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Sono
nato il 5 maggio 1935 nella fascia sud-orientale della Sicilia, in
provincia di Ragusa. Il paese si
chiama Scicli, a pochi chilometri dal mare
che affaccia sull'Africa. Mia madre era di Scicli e mio padre
modicano, ottimo sarto, con spiccata propensione musicale come molti
artigiani di allora. Ricordo gli avventurosi viaggi in treno, nel
dopoguerra, fino a Catania dove ci portava per assistere alle opere,
quelle più amate, che il teatro Massimo Bellini aveva ricominciato
ad allestire: memorabile - per me ragazzo di dodici, tredici anni -
una Norma con Maria Caniglia e un Gigli non più giovane, francamente
inattendibile nel corpo di Pollione. La natura sensibile di mio
padre fu certamente una buona alleata per me contro mia madre, che
avrebbe voluto ad ogni costo farmi medico, quando in famiglia si
dovette decidere il mio destino: abbandonare gli studi classici, del
resto poco apprezzati, per dedicarmi al vero piacere di disegnare e
di dipingere. In seguito a questa decisione frequentai per un anno
la Scuola d'Arte di Comiso (una bella e attrezzatissima scuola dove
si lavorava molto seriamente) e nel 1954, a Catania, completai, per
così dire, i miei studi artistici, diplomandomi
presso l' Istituto d'Arte, dove avevo
trascorso tre anni, forse i più felici della mia piccola carriera
scolastica. Proprio quell'anno, però, durante l'estate,
improvvisamente morì il mio caro "alleato" che, insieme a un lutto
dolente, mi lasciò la coscienza libera di agire e
di muovermi secondo l'impulso e il bisogno di libertà
solitamente forte e molto sentito dai giovani. Roma era la
città sognata, perché vi risiedevano gli artisti più ammirati,
da Pirandello a Guttuso, a Mafai. Fu quella, dunque, la scelta
naturale. Così, in una splendida mattina di ottobre, insieme
al mio amico Lucio Schirò, che mi avrebbe ospitato durante i
primi giorni nella casa di un suo zio, mi ritrovai nella Città
Eterna, senza molti punti di riferimento, ma con l'idea, o
piuttosto, con un istinto abbastanza chiaro di quello che
volevo fare .
Dei ventisette
anni che
seguirono - tale fu la durata del mio soggiorno romano -
nonostante l'importanza e la densità di eventi, di incontri -
alcuni fondamentali, o addirittura decisivi, come il
matrimonio e la nascita di mia figlia Paola - ora non riesco a
isolare
nessun elemento da ciò che mi appare come un caotico grumo di
vita allontanato, perduto per sempre nello spazio e nel tempo.
Furono anni difficili, specialmente i primi, per la
precarietà dei mezzi, ma
anche per una paralizzante
timidezza che mi portavo dietro e che non mi facilitava
la vita. Non mancarono comunque simpatia e amicizie con alcuni
artisti e con giovani coetanei (qualcuna - come rarissimamente
accade - attiva ancora oggi, come quella con Franco Sarnari).
Ricordo anche qualche amore, complicato sempre dalla
mia timidezza e
le prime illusioni disilluse e vanità mortificate,
insieme alle tenaci speranze (senza cognizione alcuna che di
speranza si trattasse). E tuttavia, in questo lungo e
controverso percorso, oggi ho la certezza di
aver trovato più generosità che avarizia, più bene che
male nella sostanza, con un conseguente senso di
gratitudine per la sorte riservatami. La pittura è
stata il centro, la dimensione dominante che ha accompagnato i
miei passi. Modificandosi di volta in volta per
condizionamenti culturali e persino - vorrei dire - secondo le
case abitate e i luoghi frequentati. In un certo senso, pur
nella sua modestia, potrebbe essere questo un esempio che vale
come conferma di me; pensiero di Merleau-Ponty, secondo
il quale la pittura, anche
quando sembra destinata ad altri scopi, "non
celebra mai altro enigma che quello della visibilità". Così è
stato sempre e sempre di più, avviandomi verso la maturità;
maturità non solo di anni, ma anche di mente e di cuore. Da
Roma alla Sicilia, dove sono tornato a vivere dalla fine degli
anni settanta, il percorso , bene o
male, è rintracciabile
nel mio lavoro.Oggi mi sembra questa l'unica
valida testimonianza della mia vita che posso dare. Perché
anche di questi vent'anni (oltre che un amoroso omaggio a
Sonia), insieme all'usura delle certezze, tutta l'esperienza
del vissuto sembra cancellarsi, mentre
quella del lavoro la sento unicamente collocata tra il
pollice, l'indice e il medio
della mia mano destra: vale a dire sull'alveo corporale dove
il pennello si posa. Nel quotidiano tentativo un po' "folle"
(per citare ancora Merleau-Ponty) di rivelare la visibilità
delle cose e il loro enigma. Che, in Sicilia, vuol dire
soprattutto la visibilità inafferrabile della luce: ogni
giorno più splendente di meraviglie come mai ho visto prima.
Mentre, paradossalmente, il lutto avanza, permeando di sé la
mente, la ragione e il significato stesso del mondo. |