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La Critica di
Marino Piazzolla |
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Ho scritto arte e
non pittura di Umberto Verdirosi per la ragione precisa che egli è
arrivato alla pittura, alla scultura, alla poesia — per non parlare
della sua grafica — attraverso quel suo amore
costante per il teatro. Artista, dunque, ma
soprattutto creatore di un suo mondo, dal quale
traspare la fantasia e l'esigenza di unificare le dimensioni
dell'arte con una inventiva che stupisce. Si tratta qui di quel «
meraviglioso » di cui parla Breton, poeta e teorico del Surrealismo.Ho
conosciuto Verdirosi nella sua casa studio, ma
ignoro l'attore, cioè l'interprete vivente
della finzione teatrale. Immagino, con
certezza, che Verdirosi. avendo vissuto sulla scena il doppio
spettacolo dell'arte e della vita, si sia scoperto artista. Dirò
subito che questo artista è, senza dubbio, dotato di una energia
poetica personalissima, riscattata da una umanità ricca di umori e
di segreti amori per ciò che vive fra la realtà e quell'impulso
onirico che fa di lui un pittore più che del
Surreale, del Superreale. Intanto posso dire
di lui che è un pittore in cui coesistono le
componenti della poesia,
della scultura, della
finzione scenica e della riflessione
sul sentimento
drammatico e plurisenso della stessa esistenza. Le sue
interpretazioni grafiche (non semplici illustrazioni) dei sonetti di
Shakespeare. testimoniano quanto sia viva in lui l'esigenza di
umanizzare la finzione e anche di capire, in profondità, quanto la
stessa finzione conservi e riveli la umanità
che si fa
storia e diversificazione. Questo artista
possiede una luce interiore popolata di fantasmi, e a questi
fantasmi egli da una vita propria, attraverso colori e sfondi
in contatto con una vibrazione delicata che si traduce in
sorprendente magia. La lettura attenta dei suoi dipinti e
delle sue sculture, infatti, ha tutta la
malia della invenzione e
dello stile, espressi in
modo nitido, pittoricamente
validi per un giudizio critico unitario. Le ragioni di tale pittura,
che ha come sua essenza di fondo la morsa esistenziale, possono
anche essere ricercate in una condizione umana che ha come
coordinate costanti la solitudine, sofferta con amore e una
sommessa , troppo scandita inquietudine,
davanti a una realtà che va sempre più incenerendosi, ma che trova,
nella invenzione artistica,
la sua epifania. E qui, si profila il colore ineliminabile della
forma, quale elemento necessario per un adeguato giudizio estetico. Kant,nella
sua«Critica del giudizio», afferma una verità che
possiamo senz'altro considerare quasi come un postulato. « Nella
pittura, nella scultura, nella architettura, in quanto sono arti
belle, l'essenziale è il disegno (oggi, alcuni critici dicono segno)
in cui ogni affermazione del gusto non riposa su ciò
che alletta nella sensazione,
ma su ciò che piace
semplicemente per la sua forma. I colori, che avvivano il disegno,
appartengono ali attrattiva; possono bensì rendere grato l'oggetto
per la sensazione, ma non farlo degno dell'intuizione del bello ».
Ebbene, in Verdirosi, come in molti pittori del Rinascimento,
l'elemento figurativo che acquista
valore d'arte, è appunto il disegno colorato: cioè la
creazione intesa
come forma e non come diletto dei sensi. La forma, come la intende
Kant, è principio e fine del giudizio critico-estetico di qualsiasi
arte. Essa stimola la fantasia; è l'essenza stessa della creatività,
intesa come simbolo, allegoria, ricostruzione del reale, collocato
in una dimensione fisica e metafisica. Si tratta, ben inteso, di un
irreale-concreto, proiettato, attraverso una originale figurazione
nelle dimensioni dello spazio e del tempo. Nell'artista Verdirosi
predomina difatti quella componente poetica
che colloca oggetti |
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e personaggi, simboli e
analogie, in
una o più dimensioni
liberatorie . In
tal modo, emerge una
pittura sempre configurabile nell'area dello
stupore. Gli stessi titoli, del resto,
precisano la sorpresa pittorica e sono
strettamente legati alle immagini disegnate
e poi dipinte. Significato e significante
diventano, in tal modo, una struttura
pittorica unitaria. « La Stiva », per
esempio, oltre a darci
la sensazione della
tridi-mensionalità, si presenta
con una serie
di simboli sui quali predomina l'attesa: il
pittore è appoggiato e assorto sulle tele
bianche, fra le quali appaiono, qua e là, i
personaggi, simboli che l'artista predilige
e che attendono di essere collocati nel loro
luogo naturale, rappresentati, qui, dalle
tele. Nel dipinto dal titolo « L'Ambizione »
il senso allegorico è più evidente in quanto
esso si traduce in satira. Il fondo nero
appunto sta a significare quel nulla in cui
si annienta ogni vicenda umana, degradata
fino ad assumere le sembianze d'una maschera
vuota. « L'Arlecchino sul Baule », più che
una allegoria è senz'altro una
rappresentazione del mistero:
un entrare e uscire
dalla vita, tenuta chiusa, come
