.

Il Pensiero di Leonardo Sciascia

Degas diceva: "C'est plat comme la belle peinture!". Valéry commenta: "Divine platitude: point de trompe-l'œil; point d'empâtements, point d'enrochements , de  lumières accrochées;  point de  contrastes intenses."Il primo incontro con la pittura di Guccione appunto produce l'impressione di una totale platitude. E abituati come siamo a una pittura che vuole essere altro (e magari tutto, tranne che pittura), un po' stentiamo a riconoscerla , a riconquistarne    la   nozione. Altri  valori e non valori sono stati ricercati e ammainati nella pittura,  in  questi  anni. Ma  la  bella pittura deve essere piatta, come voleva Degas (che la faceva); e la piattezza è divina - cioè peculiare alla pittura, essenza necessità ineffabilità - come commentava Valéry (che se ne intendeva). E qui  vien  fatto  di  dire  che  la  parola  tableau   rende meglio, a connaturare la natura alla piattezza, della parola "quadro": quasi che all'empâtement sia impossibile sfuggire di fronte a una tavola, mentre è possibile attraversare un quadro, che è poi soltanto un perimetro, una cornice. Alla pittura di Guccione è  dunque  peculiare la smarrita - per altri - platitude. Ma si direbbe che in lui non sia soltanto il recupero del valore più intrinseco della pittura, che corrisponda anche a un'idea del mondo. Nel saggio che Enzo Siciliano ha scritto su Guccione, molte considerazioni muovono da questa  recisa affermazione del pittore:"Ho in odio la sensazione!" E si potrebbe rovesciarla in questa: "Adoro la piattezza." Che non è da intendere nel senso della banalità quotidiana, della svogliante abitudine, dell'accidioso spegnersi del mondo intorno  a  noi; ma  tutt' al  contrario: come una fuga dalle sensazioni, e cioè dal tempo, per andare (e restare) oltre. La negazione, insomma, del tempo come "ordine misurabile del movimento" - ed anche del movimento. A vantaggio dell'essere, dell'esistenza. Questa negazione raggiunge e penetra un colore, vi si involge, vi  si  ferma . L'azzurro . Del cielo , del mare . Che  si  aprono sterminati davanti a Scicli ("offresi la città", dice l'amico nel Dizionario topografico della Sicilia, "come sovrapposta a varii poggetti, tuttavia nella maggior parte lievemente declive… dista tre miglia  dalla spiaggia australe dell'isola") o si specchia nell'orrendo cofano di  un' automobile. L'azzurro che Mallarmé invocava come fine, appunto, delle sensazioni: "Il roule par la brume, ancien et traverse / Ta native agonie ainsi qu'un glaive sûr; / Où fuir dans la révolte inutile et perverse? Je suis hanté. L'Azur/ l'Azur! l'Azur! l'Azur!"

Se Vuoi Lasciare Un Commento All'Artista Clicca Qui

AVANTI

Il materiale contenuto in questo sito, appartiene ai rispettivi autori. è vietato un qualsiasi utilizzo  Tutte le iniziative di questo sito sono completamente GRATUITE e servono ad arricchire solo la cultura dell'anima .