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Degas diceva: "C'est plat comme la
belle peinture!". Valéry commenta: "Divine platitude: point de
trompe-l'œil; point d'empâtements, point d'enrochements , de lumières accrochées; point
de contrastes intenses."Il primo incontro con la
pittura di Guccione appunto produce l'impressione di una totale
platitude. E abituati come siamo a una pittura che vuole essere
altro (e magari tutto, tranne che pittura), un po' stentiamo a riconoscerla , a riconquistarne la nozione. Altri
valori e
non valori sono stati ricercati e ammainati nella pittura, in
questi anni. Ma la bella pittura deve essere piatta, come voleva Degas (che la faceva); e la piattezza è divina - cioè peculiare alla
pittura, essenza necessità ineffabilità - come commentava Valéry
(che se ne intendeva). E qui vien fatto di
dire che la parola tableau rende
meglio, a connaturare la natura alla piattezza, della parola
"quadro": quasi che all'empâtement
sia impossibile sfuggire di fronte a una tavola, mentre è possibile
attraversare un quadro, che è poi soltanto un perimetro, una
cornice. Alla pittura di Guccione è
dunque peculiare la
smarrita - per altri - platitude. Ma si direbbe che in lui non sia
soltanto il recupero del valore più intrinseco della pittura, che
corrisponda anche a un'idea del mondo. Nel saggio che Enzo Siciliano
ha scritto su Guccione, molte considerazioni muovono da questa
recisa affermazione del pittore:"Ho in odio la sensazione!" E si
potrebbe rovesciarla in questa:
"Adoro la piattezza." Che non
è da intendere nel senso della banalità
quotidiana, della svogliante
abitudine, dell'accidioso spegnersi del mondo intorno a noi; ma tutt' al contrario:
come una fuga dalle sensazioni, e cioè dal tempo, per andare (e
restare) oltre. La negazione, insomma, del tempo come "ordine
misurabile del movimento" - ed anche del movimento. A vantaggio
dell'essere, dell'esistenza. Questa negazione raggiunge e penetra un
colore, vi si involge, vi si ferma . L'azzurro . Del
cielo , del mare . Che si aprono sterminati davanti
a Scicli ("offresi la città", dice l'amico nel Dizionario
topografico della Sicilia, "come sovrapposta a varii poggetti,
tuttavia nella maggior parte lievemente
declive… dista tre miglia dalla
spiaggia australe dell'isola") o si specchia
nell'orrendo cofano di un' automobile. L'azzurro che Mallarmé invocava
come fine, appunto, delle sensazioni: "Il roule par la brume, ancien
et traverse / Ta native agonie ainsi qu'un glaive sûr; / Où fuir
dans la révolte inutile et perverse? Je suis hanté. L'Azur/ l'Azur!
l'Azur! l'Azur!" |