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E' una pittura solo apparentemente di oggetti (così il titolo di un
suo dipinto), quella che Antonio Nunziante realizza con una abilità
d'altri tempi. Gli oggetti ci sono, naturalmente, autonomi e
indipendenti, privi di presenze umane che contaminino il loro spazio
d'appartenenza, la loro essenza segreta che solo in parte riusciamo
a percepire, a cogliere. Sono oggetti prevalentemente antichi, pezzi
d'antiquariato, ceramiche,
scatole, contenitori di vetro, busti classici; oppure, come in Luce
d'argento, pennelli, cornici, tavolozze, allusioni evidenti al
mestiere artistico, al buon mestiere antico dell'arte. Quadri di
oggetti antichi riprodotti con tecnica antica, non esattamente come
quella delle nature morte
seicentesche o settecentesche ( sono cambiati i
colori, i materiali), ma in una variante aggiornata che possiamo
ritenere quasi corrispondente. Sono dipinti, quelli di Nunziante,
che però non riusciamo a vedere come gli stilleven, le nature morte
della grande tradizione nordica; troppo tempo è passato per poter
guardare quegli oggetti con la stessa naturalezza, con la stessa
purezza d'animo che ancora non conosceva i pregi e i difetti del
moderno. Cosa è cambiato in noi, cosa è cambiato in
quegli oggetti?
E' cambiato sostanzialmente il rapporto fra arte e realtà. Al tempo
degli stilleven si dipingeva ancora con il mito della mimèsis,
dell'imitazione della natura, cercando la massima somiglianza
illusiva fra riproduzione e ciò che veniva riprodotto. Poi sono
arrivati la fotografia, il cinema, la riproduzione meccanica della
natura, più precisa, più credibile, senza l'abilità artistica; e
all'arte non é rimasto che affrontare con ancora più decisione i
terreni dell'interpretazione,della visione interiore. E' una
differenza che
distingue nettamente l'arte degli ultimi centocinquanta anni da
quella dei secoli passati. E' stata la rottura di un'illusione
suprema. Nella nostra epoca si è convinti, giustamente, che dietro
ogni opera ci sia un autore, e dietro un autore un modo particolare
di vedere la natura, d'interpretarla. Ieri si credeva che l'arte
potesse rendere l'oggettività assoluta, fuori dall'arbitrio del
soggetto; oggi si crede che l'arte possa rendere solo la
soggettività, senza nessuna possibilità di cogliere la
dimensione oggettiva. Tutto è diventato relativo, variabile,
suscettibile di significati diversi rispetto a quelli originari. In
arte nessun oggetto (nemmeno i ready made) è soltanto un oggetto. E'
anche altro, realtà parallela e divergente, concetto, metafora,
simbolo, emblema, mediazione intellettuale rispetto all'oggetto
iniziale. Un pipa dipinta, ci
ricorda Magritte, non è mai solo una
pipa. Nunziante è perfettamente conscio di questi mutamenti, sa che
le sue nature morte sono sempre
altro rispetto a quello che riproducono. E' un diverso livello della
coscienza, un diverso stadio della percezione. C'è un suo dipinto
che suscita in me una particolare attenzione, quasi fosse un
'manifesto' del suo modo di 'fare arte'. Un dipinto che mi colpisce
per motivi strettamente artistici, ma anche per ragioni diverse,
personali. Il dipinto è Farmacia Italia. E' una composizione tipica
di Nunziante,
una natura morta in cui appaiono alcuni oggetti particolari delle
farmacie: un contenitore in vetro per sostanze granulari, un
albarello in ceramica, un mortaio, tutti all'interno di una nicchia
quadrangolare. Il primo riferimento, che m'ispira questo dipinto, è
quello di riportarmi alla mente un'altra farmacia, quella che appare
in una tela di vaste dimensioni, presso la Pinacoteca Comunale di
Spoleto. Si tratta di un'opera splendida, anche se arcaica nella sua
rigidità organizzativa, riconosciuta come quella
che Pietro Antonio
Barbieri,
fratello del Guercino, aveva realizzato e venduto al governatore di
Cento, l'umbro Antonio Pallettoni. Nella Spezieria del Barbieri
appaiono gli stessi elementi fondamentali che ritroviamo in Farmacia
Italia: il contenitore in vetro, l'albarello, il mortaio, ma in una
situazione diversa. Nel quadro di Barbieri ci troviamo dentro una
scena animata, con un giovane speziale in azione. Presto ci
accorgiamo però che quel farmacista ha
un ruolo minore
rispetto agli oggetti che
lo
circondano e in particolare ai grandi
recipienti
trasparenti che troneggiano al suo fianco, sopra una cassettiera,
occupando gran parte del dipinto. » questa una chiara dichiarazione
sulla nuova pittura di genere, da Caravaggio in poi: dipingere gli
oggetti è come dipingere gli uomini, perché gli oggetti 'parlano',
rappresentano le persone che li usano. Tutto il senso del mestiere
di speziale, molto più di quanto non possa fare
la riproduzione
della sua figura, è contenuto negli oggetti: sono
i suoi emblemi , i suoi
simboli, le sue
essenze materiali e spirituali. Non so fino a che punto Nunziante
avesse in mente o conoscesse la Spezieria del Barbieri quando ha
dipinto Farmacia Italia, ma l'effetto è quello di un'acuta
interpretazione critica e artistica del precedente seicentesco.
