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"Natale Addamiano e i suoi Esorcismi Estivi "a cura di D. Cara

...La sua è una pittura di meditazioni introspettive, un punto di vista memoriale di raccontare i territori dell’io e della propria terra pugliese, un tipo di « mise en question » diaristico, l’avventura culturale di un descrivere   le   ombre   dentro   il   clima   di   una   statica  violenza fisica, radicalizzata fino a un « post-mortem » prodotto a riquadri, ad aspetti necroscopici, ad eventi ermetici, e in apparenza sterile di quel senso dell’uomo e del suo ambiente, in cui l’allusività ha il suo più irto predominio. Un idioma che si riferisce senz’altro a una realtà clinica della condizione attuale dell’uomo, avvelenato da troppi fallimenti, da troppe guerriglie incolori, e che caratterizza una necessità autonoma dell’artista a precisare (tra l’informale e le sottili e suggestive apocalissi della luce) un’ideologia che potremmo senz’altro dire kafkiana, derivata dallo studio ostinato e segreto del mondo in cui vive, come una sorta di esperienza d’irrealtà coalizzando in tutta l’evocazione un’acre favola del suo esorcismo visivo. L’impegno di Addamiano è costante, continuo, i richiami non hanno niente di rituale e di storicistico in maniera scoperta; egli procede per astrazioni, labirinti e sezioni inafferrabili, per sottintesi poetici riportati  persino  dentro un  contesto metafisico e lirico, chiuso in un linguaggio che va mentalmente scomposto in modo d’individuarne l’essenza e il genere di mosaico analitico a cui in ogni caso infine si perviene, e anche zone di istintivi rapporti culturali relativi alla convenzione iconografica che immette in elementi surreali non esenti  dalla  morfologia  di  Sutherland. Una  ricerca  comunque ortodossa della memoria a cui dà forme di riflessioni creative, esclusivistiche, che non rientrano per niente nel consueto breviario del realismo e delle consolazioni contestative, a cui spesso buona parte della pittura contemporanea indulge    per    illustrare   la    propria

volontà di dissenso e la ricostruzione letteraria, ormai inondante negli spazi dell’impegno civile e sociale, applicato al riscatto dei fatti e delle cronache generali dei nostri anni. C’è in Natale Addamiano quella innegabile (e provinciale?) carica di silenzio con la quale organizza i suoi impulsi compositivi, la differenza sostanziale dall’insieme dei suoi compagni di strada, e anche l’autodifesa spontanea per ciò che produce insomma, e indispensabile al concetto che egli ha dell’arte e di un modo personale d’intenderla, che certo non può pretendere obblighi particolari da Addamiano. Nella sua assenza di formule estetizzanti, e sulla linea di una continuità ispirativa, privata, sconvolgente, egli promuove un discorso intessuto di  straordinarie strutture figurali e razionali, colte nel profondo collegamento con la materia, e adeguate a una vivisezione di elementi integrativi, dimessi, con i quali ritrarre la realtà e l’universo più proprio, tra interferenze emotive a livelli poetici ordinati, singolari, nei quali traccia la proiezione di uno stile e la stessa inamabilità del « vacuum » pubblico nel suo complessivo conformarsi onirico, in cui è possibile ancora un’umanizzante misura d’esistere.

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