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"Nardoni, un
modernissimo all'antica" di Elisabetta Mossinelli |
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Un interno, una stanza da lavoro
semplicissima e dall'aria quasi
monastica. Una finestra sul fondo. Le
persiane verdi accostate a far passare
una luce soffusa e i vetri spalancati
sicuramente per il caldo. In primo
piano, davanti alla finestra, un
cavalletto con sopra una grande tela
vista da dietro. E obliquo rispetto
alla finestra, e divide in due la
stanza suggerendone la profondità. Una
fuga di mattonelle in basso, verso la
parete di fondo accentua ancora
profondità. Sulla sinistra del
cavalletto una sedia. Niente di più.
Solo, dall'altra parte della tela, un
triangolo di luce per terra. Viene
dalla persiana socchiusa. Tutto è
disposto secondo un gioco calcolato
che dà la sensazione di uno spazio
racchiuso e intimo. Finché la piccola
stanza in ombra non diventa un mondo
popolato di pochi oggetti, di poche
presenze, ferme ma tutt'altro che
immobili. Basta poco, solo il tempo
che l'occhio si abitui a quella luce
bruna, forata qua e là da piccoli
cerchi luminosi. Sembra una
scenografia costruita, magari quella
di un film. Se fosse thriller sarebbe
la stanza dove sta per svolgersi la
scena madre. Tutto la dichiara
deserta, l'atmosfera sospesa e irreale
crea una suspance densa e corposa. E
Ferie d'agosto, un dipinto di media
grandezza, del 1987. Descrive il vuoto
tranquillo e silenzioso di una camera
qualsiasi in una giornata d'estate. È
un dipinto importante per Sergio
Nardoni. Una sorta di manifesto in cui
l'artista dichiara i propri referenti,
che riconosce tra i classici del
passato come nei maestri moderni. Il
Beato Angelico, per esempio, che ha
studiato per l'utilizzo della luce
come elemento strutturale. Una luce
che penetra morbida negli spazi,
sfiora gli oggetti, piove sui
panneggi, avvolge le figure, fino
quasi a trasfigurarle e renderle
assolute. Una luce illusoria, diafana,
fuori dalla condizione quotidiana che
Nardoni spiega di aver conquistato
poco a poco dai capolavori del Beato
Angelico. L'idea del ritratto di
interno colto nell'intimità
quotidiana, invece, con la luce che
entra da una finestra a bagnare gli
oggetti sul tavolo, evoca le stanze di
Vermeer. Corretta secondo un gusto che
si richiama più da vicino al nostro
Ottocento: dagli interni claustrali
del Puccinelli alle stanze più
borghesi di Lega, anche queste sempre
affacciate su un paesaggio
luminosissimo. E quel cavalletto in
primo piano, centro focale della
scena, che in alto è un'infilata di
verticali sovrapposte, quasi
stralunate: il legno della finestra,
l'asta reggi tela, il blocco
fermaquadri, fa venire in mente il De
Chirico ferrarese, con i cavalletti
messi in prospettiva, di sbieco,
stirati fino al cielo. De Chirico, la
Metafisica, ma anche il clima più
intimista di Novecento. Più vicino
alla pittura delle lente,
silenziosissime meditazioni di Morandi,
e al congelamento temporale del
realismo magico di Donghi e Cagnaccio
di San Pietro. Al Novecento Nardoni si
avvicina da ragazzo, grazie
all'amicizia con il nipote di Felice
Carena, di cui inizia a frequentare la
casa di Forte dei Marmi, piena di
opere e ricordi; ascolta i racconti
della vedova del pittore, respira quel
clima culturale. Gli piace, studia la
Metafisica e passa in rassegna Valori
Plastici. Poi negli anni
dell'accademia conosce Antonio e
Xavier Bueno, Pietro Annigoni, i
cosiddetti Pittori moderni della
realtà, che nel 1947 a Firenze avevano
firmato un manifesto contro
l'astrattismo nascente, scegliendo
come nume tutelare proprio De Chirico.
Con loro espone a Firenze, al Forte
Belvedere in una mostra curata da
Renato Barilli. È il 1986, sono
passati più di trent'anni a dimostrare
la continuità di poetica e la passione
per il figurativo. Tutte queste
influenze si ritrovano in Ferie
d'agosto, esempio di pittura colta,
ricca di rimandi alla tradizione,
rivisitata con occhi moderni. Dipinto
chiave, anche perché segna il momento
di passaggio tra l'esordio e la più
recente fase matura del lavoro di
Nardoni. Prima, fino agli anni
Settanta, infatti, l'artista era
attratto dagli
oggetti. |
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Angelica
Rapita

Antagoniste

Il Sonno di Arianna

Il Gladiatore

Rificolona

Santa Croce

View of New York

Ratto di Europa

Acropolis

Piccola Acrobata
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Dipingeva gli strumenti di lavoro: la
tavolozza, i pennelli, gli oli, composti con
fiori, conchiglie, calchi di sculture
antiche, in nature morte quasi
monocromatiche, giocate su sottili
variazioni tonali. Poi, negli anni Ottanta,
l'inquadratura si è allargata sullo spazio
che ospitava quegli oggetti. L'atelier,
spesso vuoto, altre volte con gli amici che
si aggirano tra i quadri. Ripreso da tanti
punti di vista, ma inconfondibile, con la
finestra aperta sulla campagna, le tende
mosse dal vento e le tele voltate verso il
muro. Pervaso da una luce soffusa che
attenua tutti i colori. Oggi lo spazio,
quello chiuso dello studio o le ampie vedute
sui colli toscani, resta protagonista.
Comprimario accanto ai personaggi che lo
abitano. Giovani in sgargianti abiti da
arlecchino, impegnati in esercizi da fu-
namboli, acrobati, saltimbanchi, musicisti,
giocolieri, o sorpresi in momenti di quiete,
di pausa. L'atmosfera magica, sospesa,
metafisica non cambia. La comparsa dei
teatranti, anzi, accentua il senso di
atemporalità, proprio dello spettacolo. E
così che Nardoni rivendica alla pittura la
capacità di creare un mondo che non esiste,
come voleva De Chirico. Le sue immagini,
infatti, sono iperreali e astratte insieme.
La definizione scenografica dello spazio,
l'evidenza con cui personaggi e oggetti sono
presentati, esibiti, creano la sensazione di
assistere a uno spettacolo. Il lavoro di
costruzione dell'immagine, quindi, è lento e
complesso. Le scene non sono ritratte dal
vero, sono il risultato di un studiato gioco
compositivo, in cui convivono sia
l'osservazione diretta del modello che lo
struggente affiorare dei ricordi, delle
impressioni, delle visioni che hanno colpito
l'artista. Le tele di Nardoni nascono dalla
sapiente combinazione di osservazione,
immaginazione, memoria. |
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