fosse un antico poetico sogno d'un uomo, segnato
dal dolore e liberato dalla stessa finzione. Stupenda la
prospettiva. Curvo su se stesso un Arlecchino che attraversa, quasi
angosciato, il passaggio dalla stessa finzione alla rinascita
esistenziale. « Magia nello Studio » ha una sobrietà cromatica
sfaccettata, su cui domina una specie di
silenzio: un silenzio che
sa di sonno e di attesa; evento più che onirico, metafisico. Un
vecchio e un cane personificano la quiete, risolta poi in
prospettive multiple e suggestive. Nel quadro « La modella » un
vecchio pittore, con aria allucinata e illuminata, sta disegnando
una mano scheletrita mentre, dal fondo buio, emerge l'immagine d'uno
scheletro. La modella è qui la morte; ma Verdirosi la rende viva
attraverso la luce che si fissa sul volto e sulla mano dello stesso
pittore, colto nell'attimo in cui da vita ad una vita che fu o che
potrebbe essere. L'artista ha pensato fantasticando e si è servito di una tecnica consumata per dare rilievo a una pittura
accesa, una pittura che si fa metamorfosi di alcune realtà,
collocate sia in fondo all'inconscio che nella superficie luminosa
della coscienza. Dunque, pittura poetante e ricerca del segreto
nascosto in una misteriosa zone dell'Essere. « L'uomo è invece un
quadro fascinoso e affascinante come può esserlo uno specchio, che
sembra fatto soltanto di aria e di luce. C'è qui un incontro e una
sorpresa. Finalmente l'uomo ha scoperto se stesso e prova un'antica
meraviglia proprio perché il lume
di una lanterna (quella
dell'eterno
Diogene) accorcia le distanze colorate fra i due uomini, invecchiati
in una identità sconvolgente. In tal modo possiamo dire che l'arte
di Umberto Verdirosi, sia essa pittura, scultura, poesia o teatro,
può essere giudicata nell'ambito di un espressionismo che ha il suo
centro in una lirica e plastica visione della vita, visitata
dall'interno con una inventività costante e una presenza della forma
nella sua essenzialità. In essa si fa viva
una qualità che è magia e
dramma; simbolo significante e allegoria
risolta sia in senso fantastico
che metafisico. Vi
è insomma la ricomposizione di un mondo onirico con sfondi
decisamente poetici, mai descrittivi,
ma ricreanti un'atmosfera che
vive e vibra per far corpo, con immagini icastiche, evocatrici,
dense di umanità. Personaggi e figure dominanti sono: una lunga
sciarpa rossa; porte spalancate su un altrove che può essere
l'infinito o lo stesso mistero. Il volto di un « Vecchio » che gioca
con la morte; un Arlecchino abbandonato sopra una cassa: emblema
malinconico e pensoso di uno spettacolo di già consumato, ma
presente e così caro alla vita interiore dell'attore Verdirosi.
Vi è inoltre
l'allucinante
presenza della tela bianca; essa sembra suggerirci il riflesso
appena accennato del pittore sotto il bagliore di una luce fredda ed
estraniata; una luce a picco sulla presenza di oggetti assolutamente
streganti. Lo stesso Shakespeare, autore di stupendi sonetti, è
sentito con quel senso tragico che fa emergere, in un cerchio di
penombre e di improvvisi bagliori, l'uomo divorato dal « sospetto »
ma sempre protetto da quell'ossessionante sciarpa mossa dal vento di
una vagante disperazione. Lo stesso « Destino » si muove guidato dal
braccio, teso in avanti, e che sembra indicare, coll'indice, ciò che
ci trascende » e si
muove, filamentoso e venato, sotto una lama gelida e
deserta. Ma come ho accennato sopra, Verdirosi è anche uno scultore
dotato di una potenza plastica tutta espressiva. Il suo « Cristo »
getta un urlo prolungato verso il Dio ormai lontano dal Golgota. Un
volto di Gesù da ricordare, così dolorosamente solo nella sua
rugosa agonia; così
tragicamente maturo per la morte. Potenti i due schiavi incatenati,
con le spalle rivolte alla pietà degli occhi che li contemplano e
che scoprono in essi una evidente eredità michelangiolesca. Nel
panorama delle arti figurative, Verdirosi si presenta oggi come uno
degli artisti più autentici: dotato di una estrosità costante, di
uno spirito riflessivo, di una sensibilità sottile e di una
intelligenza viva e costruttiva. Osservando, con attenzione e amore,
le sue opere ci si convince immediatamente di trovarsi davanti a un
poeta che possiede non soltanto l'arte della parola, ma soprattutto
il linguaggio del disegno e del colore; la forza plasmatrice della
materia, destinata a farsi segno o voce dolorosa e dolente della
bellezza scolpita. Un artista così genuino non può certamente
entrare, almeno per ora, nei tetri annali (di certa « arte nuova »)
compilati da gaglioffi travestiti da intellettuali, abili soltanto
nell'arte dell'inganno, della mistificazione, del baratto e della
truffa culturale e linguistica. In Verdirosi, invece, la tradizione
delle arti figurative è sentita e portata avanti come una necessità
e, soprattutto, come una originalità conquistata, giorno dopo
giorno, con una dose non indifferente di amore e di fantasia:
facoltà e sentimenti che, attualmente sono quasi sempre volutamente
ignorati. |
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