Nunziante 'minimalizza', assolutizza, riduce tutto all'estremo,
depura, elimina tutto ciò che non è indispensabile, tutto ciò che
costituisce un disturbo alla
massima concentrazione. Fuori lo
speziale , fuori
l'azione, fuori la caratterizzazione da bozzetto (come nelle
Macellerie di Carracci), fuori la varietà e la monumentalità
variopinta dei contenitori di vetro. Fuori anche la cassettiera,
sostituita nella sua funzione strutturale dalla nicchia scavata
direttamente sul muro. Rimangono gli oggetti nelle loro tipologie
fondamentali, come fossero campioni da catalogo; rimane la luce,
quasi soprannaturale nella sua improvvisa nitidezza , eppure
morbida, esaltata dall'accentuato contrasto con l'ombra, capace di
definire i volumi avvolgendoli, scivolando sulle superfici. Barbieri
viene attualizzato sulla scia di Chardin, di De Chirico, di Morandi,
con una sensibilità moderna che nell'oggettività ha scoperto non la
dimensione della realtà, ma la dimensione ideale che la sovrasta, la
metafisica. L'essenza diventa la ricerca dello spirito, delle
ragioni prime che si nascondono dietro le apparenze; l'oggetto
diventa lo specchio dell'anima, l'illuminazione, l'evocazione di un
significato che la rielaborazione del nostro universo interiore ha reso sfuggente,
non corrispondente a quello della realtà oggettiva. » da questa
vaghezza fra oggetto e spirito, fra chiarezza e ambiguità, da questo
senso d'instabilità che deriva la sospensione delle pitture di
Nunziante, la lirica illusione di una stasi che per un momento si
isola dal continuo mutare delle cose, che riesce a stabilire un
eterno presente con il tempo di Barbieri,
di De Chirico, di Morandi. Nunziante dunque attualizza la pittura,
ma senza mai rinnegare il profondo legame con la grande tradizione
artistica del passato, con una manualità finissima che è la ragione
stessa dell'arte. Nunziante è figlio moderno di Barbieri, dei suoi
colleghi 'di genere' (Bonzi, Baschenis, Munari, Cittadini, per
ricordarne solo alcuni), della loro concezione artigianale per la
quale l'oggetto artistico non può essere un semplice pretesto della
riflessione intellettuale; è cambiata la mentalità, il modo di porsi
di fronte al mondo, ma non la volontà di esprimere concetti e
sensazioni attraverso una tecnica evoluta che è stata acquisita
dall'uomo occidentale come linguaggio di valore universale, oltre il
tempo, oltre le varie
differenze culturali. In questo senso la
Farmacia
Italia
potrebbe essere vista anche come una metafora visiva della pittura,
la buona e 'antica' pittura italiana. L'artista deve essere come uno
speziale: pochi ingredienti a disposizione, semplici e naturali, ma
tanto mestiere e tanta sapienza da dover sfruttare per ottenere il
composto giusto, la soluzione adatta. (Senza questa sapienza, il
mestiere dello speziale non esiste). Quali sono le ragioni personali
che mi fanno sentire Farmacia Italia come un dipinto a me 'vicino'?
Una serie di
coincidenze che mi
sembrano direttamente rivolte, quasi fossero messaggi sibillini. La
farmacia, innanzitutto: è il luogo dove i miei genitori hanno svolto
la loro professione, dove ho la mia casa di Ro Ferrarese. In quella
casa con farmacia annessa ho fatto le mie letture principali,
ho raccolto la mia collezione d'arte, ho conosciuto molte persone
importanti. Lì ho formato la mia sensibilità, la mia idea del mondo,
dell'arte, della vita, dell'Italia, come fosse un laboratorio della
mia anima. C'è poi la Spezieria di Spoleto che è stata riscoperta e
attribuita al Barbieri da Francesco Arcangeli, il grande studioso
bolognese con il quale ho svolto la mia formazione universitaria. La
farmacia come luogo d'assoluto; Arcangeli, la pittura antica come
via alla pittura moderna; forse Nunziante non se n'è reso conto, ma
in quel dipinto è riuscito a racchiudere anche un po' di me. Potenza
medianica dell'arte, quando si tratta di buona arte. |