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"Una risposta alla nostra disperante presenza" di Dino Carlesi

Le superfici hanno il sapo-re dell'affresco, manufatti ancora caldi di mano e di cuore in cui rivivono memorie antiche di fatica e di urgente verità: la manipolazione dei perso-naggi si addice al lutto delle scenografie, al can-dore di situazioni che sottintendono la meraviglia della mestizia raccolta nelle figure. Lo stupore in arte è una categoria che rientra nel gioco delle tante metafore che completano ogni opera (del Parmi-gianino si diceva: "Ogni suo disegno mette stupore negli occhi di chi lo mira"): ecco, includo le opere di De Luca tra quelle che generano stupore, per la misura dell'opera, per i si-gnificati che vi prevalgono, per la tenerezza indifesa delle figure femminili. Raramente le opere di De Luca si illuminano di situa-zioni umane aperte al senso ludico del vivere: gli spazi hanno una loro fissità determinata e ogni gesto dei personaggi una sua funzionalità in rapporto alla serietà dell'impegno pittori-co ed umano...L'infelicità del mondo sta nelle "cose" e nelle loro finalità discutibili. L'imperfezione è in agguato, si manifesta nella condanna implicita ad un esistere che impone agli uomini di "capire" (come diceva Sartre) e di "soffrire" (come tutte le re-ligioni quasi invocano) anche se tale imperfezione viene riscattata dalla possibilità della "cono-scenza" che illumina l'artista e lo induce a farsi testimone della storia dolorosa del mondo... De Luca bandisce il sentimen-to (sembra un'assurdità) per assuefazione al disin-canto e i personaggi coincidono pittoricamente con la loro presenza desolata tra le quinte di un teatro pronto a rappre-sentare - ricorrente e dispe-rata - la "fine" attesa e prevista. L'artista conosce l'ineluttabilità del proprio destino - e in questo De Luca sa intellettualmente vivere la propria sconfitta terrena - ma sa anche che l'unico conforto è rappre-sentato dalla "resa di bellezza" che il quadro realizza e dona a noi - lettori - al punto da farci ritenere riduttivo perfino il termine "malinconia" in rapporto al messaggio disperante che la visione ci presenta...Tutto ciò ci confessa l'architettura di De Luca che trova in Heidegger il cantore del suo "esserci", lì, vibrante di un presente che non ha mai termine perché il destino è dentro le cose scritte dai secoli e non voluto attraverso sofismi arbitrari. Le sequenze han-no l'interno vigore descri-ttivo di chi sa di dover seguire la Storia, riscat-tando però con questa consapevolezza il sopruso subito, e addi-rittura togliendo alla morte il suo rapido avverarsi: infatti è la morte ungarettiana di ogni giorno che abitua al morire e ne cancella l'enfasi finale. Pare dirci: inventiamo un' altra vita che elimini le metafisiche e ci riconduca alla realtà dello spasimo, con le figure all'erta per l'angoscia che è già in atto. Viviani offriva i suoi sba-lordimenti, De Chirico i suoi misteri: De Luca non ripete niente, anzi, ricon-duce tutti noi allo stupore per le cose che già cono-sciamo, e quindi si rende doppiamente capace di presentarci come disperan-ti e nuove le situazioni della ns angosciante presenza.


Contemplando la nuda verità
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La foresta incantata delle dee
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Il Sogno Perduto
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La Foresta dei Misteri

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Cercando nel Porto Quiete
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L'Essenza vera della Vita
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