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"Diari di
Viaggio" |
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E’ la poesia di un doppio sguardo,
verso il mondo e verso il proprio io,
quella espressa con grazia
impareggiabile nei dipinti di Claudio
Malacarne, artista mantovano
saggiamente autodidatta, più incline
al duro quotidiano lavoro della
pittura piuttosto che alla vanità dei
media e dei vernissages. Uomo di
tetragono buon senso e di padano
pragmatismo, Malacarne non ama la
ribalta, né vagheggia linguaggi
iconici à la page, inseguendo invece
l’eterna poesia della pittura, fatta
solo di forme e di colori, e mostrando
di sé solo ed esclusivamente i quadri,
centellinati ma ogni volta più
meravigliosi e gioiosi. Le figure, gli
animali, i paesaggi, le nature morte
– insomma tutto il repertorio
tradizionale del visibile, tutto ciò
che è a portata d’occhio, di foglio,
di cavalletto – divengono nei quadri
di Malacarne i testimonials di una
realtà guardata con sentimento
autentica-mente umano, secondo la
devozione al bello, e non attraverso
quei vuoti artificiosi filtri
concettuali tipici di tanta “arte”
contemporanea. La pittura, i
disegnare e il pennellare, il gesto di
ritrarre il mondo in una sfera
coloristica e luminosa dal nitore
assoluto, come in una perenne estasi
meridia-na, sono per Malacarne qualcosa
di connatu-rato, di sostanziale, di
elettivo: sono un’auten-tica ricetta di
salvazione individuale, e una precondizione che rende pienamente
leggibile e comprensi-bile la sua maestrìa. Quella di Malacarne
è infatti una sorta di volontaria,
deliberata clausura tutta votata alla
franchezza della ricerca, alla
decantazione dello sguardo; sguardo
pittorico che vuole aderire alle cose,
alla bellezza e alla poeticità della
vita, ma mantenendo sempre una certa
riserva finale, quella che in termini
calcistici si direbbe un’area di
destinazione, fuori dal campo, una
zona neutra preservata dalla mischia;
un angolo in cui “rischiare” sempre,
affin- |
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Luce del
Sud
Olio su tela 70x30

Giardino A Taormina
Olio su tela 70x80

Palma Solitaria
Olio su tela 50x60

Giardino A Ravello
Olio su
tela 70x80

Giardino
Mediterraneo
Olio su tela
80x100 |
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Giardino
Olio su
tela 100x100

