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Tratto da “Le scelte di Sgarbi”, Editoriale Giorgio Mondatori

Giuseppe   Borrello   è  un   artista che   ha   approfondito   la  sua ricerca  sulla figuratività classica, nella quale esercita una manualità meticolosa e, non  per  modo  di  dire, in punta di penna. Esaminare  il suo percorso significa dunque cercare di comprendere meglio la sua propensione e il suo gusto per la figura umana, che egli tratteggia con la precisione e la pazienza infinita di un antico miniaturista, rivolgendosi soprattutto alla bellezza del volto femminile e della fragilità infantile. Coraggiosamente anomalo nel panorama attuale dell'arte, Borrello dimostra le ottime ragioni di una scelta tutt'altro che facile, perseguita con un ardore insolito, e mirando a una  resa  visiva  dalla   grande forza suggestiva. Egli proviene con evidenza dalla lezione del Novecento, ossia da quel momento magico di ritorno all'ordine della cultura italiana, quando i valori figurali e plastici  erano stati riscoperti in contrasto con le avanguardie più dirompenti, e nel recupero  della  lezione estetica e formale della nostra antichità. Accolto questo insegnamento, lo ha rifatto suo recuperando la  felicità  di  rapporto  con  un'arte appagante e difficile, alla quale si può accedere solo con lo studio e l’affinamento di doti artistiche innate e ormai, purtroppo, rarissime. Borrello ha scelto di vivere lo spazio chiuso del suo atelier, e di credere a pochi ma sicuri elementi visivi. La sua verità interiore lo porta a cercare la bellezza nel segreto   di uno sguardo, nel fremito controllato di una bocca, nel movimento naturale di una ciocca di capelli. La riconoscibilità del reale è per lui elemento compositivo ineludibile per raccontare la sua visone del mondo, e per stabilire l'armonia e l'equilibrio delle forme e dei volumi. Meraviglia l'uso  sapiente  che  questo  artista fa della penna e delle punte metalliche, mezzi che, per loro natura, non consentono ripensamenti e che costituiscono quindi il definitivo risultato di una contemplazione attenta del soggetto da raffigurare e di una progettazione lungamente elaborata. Alieno al gioco delle apparenze o delle illusioni, anche gli  spazi  che  egli costruisce  intorno   alle  sueimmagini, rientrano nelle  dimensioni  della realtà.  Operando  con intelligenza, il suo tratteggio tende alla cristallizzazione della forma, a cui conferisce un'oggettività quasi asettica. Per altro,  l'immissione   dei   dati   figurali   nella   composizione   assume   valenze psicologiche tutt'altro che scontate, dove l'assenza di  enfasi definisce  precisi dati caratteriali e situazioni ben motivate. I suoi ritratti sono quindi costrutti analitici, nei quali vibrano temperature esistenziali tenute sotto controllo dal pudore dei sentimenti. Non è incongruo, a questo punto, citare Annigoni come figura maestra di riferimento,   anche  se  poi risulta del tutto personale il gusto scenografico che Borrello mette in luce, quando compone un'opera complessa e rischiosa come La strage degli innocenti. Si tratta di una trasposizione allegorica  di taglio  rinascimentale, eseguita a penna biro  monocroma, dove le fughe prospettiche, focalizzate da un'ombra nera a forma di croce sull'impiantito di un cortile di sapore metafisico, rispondono a leggi costruttive classiche. Le presenze scultoree dei guerrieri alludono a una violenza fredda, dove è stata esclusa la presenza del sangue. Le figure infantili sono drammatiche e contorte, come le posture delle donne indifese e disperate. Le qualità compositive   di   quest '  opera  non contraddicono certo la serena bellezza dei ritratti appena citati, e tuttavia aprono lo spazio a nuove interrogazioni sulle motivazioni più nascoste di questo maestro del segno.

 

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