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Diario di Roberto Sanesi

Avevo già avuto occasione di notare come nella pittura di Natale Addamiano, malgrado tante e più o meno segrete presenze, e un vago senso inquietudine marcata dai colori spesso notturni, sempre alle soglie di un simbolismo e però con molto pudore di fronte ai rischi della letteratura, fosse comunque il paesaggio ad assumere funzione di protagonista. Un paesaggio indifferenziato, più dell’immaginazione o della psiche che non immediatamente riconoscibile come appartenente a un luogo preciso, e tradotto in una pittura antidescrittiva, segnata da varie esperienze, da quella informale a quella impressionista. Un paesaggio così allontanato dalle eventuali fonti reali da proporsi ormai come pura visione. Ora Addamiano pur non avendo in alcun modo abbandonato la sua tipica strutturazione per piani né la sua efficace tendenza alla risoluzione plastico colorista contro ogni nervosa corsività del segno (che emerge tutta e soltanto nella pratica incisoria, dove si evidenzia accentrandovisi la tensione onirica) sembra voler riaffermare, con coraggio e senza mezzi termini, che comunque possa essere letto il risultato delle precedenti esperienze l’origine della sua pittura non solo è da rintracciare in una zona di scelte culturali avverse ad ogni spericolata sperimentazione formale, ma anche in una zona precisa e inconfutabile del reale. E al paesaggio restituisce un nome. “Io dipingo solo ciò che vedo” insiste un pittore come Sutherland. Il che non significa, come è ovvio, che il risultato in pittura sia “ciò che è”, ma ciò che la visione del pittore ha imposto. Addamiano, che più di una volta in passato deve aver fatto ricorso a modelli non dissimili (e vi si potrebbero inserire anche Böcklin o Klinger, per la risonanza vagamente “romantica” di certi risultati), tende con queste sue opere più recenti a riaffermare un principio. “La mia pittura”, egli dice, “nasce dalla diretta osservazione del vero”. Ma ciò che Addamiano osserva e restituisce non è il “vero” ma la sua verità (quindi parziale) di pittore. Il paesaggio delle Murge al quale si intitola questa mostra è il paesaggio delle Murge e, insieme, non più che un pretesto – o forse meglio un riferimento oggettivo in grado di fornire uno strumento di verifica.  Come già altre volte, e in altri contesti di intenzionalità, ciò che emerge dalla pittura di Addamiano va al di là della sua fedeltà alle fonti, che pure non si negano: ciò che emerge e si impone è una solidità di struttura in grado di mimare la consistenza di pietre e terra, piani e pendii scoscesi, erosioni e orizzonti; e nello stesso tempo una pastosità di colore-luce che avvolge e sfalda tale consistenza, sensibilizzandola fino a lasciare che del paesaggio “vero” non resti che una diffusa intensità di emozione: i rossi accesi delle stoppie o dei tramonti, i viola e gli azzurri crepuscolari, i bruni e i seppia dei campi aridi, i biancori del pietrisco o dei riverberi lunari. Desunti da un paesaggio, da quel paesaggio, e tuttavia filtrati in una memoria che riesce quasi sempre ad evitare il rischio della nostalgia e il rischio di una caduta nel vedutismo e nel bozzettismo. Certo una posizione difficile, ma ancora retta da un’attenta consapevolezza – ed è appunto questa che consente a Addamiano, come testimoniano i più piccoli pastelli preparatori, una sicura libertà interpretativa.

 

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