Giardino
Mediterraneo
Olio su
tela 100x100

Giardino
Olio su
tela 50x60

Giardino Fantastico
Olio su
tela 40x60

Giardino
Olio su
tela 40x50 |
ché il mestiere e lo stile non
prevalgano sull’inten-zione. La pittura,
dicevamo, vale a Malacarne
quale specchio del mondo e di sé. Uno
specchio scrutato con amore e con
implacabile anali-ticità ottica,
restituen-docene un’immagine pittorica
singolare, sui generis, un po’ fauve,
un po’ espressionista, un po’
rinascimentale; un’immagi-ne ingentilita,
calda, umanissima pur nel gioco delle parti
fra pittore e spettatore, pur nell’onesta
ammissione della natura ultima della pittura:
quella di essere comunque una finzione, una
“seconda pelle” della realtà, un alter ego,
sia pur sublime, della nostra condizione di
finitezza e di precarietà. La visione, la
prospet-tiva, la profondità dello spazio resa
attraverso una sapiente regìa delle campiture e dei colori,
insomma gli antichi strumenti del
pittore sono per Claudio la chiave
dell’oggettività, che rende il mondo
osservabile come icona, come imago.
Claustrale ma anche viaggiatore in
solitario, grand tourist della nostra
contem-poraneità globalizzata,
Malacarne nei suoi lavori guarda il
mondo con l’occhio del reporter di
razza, fermando immagini bellissime in
cui tutti possiamo riconoscerci e
sognare. La sua pittura è la singolare
camera ottica di una realtà
raggiungibile, da cartolina,
esteticamente omologata, di scene
feriali e comuni, di luoghi che fanno
parte dell’immaginario mo-derno, dello
scenario e dell’habitat turistico
planetario: l’incan-to mediterraneo
della Provenza, di Ischia, di
Positano, del mare salentino, ma pure
lo svariare di ocre e di gialli delle
colline senesi, nonché gli imbarcaderi
battuti dal vento lungo le sponde del
Garda. Scene di bagnanti in acque
turchesi; modelle solitarie,
bellissime e malinconiche; giardini e
cortili fitti di palme e di fiori; il
tendone d’un circo di periferia: tutto
diviene per Malacarne pretesto per
fare pittura, per spendersi
generosa-mente nella manualità del
segno e del colore, facendo prevalere
sempre la visione, la scena,
l’oggetto, il canto e la felicità del
dipingere, e lasciando ai margini il retaggio
della psicologia, le ombre pesanti e
negative dell’interiorità. |
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Pervasi di luce purissima, sontuosi
nei colori, costruiti su tramature
strutturali sempre essenziali, i
dipinti di Malacarne comunicano con
immediatezza, mettendo insieme un
continuo interminabile tuccuino di
viaggio, un réportage visuale –
autoriale e affabile – della nostra
comune condizione esistenziale, fatta
anche di voglia d’evasione, di
leggerez-za, di consapevolezza del
valore buono dell’attimo fuggente,
dell’hic e del nunc. L’arte di Malacarne fonde e “contamina”, con
esiti di totale novità, suggestioni
culturali diverse ma parimenti
epocali. Tramite mezzi espressivi
raffinati-ssimi e oggi di raro
riscontro per qualità e persua-sività,
egli lavora infatti su una sottile
sutura, unendo (con una cifra
stilistica riconoscibile,
assolutamente personale ma anche
formata sul mestiere, sulla lezione
accademica del disegno e della
composizione) mondi e retaggi diversi:
unendo cioè l’interesse e la
predisposizione per le visioni urbane,
per le iconografìe di riporto dai
codici estetici delle riviste
patinate, della moda, della
pubblicità, della fotografia, della
televisione, del cinema, del
videoclip, con un sentimento forte e
positivo del presente. Nei bellissimi
dipinti di Malacarne la registra-zione
visiva dell’urban life, della vita
moderna, assurge a una sorta di
epicità, di classicità che vuole
riscattare la povertà di senso del
vivere contemporaneo assegnando
quelle immagini “ordinarie”, di
routine, di superficie, (icone di
quella che i sociologi definiscono
l’attuale “società liqui-da”:
alienante, kafkiana, relativi-sta,
nomade, apolide, priva di riferimenti
forti) allo splendore e al regno della
pittura. Tutte le tele recenti di Malacarne documen-tano, con coerenza,
l’affermarsi di una figurazione sui
generis dall’eccezionale poeticità, in
cui convivono gli opposti di una
realtà oggettiva vista con gli occhi
della soggettività, dell’io interiore,
tradotto in un trattamento pittorico
che sfoca e astrae il pedante
dettaglio per privilegiare l’assieme,
l’atmosfera. Pur nella forma
innegabile del suo realismo, pur nella
vero-simiglianza della resa pittorica,
Malacar-ne respinge però il fondamento
e l’indiriz-zo culturale dei vari
“oggettivismi” contem-poranei, siano
essi Pop, iperrealistici, fotografici
o psicanalitici, e facendo invece
coesi-stere, all’interno della
pittura, due “tempera-ture” estreme: il
caldo e il freddo. Il “caldo” del
colore – un registro personalissimo di
rossi, di arancioni, di blu, di verdi
– e il “freddo” della composizione,
della visione nitida che prende le
distanze, che partecipa della realtà
senza però immedesi-marvisi
totalmente. Malacarne fa scorrere i
frames, i fotogrammi d’una pellicola
cinema-tografica: la pellicola della
nostra vita e della nostra epoca.
L’icono-grafia di Malacarne è un un
gioco sapiente di luci, di controluci,
di alteluci, un dissidio di poesia
struggente e di formalismo, di
“realis-mo” e di finzione. Finzione,
perché nell’arte di Malacarne la
pittura – fatta solo di supporti e di
pigmenti – rende palese la propria
vocazione di eterno mestiere della
fingibilità, di mestiere nobile e
difficile della rappresen-tazione, che
esige applicazione, meto-do, progetto.
Tutti i suoi quadri vengono infatti
preceduti da una meditata ricerca, da
un lavorìo di studi preparatori, da
una serie di schizzi grafici, di
disegni che non hanno il carattere di
abbozzi bensì di modelli già molto
perfezionati per quanto riguarda
soggetto, composi-zione, lumeggiatura,
tavolozza. Questo sentimento trova
esiti sublimi un intrigante
immaginario on the road, in una realtà
vista attraverso la regìa dilatata
d’una visione pittorica delicatissima.
Nell’arte di Malacarne la pittura
torna insomma a celebrare i propri
fasti di mirabile icona del sentimento
e della tenerezza, di linguaggio
dell’immagine estraneo ai
concettualismi e agli intellettualismi
oggi di maniera, presentandoci una
figurazione nuova, affascinante,
decisa-mente glamour, in cui domina una
realtà re-interpretata, rielaborata in
chiave intima, che del visibile ci
restituisce, in un unicum poetico, la
freschezza e la strug-gente precarietà. |
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