di ristrutturare
gli ele-menti del quadro; e di
chiosarne i risultati con malcelata
irrisio-ne di quella staticità che ne
costituisce l'essenza. Attraverso la
fitta simbologia di cui egli si fa
scudo per imboccare la via
dell'avventura, dell' inedito, del
"pacifico sorprendente". Per
inoltrarvisi con fa sicurezza di
scopri-tore che certamente consentono
le pareti domestiche entro il cui
perimetro si alloga la preferenza di
quelle imprese: l'azione fantasiosa di
cui Santarini si autoeleg-ge audace
promotore e regista visionario. Con risultati eccellen-ti, in vero. |