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La Critica di Carla Rugger

Un itinerario non solo spirituale, quello di Franco Padovan, fremiti di un passato che ritorna; la mente, affaticata dal risveglio esistenziale incontra una sorta di ristoro, che è ristoro dell’anima. Un percorso colmo di vita interiore, di promesse, di abbandoni. Le Sue opere originali, intime, decise sullo sfondo della memoria percorrono passaggi obbligatori, certezze. Queste opere si evolvono – o sono già evolute, con la loro personalità, vita  concreta, autonoma. Nulla, in questo opere è dovuto al caso, nulla è affrettato; vigilato ogni singolo tocco, esso emerge con chiarezza d’intenti. Non è una pittura facile, si discosta dalle altre in virtù di un sotterraneo, vibrante racconto della memoria che non inganna, e di una ferma volontà di rappresentare il mondo – oniriche visioni che non significano solo sogno, o pura fantasia creatrice, ma desiderio d’approfondire ciò che è stato, che non è più – inghiottito dal presente, rifiutato dal futuro incalzante che elabora    sempre    nuovi   progetti, nuove avventure. Ma non è forse un’avventura quella a cui assistiamo? Quest’arte raffinata, morbida nell’acceso cromatismo, essenziale nei toni, nelle gradazioni – avventura nel tempo e nello spazio, per farlo rivivere, perché è necessario, per dare un senso alla nuova esistenza. Ricorrere alla memoria del passato per gettarsi nella mischia del futuro, alle nuove frontiere che spalancano fondali oscuri – il passato come entità storica, indivisibile; percorsi mobili dove di volta in volta il gesto assume significazioni differenti; un mondo, quello di Padovan, apparentemente povero, in realtà pregno di un fuoco caldo che deriva da un’esistenza serena, seppur faticosa. Il concetto dell’autore non è anacronistico – è storia viva, parte di noi indissolubile e si anela nel possederla, nel riviverla. L’autore, con la forza del suo ingegno ha raccolto tutto, in sé; la sua espressività artistica ne risulta così arricchita di sottigliezze psicologiche, proponendo una suggestiva e rinnovata forma di vita;   tuttavia   sedicente l’idea di una dimensione aperta ad ogni stimolo, dove ogni tocco impresso su quegli spazi vitali è reso calibrato dall’effetto dello scandire dei giorni, dell’immutabilità del tempo e le sue stagioni. Suggestive particolarità animano i paesaggi di Franco Padovan, moduli espressivi di un percorso a ritroso nei passaggi del tempo; pittura-gesto, azione in un divenire di profonda spiritualità, dove le raffigurazioni prodotte evocano scintillanti    echi   di   memorie,  non disgiunte da un tocco di fantasia creatrice che non turba l’ordine naturale degli eventi. Ma quale il messaggi che ne deriva? Al suo interno una chiave di lettura, un intimo travagli che fa riflettere; ogni gesto, ogni minuto accadimento non rompe l’equilibrio di quell’affaccendare operoso; l’autore con minuzia di particolari, con accurata ricerca rivive quegli eventi e li trasporta in una dimensione di innocenza – perché l’artista è sempre innocente all’atto della creazione – egli è l’opera, ed essa lo rappresenta. In Franco Padovan  esiste  la  volontà  di  partecipare –  sia  pure  in  forma simbolica – di questa vita, volutamente semplice; piccole storie di ogni giorno, il loro ripetersi nel lento scandire dei giorni, episodi naturali, intimi, una umanità che risolve la sua esistenza – non meno priva per questo di calore, di partecipazione. All’interno di ogni opera vibra un’intensità di linguaggio, una sorta di poesia della vita; la natura, il suo acceso cromatismo vibrante di passioni sottaciute, gli oggetti quotidiani ripresi con dovizia e fedeltà ai particolari. Nulla è affidato al caso, ogni oggetto, dunque ha un suo peso all’interno della storia, anche i piccoli animali domestici vivono di vita propria – partecipano. E poi il quieto incontro degli uomini del paese nella piazza grande, il Prete, le donne con le ceste – e ancora: l’autunno di San Martino, la campagna non ancora avvolta dalle brume, l’uomo in bicicletta, le donne, le prime avvisaglie di una stagione al termine – il riposo dei contadini, il gioco delle carte, il vino, la stalla in riposo, la natura rigogliosa. Gli uomini e le donne si confondono nello svolgersi delle scene, perché la fatica è reciproca, ma entrambi assurgono a un proprio ruolo dinamico e avvincente. Tutte queste raffigurazioni ci conducono in una sorta di magico abbandono; l’opera in realtà si muove nel tempo e nello spazio. In questi dipinti si rende evidente un messaggio – è stato detto all’inizio – Noi siamo la Storia, la minuta, apparteniamo, viviamo di queste radici che alimentano il nostro presente,  desideriamo   un  sorso  di  questa intima felicità che non ha nulla di eclatante; sono piccoli atti del vivere che scorrono lenti in una giornata paziente – l’alba e il tramonto – il ciclico mutare delle stagioni, l’uomo e il suo destino segnato. Non si può ritornare nel passato, ma farlo rivivere mediante l’opera d’arte è possibile. Franco Padovan – ricercatore delle piccole cose ci riconduce in una dimensione non solo onirica, ma concreta per il suo apporto descrittivo, sentimentale per le emozioni, le percezioni che sussistono al di dentro di queste raffigurazioni. Esso ci propone una sorta di "fuga dal presente" per immergerci per alcuni istanti in un "bagno" provocatorio di illusioni, ma anche di possibili certezze. Le facciamo nostre,forse proponendoci – se non proprio questa realtà – un nostro stile di vita il più naturale possibile, anche se l’impresa può risultare ardua. Ma un tentativo è possibile: avvicinarci alla natura, ai ritmi semplici del vivere è l’unica àncora che ci permette di "fuggire" dagli affanni di vita presente.

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