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La Critica di Claudio Strinati

Azzinari ha attraversato tutto il mondo per approdare alla terra natia e ha scritto una volta, paragonandosi a Ulisse, che la Calabria è la sua Itaca, dunque, in altri termini, il suo punto di arrivo e di partenza e, effettivamente, il maestro è andato a verificare una semplice verità che bisogna però toccare con mano, per viverla intimamente e fino in fondo. Questa verità è l'esperienza, fatta nel contempo, di ciò che si apprende immediatamente nella primissima giovinezza e che si stratifica nel tempo, ma l'una cosa non può esistere senza l'altra, finché si scopre che la molteplicità e l'unità sono la stessa cosa. La sua Calabria, Azzinari se l'è riconquistata, ritrovandola sempre uguale e sempre diversa, in ogni parte del globo, fino a certi momenti culminanti della sua vita come il viaggio a Cuba, fissato in un gruppo cospicuo di opere pubblicate nel 2001 in un bellissimo volume a cura di Raffaele De Grada, Miguel Carnet, Sergio Zavoli e Carilda OliverLabra (con un efficace scritto del maestro, molto rivelatore del suo pensiero). In quel libro si legge di bellissimi posti di reiterati incontri con la Natura incontaminata e con il fervore di uomini e donne, giovani e vecchi, tutti avvertiti in profonda sintonia con l'autore. Ogni nuovo incontro, sembra voler spiegare il pittore stesso, è stato per lui (e potrebbe o dovrebbe essere per tutti noi) un incentivo per tornare a conoscere e capire quello che già conosciamo e amiamo, ma cui bisogna tornare nel corso dell'esistenza come l'acqua che si beve per tutta la vita perché la sete riemergerà sempre e sempre la gioia di bere ritornerà uguale e ugualmente gradita. Il maestro consegna tosi un messaggio limpido a chi lo accompagna e lo accompagnerà, e l'insieme delle sue opere è come un flusso continuo che soltanto la limitazione fisica della tela inevitabilmente interrompe e riprende, in tante 'puntate- diverse. Tutto suo è l'approccio con la materia che tratta, tanto da aver suggerito ad alcuni esegeti la tesi di un naturalismo lirico, di una filiazione di Azzinari dalla grande storia del realismo, ma una filiazione del tutto singolare perché in effetti respinge proprio l'essenza stessa del realismo in pittura, senza che sia possibile agganciare la figura di Azzinari a precise desunzioni da questa o quella personalità dei maestri del passato, essendo, anzi, Azzinari caratterizzato da un linguaggio molto marcato e personale fin dalle prime prove e ora più che mai, nel pieno della sua maturità. L'approccio di Azzinari è quello dello scrutatore che vaga dentro uno spazio naturale gremito da un fitto e rigoglioso tessuto di erbe e fiori e mentre avanza in questo spazio, agevole ma avvolgente, si ferma continuamente a fissare i passaggi delle stagioni e dell'ora. C'è una componente mitica, ancestrale e fatale, in questo modo di guardare ed è proprio nella radice stessa delle cose, negli elementi costitutivi del mondo che ci circonda: l'aria, l'acqua, la terra, il fuoco. Ma non intesi come simboli dei quattro temperamenti, secondo un mito antichissimo, ma come metafore della visione ravvicinata immersa nel respiro della Natura. Non si tratta, in altre parole, degli elementi come avrebbero potuto sentirli e rappresentarli gli antichi o gli uomini del Rinascimento, ma si tratta di felicissime trasposizioni di una sensibilità remota nel nostro tempo e nella nostra mentalità, pur preservando Azzinari quella dimensione mitica per antonomasia che è l'impossibilità di individuare un momento preciso delle umane vicende per trasferire tutto su un piano di immobile contemplazione. Nei quadri di Azzinari l'aria che circola su un prato muove i leggerissimi steli che coprono la terra, animandoli e facendoli stornire come scrosciare delle acque o l'oscillare del fuoco. Ma nessuno di questi fattori è puramente naturalistico, è invece una risposta visiva alla sensazione globale che si prova quando ci si sente realmente partecipi della vita della Natura. E' la semplicità dell'essere vivente e, insieme, la stupefazione di fronte al più profondo dei misteri. Con una semplicissima metafora una scrittrice sensibile come Susanna Tamaro suggeriva la possibilità di vedere i quadri di Azzinari per scivolarvi dentro, quasi che una magica e sottile suggestione potesse trasformare la mera contemplazione in un'attiva presenza dell'osservatore dentro il quadro, insieme con l'autore. E qui emerge quella componente di una cultura quasi ancestrale, contadina che fece dire a Giorgio Celli in un acutissimo testo del 1994: "Azzinari ha così indossato le vesti di un testimone e ha elaborato una pittura che vuole essere una testimonianza oculare, per dir così, sull'innocenza e la bellezza del mondo".Quello che è dispiegato davanti ai nostri occhi, e che è rimasto intatto, è, sembra voler affermare Azzinari, il più alto miracolo della Natura: la vera magia dell'esistenza è la sua ovvietà e spontaneità. Da presupposti di questo genere può essere rintracciato lo spirito mitico della pittura di Azzinari e la sua evidente connessione con una cultura che nasce nella Magna Grecia e si propaga in tutto il mondo civilizzato nel corso dei secoli. La sua Calabria è soprattutto oggi nella zona di Altomonte, questo luogo veramente magico, nutrito di eletta civiltà, ma riservato e separato nella splendida Torre Pallotta, oggi sede del Museo E Azzinari. E' il luogo dove è possibile avvertire ancora oggi la presenza dell'eroe greco antico, di un mondo che è passato ma è rimasto latente: Azzinari non lo ha incontrato immediatamente, nella prima giovinezza, ma vi è giunto dopo essere passato attraverso mondi analoghi e paralleli, come la Liguria, mista anch'essa di dolci solitudini e di ricordi di tempi lontani, depositati nell'immutabile stabilità della Natura. Sembra di risentire, nei dipinti di Azzinari, la assorta solennità della poesia di Montale quando descrive la sosta e la meditazione negli assolati e aspri spazi di una natura generosa ma misteriosa. E quella luce, che ha le sembianze di un destino che sovrasta, e proprio quella del mito di Minerva, metafora dell'idea di un'arte alchemica che rende il senso profondo del reale tramutandolo continuamente in altro da se. Il mito rintracciabile nella meditazione figurativa di Azzinari è il mito dell'origine, del "Paradeisos ", luogo della sosta eletta dell'uomo, della Natura vera dentro la quale trovano comodo alloggiamento persino i trofei di frutta strutturati con il criterio della natura morta, inteso come glorioso genere pittorico. E' chiaro che l'artista vuole suggerire un tempo della percezione che non è quello della quotidianità. Il suo tempo e il suo spazio sono il tempo e lo spazio del mito, dove tutto è già accaduto e continua ad accadere. Così l'occhio incantato che guarda in mezzo all' erba rigogliosa e forte, si innalza anche e trascorre talvolta come in un volo a bassa quota che è quello del navigatore e del viaggiatore che girano in lungo e in largo per acquisire "virtute e conoscenza ".

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