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Ciro Palumbo è un
affabulatore di momenti astorici e atemporali. Ci troviamo qui di
fronte a una pittura dove l'ispirazione metafisica si esplica in un
insieme immaginifico e surreale, in una messa in scena di elementi
figurali che non riconducono a significati precisi. L'artista mette
in atto un gioco plastico e visionario di
presenze,che rivela esplicitamente una consonanza
con Giorgio de Chirico e con Alberto Savinio. Dal primo, Palumbo ha
ereditato la bella stesura pittorica, il senso geometrico della
struttura spaziale, e da Alberto Savinio il modo curioso di
ammiccare con le immagini, in un gioco voluto e ben calcolato di
contraddizioni. La caratura concettuale di queste composizioni è
decisamente intensa, ma questo non basterebbe a reggere una disamina
critica, se non si basasse su un intingolo
pittorico che privilegia i toni
intensi e senza sfumature, applicati con maestria sulla struttura
narrativa del disegno preparatorio. Meditativo nel procedere, questo
artista usa i colori acrilici ma, come spiega egli stesso, il primo
abbozzo nasce dal colore ad
olio. Capace di esaurire tutte le
potenzialità della tavolozza, le sue velature controllano ed
esaltano la stesura cromatica, che gioca sempre di contrappunto fra
tono e tono. Ogni quadro rievoca la classicità in un assemblaggio
apparentemente incongruo di elementi compositivi plasticamente
forti. È un impianto che poggia su elementi figurali tipici della
metafisica dechirichiana, interni geometrici, sfondi naturali,
sculture marmoree, ruderi e colonne squadrate, ma anche sul giocoso
accostamento a balocchi colorati, barchette, palloni, e tasselli da
costruzione. Lo spazio che circonda questo mondo colorato è però
ampio e in gran parte abitato dal vuoto, che allude ad assenze senza
ritorno. Sono architetture senza tempo, dove la qualità pittorica si
rivela in una delineazione estremamente precisa, senza sbavature.
Pittore di tradizione, che si rifà evidentemente alla lezione
psicanalitica sulle simbologie oniriche, egli non insiste tanto
sull'immaginario archetipico, quanto sull'esplicitazione freudiana
dell'inconscio, sull'esplorazione del rimosso. I suoi sogni sono
costruiti a tavolino, come la narrazione di una irrealtà ormai
acquisita alla consapevolezza. Sono fiabe colte che si avvalgono
dei reperti della Grecia antica, quella dei viaggi e degli assedi
omerici, ritrovati in tutto il loro sapore fiabesco, quindi
provocatoriamente estranei a una seriosa lettura critica o
filologica. Infatti, e in modo persino ossessivo, egli ripete in
molte composizioni il tema dell'isola, già caro a Böcklin, ma non
più tanto nel significato intimista, privato e nevrotico di un sogno
da cui non si riesce a uscire, quanto piuttosto col gusto di una
citazione, di un omaggio ai maestri e ai poeti che hanno ripreso
quel tema, trasformandolo in una sorta di metafora dell'esplorazione
e del tentativo di appropriazione dello spazio. O forse questa
inquietante presenza in mezzo al
mare non è neppure una citazione
culturale, quanto piuttosto il senso di una meta utopica,
fortunatamente irraggiungibile, di un viaggio
nella conoscenza di sé, dove conta molto di più il percorso
dell'arrivo. In questo consiste anche il senso del fare arte, che si
fonda proprio sull'inesauribilità della ricerca, sulla natura incompiuta della
creazione umana. La classicità metafisica di Palumbo ci fa dunque
riflettere sulle ragioni stesse
della nostra cultura così radicata
nel Mediterraneo, nel rapporto fra il cielo il mare e la terra, fra
il passato e il presente, fra la delusione e l'illusione, fra la
follia e la ragione. |