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"Diari Di Viaggi" a cura di Domenico Montalto

E’ la poesia di un doppio sguardo, verso il mondo e verso il proprio io, quella espressa con grazia impareggiabile nei dipinti di Claudio Malacarne, artista mantovano saggiamente autodidatta, più incline al duro quotidiano lavoro della pittura piuttosto che alla vanità dei media e dei vernissages. Uomo di tetragono buon senso e di padano pragmatismo, Malacarne non ama la ribalta, né vagheggia linguaggi iconici à la page, inseguendo invece l’eterna poesia della pittura, fatta solo di forme e di colori, e mostrando di sé solo ed esclusivamente i quadri, centellinati ma ogni volta più meravigliosi e gioiosi. Le figure, gli animali,  i paesaggi, le nature morte – insomma tutto il repertorio tradizionale del visibile, tutto ciò che è a portata d’occhio, di foglio, di cavalletto – divengono nei quadri di Malacarne i testimonials di una realtà guardata con sentimento autenticamente umano, secondo la devozione al bello, e non attraverso quei vuoti artificiosi filtri concettuali tipici di tanta “arte” contemporanea.  La pittura, i disegnare e il pennellare, il gesto di ritrarre il mondo in una sfera coloristica e luminosa dal nitore assoluto, come in una perenne estasi meridiana, sono per Malacarne qualcosa di connaturato, di sostanziale, di elettivo: sono un’autentica ricetta di salvazione individuale, e una precondizione che rende pienamente leggibile e comprensibile la sua maestrìa. Quella di Malacarne è infatti una sorta  di   volontaria ,  deliberata clausura tutta votata alla franchezza della ricerca, alla decantazione dello sguardo; sguardo pittorico che vuole aderire alle cose, alla bellezza e alla poeticità della vita, ma mantenendo sempre una certa riserva finale, quella che in termini calcistici si direbbe un’area di destinazione, fuori dal campo, una zona neutra preservata dalla mischia; un angolo in cui “rischiare” sempre, affinché il mestiere e lo stile non prevalgano sull’intenzione. La pittura, dicevamo, vale a Malacarne quale specchio del mondo e di sé. Uno specchio scrutato con amore e con implacabile analiticità ottica, restituendocene un’immagine pittorica singolare, sui generis, un po’ fauve, un po’ espressionista, un po’ rinascimentale; un’immagine ingentilita, calda, umanissima pur nel gioco delle parti fra pittore e spettatore, pur nell’onesta ammissione della natura ultima della pittura:  quella

 
La Casa Bianca
Olio su tela 50x60


Armonie
Olio su tela 100x100


Palma
Olio su tela 100x50


Swimming
Olio su tela 150x100

di essere comunque una finzione, una “seconda pelle”  della realtà, un alter ego, sia pur sublime, della nostra condizione di finitezza e di precarietà. La visione, la prospettiva, la profondità dello spazio resa attraverso una sapiente regìa delle campiture e dei colori, insomma gli antichi strumenti del pittore sono per Claudio la chiave dell’oggettività, che rende il mondo osservabile come icona, come imago. Claustrale ma anche viaggiatore in solitario, grand tourist della nostra contemporaneità globalizzata, Malacarne nei suoi lavori guarda il mondo con l’occhio del reporter di razza, fermando


