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Azzinari ha
attraversato tutto il mondo per approdare
alla terra natia e ha scritto una volta,
paragonandosi a Ulisse, che la Calabria è la
sua Itaca, dunque, in altri termini, il suo
punto di arrivo e di partenza e,
effettivamente, il maestro è andato a
verificare una semplice verità che bisogna
però toccare con mano, per viverla
intimamente e fino in fondo. Questa verità è
l'esperienza, fatta nel contempo, di ciò che
si apprende immediatamente nella primissima
giovinezza e che si stratifica nel tempo, ma
l'una cosa non può esistere senza l'altra,
finché si scopre che la molteplicità e
l'unità sono la stessa cosa. La sua
Calabria, Azzinari se l'è riconquistata,
ritrovandola sempre uguale e sempre diversa,
in ogni parte del globo, fino a certi
momenti culminanti della sua vita come il
viaggio a Cuba, fissato in un gruppo
cospicuo di opere pubblicate nel 2001 in un
bellissimo volume a cura di Raffaele De
Grada, Miguel Carnet, Sergio Zavoli e
Carilda OliverLabra (con un efficace scritto
del maestro, molto rivelatore del suo
pensiero). In quel libro si legge di
bellissimi posti di reiterati incontri con
la Natura incontaminata e con il fervore di
uomini e donne, giovani e vecchi, tutti
avvertiti in profonda sintonia con l'autore.
Ogni nuovo incontro, sembra voler spiegare
il pittore stesso, è stato per lui (e
potrebbe o dovrebbe essere per tutti noi) un
incentivo per tornare a conoscere e capire
quello che già conosciamo e amiamo, ma cui
bisogna tornare nel corso dell'esistenza
come l'acqua che si beve per tutta la vita
perché la sete riemergerà sempre e sempre la
gioia di bere ritornerà uguale e ugualmente
gradita. Il maestro consegna tosi un
messaggio limpido a chi lo accompagna e lo
accompagnerà, e l'insieme delle sue opere è
come un flusso continuo che soltanto la
limitazione fisica della tela
inevitabilmente interrompe e riprende, in
tante 'puntate- diverse. Tutto suo è
l'approccio con la materia che tratta, tanto
da aver suggerito ad alcuni esegeti la tesi
di un naturalismo lirico, di una filiazione
di Azzinari dalla grande storia del
realismo, ma una filiazione del tutto
singolare perché in effetti respinge proprio
l'essenza stessa del realismo in pittura,
senza che sia possibile agganciare la figura
di Azzinari a precise desunzioni da questa o
quella personalità dei maestri del passato,
essendo, anzi, Azzinari caratterizzato da un
linguaggio molto marcato e personale fin
dalle prime prove e ora più che mai, nel
pieno della sua maturità.
L'approccio di Azzinari è quello dello scrutatore che vaga dentro
uno spazio naturale gremito da un fitto e
rigoglioso tessuto di erbe e fiori e mentre
avanza in questo spazio, agevole ma
avvolgente, si ferma continuamente a fissare
i passaggi delle stagioni e dell'ora. C'è
una componente mitica, ancestrale e fatale,
in questo modo di guardare ed è proprio
nella radice stessa delle cose, negli
elementi costitutivi del mondo che ci
circonda: l'aria, l'acqua, la terra, il
fuoco. Ma non intesi come simboli dei
quattro temperamenti, secondo un mito
antichissimo, ma come metafore della visione
ravvicinata immersa nel respiro della
Natura. Non si tratta, in altre parole,
degli elementi come avrebbero potuto
sentirli e rappresentarli gli antichi o gli
uomini del Rinascimento, ma si tratta di
felicissime trasposizioni di una sensibilità
remota nel nostro tempo e nella nostra
mentalità, pur preservando Azzinari quella
dimensione mitica per antonomasia che è
l'impossibilità di individuare un momento
preciso delle umane vicende per trasferire
tutto su un piano di immobile
contemplazione. Nei quadri di Azzinari
l'aria che circola su un prato muove i
leggerissimi steli che coprono la terra,
animandoli e facendoli stornire come
scrosciare delle acque o l'oscillare del
fuoco. Ma nessuno di questi fattori è
puramente naturalistico, è invece una
risposta visiva alla sensazione globale che
si prova quando ci si sente realmente
partecipi della vita della Natura. E' la
semplicità dell'essere vivente e, insieme,
la stupefazione di fronte al più profondo
dei misteri. Con una semplicissima metafora
una scrittrice sensibile come Susanna Tamaro
suggeriva la possibilità di vedere i quadri
di Azzinari per scivolarvi dentro, quasi che
una magica e sottile suggestione potesse
trasformare la mera contemplazione in
un'attiva presenza dell'osservatore dentro
il quadro, insieme con l'autore. E qui
emerge quella componente di una cultura
quasi ancestrale, contadina che fece dire a
Giorgio Celli in un acutissimo testo del
1994: "Azzinari ha così indossato le vesti
di un testimone e ha elaborato una pittura
che vuole essere una testimonianza oculare,
per dir così, sull'innocenza e la bellezza
del mondo".Quello che è dispiegato davanti
ai nostri occhi, e che è rimasto intatto, è,
sembra voler affermare Azzinari, il più alto
miracolo della Natura: la vera magia
dell'esistenza è la sua ovvietà e
spontaneità. Da presupposti di questo genere
può essere rintracciato lo spirito mitico
della pittura di Azzinari e la sua evidente
connessione con una cultura che nasce nella
Magna Grecia e si propaga in tutto il mondo
civilizzato nel corso dei secoli. La sua
Calabria è soprattutto oggi nella zona di
Altomonte, questo luogo veramente magico,
nutrito di eletta civiltà, ma riservato e
separato nella splendida Torre Pallotta,
oggi sede del Museo E Azzinari. E' il luogo
dove è possibile avvertire ancora oggi la
presenza dell'eroe greco antico, di un mondo
che è passato ma è rimasto latente: Azzinari
non lo ha incontrato immediatamente, nella
prima giovinezza, ma vi è giunto dopo essere
passato attraverso mondi analoghi e
paralleli, come la Liguria, mista anch'essa
di dolci solitudini e di ricordi di tempi
lontani, depositati nell'immutabile
stabilità della Natura. Sembra di risentire,
nei dipinti di Azzinari, la assorta
solennità della poesia di Montale quando
descrive la sosta e la meditazione negli
assolati e aspri spazi di una natura
generosa ma misteriosa. E quella luce, che
ha le sembianze di un destino che sovrasta,
e proprio quella del mito di Minerva,
metafora dell'idea di un'arte alchemica che
rende il senso profondo del reale
tramutandolo continuamente in altro da se.
Il mito rintracciabile nella meditazione
figurativa di Azzinari è il mito
dell'origine, del "Paradeisos ", luogo della
sosta eletta dell'uomo, della Natura vera
dentro la quale trovano comodo alloggiamento
persino i trofei di frutta strutturati con
il criterio della natura morta, inteso come
glorioso genere pittorico. E' chiaro che
l'artista vuole suggerire un tempo della
percezione che non è quello della
quotidianità. Il suo tempo e il suo spazio
sono il tempo e lo spazio del mito, dove
tutto è già accaduto e continua ad accadere.
Così l'occhio incantato che guarda in mezzo
all' erba rigogliosa e forte, si innalza
anche e trascorre talvolta come in un volo a
bassa quota che è quello del navigatore e
del viaggiatore che girano in lungo e in
largo per acquisire "virtute e conoscenza ". |