|
Avevo già avuto occasione di notare
come nella pittura di Natale Addamiano, malgrado tante e più o meno
segrete presenze, e un vago senso inquietudine marcata dai colori
spesso notturni, sempre alle soglie di un simbolismo e però con
molto pudore di fronte ai rischi della letteratura, fosse comunque
il paesaggio ad assumere funzione di protagonista. Un paesaggio
indifferenziato, più dell’immaginazione o della psiche che non
immediatamente riconoscibile come appartenente a un luogo preciso, e
tradotto in una pittura antidescrittiva, segnata da varie
esperienze, da quella informale a quella impressionista. Un
paesaggio così allontanato dalle eventuali fonti reali da proporsi
ormai come pura visione. Ora Addamiano pur non avendo in alcun modo
abbandonato la sua tipica strutturazione per piani né la sua
efficace tendenza alla risoluzione plastico colorista contro ogni
nervosa corsività del segno (che emerge tutta e soltanto nella
pratica incisoria, dove si evidenzia accentrandovisi la tensione
onirica) sembra voler riaffermare, con coraggio e senza mezzi
termini, che comunque possa essere letto il risultato delle
precedenti esperienze l’origine della sua pittura non solo è da
rintracciare in una zona di scelte culturali avverse ad ogni
spericolata sperimentazione formale, ma anche in una zona precisa e
inconfutabile del reale. E al paesaggio restituisce un nome. “Io
dipingo solo ciò che vedo” insiste un pittore come Sutherland. Il
che non significa, come è ovvio, che il risultato in pittura sia
“ciò che è”, ma ciò che la visione del pittore ha imposto.
Addamiano, che più di una volta in passato deve aver fatto ricorso a
modelli non dissimili (e vi si potrebbero inserire anche
Böcklin o Klinger, per la
risonanza vagamente “romantica” di certi risultati), tende con
queste sue opere più recenti a riaffermare un principio. “La mia
pittura”, egli dice, “nasce dalla diretta osservazione del vero”. Ma
ciò che Addamiano osserva e restituisce non è il “vero” ma la sua
verità (quindi parziale) di pittore. Il paesaggio delle Murge al
quale si intitola questa mostra è il paesaggio delle Murge e,
insieme, non più che un pretesto – o forse meglio un riferimento
oggettivo in grado di fornire uno strumento di verifica. Come
già altre volte, e in altri contesti di intenzionalità, ciò che
emerge dalla pittura di Addamiano va al di là della sua fedeltà alle
fonti, che pure non si negano: ciò che emerge e si impone è una
solidità di struttura in grado di mimare la consistenza di pietre e
terra, piani e pendii scoscesi, erosioni e orizzonti; e nello stesso
tempo una pastosità di colore-luce che avvolge e sfalda tale
consistenza, sensibilizzandola fino a lasciare che del paesaggio
“vero” non resti che una diffusa intensità di emozione: i rossi
accesi delle stoppie o dei tramonti, i viola e gli azzurri
crepuscolari, i bruni e i seppia dei campi aridi, i biancori del
pietrisco o dei riverberi lunari. Desunti da un paesaggio, da quel
paesaggio, e tuttavia filtrati in una memoria che riesce quasi
sempre ad evitare il rischio della nostalgia e il rischio di una
caduta nel vedutismo e nel bozzettismo. Certo una posizione
difficile, ma ancora retta da un’attenta consapevolezza – ed è
appunto questa che consente a Addamiano, come testimoniano i più
piccoli pastelli preparatori, una sicura libertà interpretativa. |