Pini Marittimi a S.Tropez
Olio su tela 120x100


Ritratto di Kay
Olio su tela 60x60


Tra Luci ed Ombre
Olio su tela 100x150


Piscina
Olio su tela 100x100


Nero e Rosso
Olio su tela 40x60


Giardino Siciliano
Olio su tela 50x60


Cow
Olio su tela 40x40


Il Pianista
Olio su tela 70x80


Giardino
Olio su tela 40x50

immagini bellissime in cui tutti possiamo riconoscerci e sognare. La sua pittura è la singolare camera ottica di una realtà raggiungibile, da cartolina, esteticamente omologata, di scene feriali e comuni, di luoghi che fanno parte dell’immaginario moderno, dello scenario e dell’habitat turistico planetario: l’incanto mediterraneo della Provenza, di Ischia, di Positano, del mare salentino, ma pure lo svariare di ocre e di gialli delle colline senesi, nonché gli imbarcaderi battuti dal vento lungo le sponde del Garda. Scene di bagnanti in  acque  turchesi; modelle  solitarie, bellissime e malinconiche; giardini e cortili fitti di palme e di fiori; il tendone d’un circo di periferia: tutto diviene per Malacarne pretesto per fare pittura, per spendersi generosamente nella manualità del segno e del colore, facendo prevalere sempre la visione, la scena, l’oggetto, il canto e la felicità del dipingere, e lasciando ai margini il retaggio della psicologia, le ombre pesanti e negative dell’interiorità. Pervasi di luce purissima, sontuosi nei colori, costruiti su tramature strutturali sempre essenziali, i dipinti di Malacarne comunicano con immediatezza, mettendo insieme un continuo interminabile tuccuino di viaggio, un réportage visuale – autoriale e affabile – della nostra comune condizione esistenziale, fatta anche di voglia d’evasione, di leggerezza, di consapevolezza del valore buono dell’attimo fuggente, dell’hic e del nunc.  L’arte di Malacarne fonde e “contamina”, con esiti di totale novità, suggestioni culturali diverse ma parimenti epocali. Tramite mezzi espressivi raffinatissimi e oggi di raro riscontro per qualità e persuasività, egli lavora infatti su una sottile sutura, unendo (con una cifra stilistica riconoscibile, assolutamente personale ma anche formata sul mestiere, sulla lezione accademica del disegno e della composizione) mondi e retaggi diversi: unendo cioè l’interesse e la predisposizione per le visioni urbane, per le iconografìe di riporto dai codici estetici delle riviste patinate, della moda, della pubblicità, della fotografia, della televisione, del cinema, del videoclip, con un sentimento forte e positivo del presente. Nei bellissimi dipinti di Malacarne  la registrazione visiva dell’urban life, della vita moderna, assurge a una sorta di epicità, di classicità che vuole riscattare la povertà di senso del vivere contemporaneo assegnando quelle immagini “ordinarie”, di routine, di superficie, (icone di quella che i sociologi definiscono l’attuale “società liquida”: alienante, kafkiana, relativista, nomade, apolide, priva di riferimenti forti) allo splendore e al regno della pittura.  Tutte le tele recenti di Malacarne documentano, con coerenza, l’affermarsi di una figurazione sui generis dall’eccezionale poeticità, in cui convivono gli opposti di una realtà oggettiva vista con gli occhi della soggettività, dell’io interiore, tradotto in un trattamento pittorico che sfoca e astrae  il pedante dettaglio per privilegiare l’assieme, l’atmosfera. Pur nella forma innegabile del suo realismo, pur  nella verosimiglianza  della resa pittorica, Malacarne respinge però  il  fondamento  e  l’indirizzo culturale dei vari “oggettivismi” contemporanei, siano essi Pop, iperrealistici, fotografici o psicanalitici, e facendo invece coesistere, all’interno della pittura, due “temperature” estreme: il caldo e il freddo. Il “caldo” del colore – un registro personalissimo  di rossi, di arancioni, di blu, di verdi  –  e  il “freddo”della composizione, della visione nitida che prende le distanze, che partecipa della realtà senza però immedesimarvisi totalmente. Malacarne fa scorrere i frames, i fotogrammi d’una pellicola cinematografica: la pellicola della nostra vita  e della nostra epoca.  L’iconografia di Malacarne è un un gioco sapiente di luci, di controluci, di alteluci, un dissidio di poesia struggente e di formalismo, di “realismo” e di finzione. Finzione, perché nell’arte di Malacarne la pittura – fatta solo di supporti e di pigmenti – rende palese la propria   vocazione   di  eterno mestiere della fingibilità, di mestiere nobile e difficile della rappresentazione, che esige applicazione, metodo, progetto. Tutti i suoi quadri vengono infatti preceduti da una meditata ricerca, da un lavorìo di studi preparatori, da una serie di schizzi grafici, di disegni che non hanno il carattere di abbozzi bensì di modelli già molto perfezionati per quanto riguarda soggetto, composizione ,  lumeggiatura,

tavolozza. Questo sentimento  trova esiti sublimi un intrigante immaginario on the road, in una realtà vista attraverso la regìa dilatata d’una visione pittorica delicatissima. Nell’arte di Malacarne la pittura torna insomma a celebrare i propri fasti di mirabile icona del sentimento e della tenerezza, di linguaggio dell’immagine estraneo ai concettualismi e agli intellettualismi oggi di maniera, presentandoci una figurazione nuova, affascinante, decisamente glamour, in cui domina una realtà re-interpretata, rielaborata in chiave intima, che del visibile ci restituisce, in un unicum poetico, la freschezza e la struggente precarietà.

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