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A
Franco Azzinari non può in alcun modo
servire un mio giudizio sul suo lavoro; ed
egli stesso, prudentemente, non me lo
chiede. Ma fa di più: per vincere la mia
ritrosia di fronte a ciò che non saprei dire
- perché non è nelle mie corde parlare,
criticamente, di pittura - mi invita a
esprimere qualche idea, per dir così, che
non impegni nessuno, lasciando le cose come
stanno e semmai aggiungendovi uno sguardo
curioso, perché dopotutto non sono estraneo
alla bellezza sia che essa attraversi un
artista o si depositi nell'opera sua. Qui
sono stato attratto dal percorso di un
artista d'impressioni, stupori e persino
innocenze, che un viaggio a Cuba trasforma,
da pittore di grazia, per dir così, in
pittore di segno, di materia, di realtà. Non
è la prova di eclettismo a colpirmi - dal
momento che ogni vocazione fa i conti con la
possibilità che tutto possa essere o
diventare diverso - ma il volgersi del
talento verso una forma nuova, ineluttabile
e, a sua volta, smentibile; non si
darebbero, altrimenti, le stagioni, gli
scenari, le maniere che tengono insieme i
"viaggi" dell'artista, senza i quali
verrebbe meno, o ne risentirebbe, il valore
della ricerca, cioè di una perfettibilità
che al tempo stesso è scoperta, tecnica e
ispirazione, prodotta dal più governato dei
pennelli come dalla sua più irresistibile
indocilità. Mi sembra, caro Azzinari, che
lei possa compiacersi di tanta energia, cioè
di questi quadri che perdono le loro sinopie
per diventare lo strato di un'altra età, la
falda di un'altra immaginazione. Questa
rigenerazione, per nulla definitiva, è
augurale: una pittura ormai distinta,
convenuta, riconoscibile, che si dà a nuove
prove e a nuovi rischi sta dalla parte,
quanto meno, della sincerità e del coraggio.
Del resto, è bene o male approfondire i
segni, la materia, i colori rispetto a
sguardi e trasparenze nient'affatto
rinnegati, ma solo momentaneamente lontani?
A veder bene, è come chiedersi se davvero
nessuno va tanto lontano come chi non sa
dove sta andando, per fare il verso alla
natura misteriosa del "viaggio": Né credo
che anche i più fedeli estimatori del prima
possano negare il valore del dopo soltanto
per ragioni loro proprie, di cultura e di
gusto. Certo, chi è in sintonia, poniamo,
con il realismo, difende il modo più sicuro
di farsi vedere, leggere, e magari vendere;
ma altri sosterranno che nulla si apparenta
meglio all'arte di quella che Fellini
chiamava l'imprecisione della grazia': Come
vede, caro Azzinari, non ho in testa alcuna
idea spendibile, perentoriamente, sulla sua
arte. Erano molte, d'altronde, le cose che
non sapevo di lei: ne registro alcune non
tanto per riparare a una lacuna, in sé poco
o per nulla significativa, quanto per trarne
elementi che spieghino ancor meglio, se vi
riesco, il suo singolare e vastissimo
successo. Ignoravo, ad esempio, che lei
fosse l'artista la cui produzione grafica
(dimessamente chiama "stampe" i fogli sui
quali riproduce le sue opere) è di gran
lunga la più diffusa sul mercato nazionale.
Ciò milita a favore o no dell'artista? Mi
sembra di ascoltare le obiezioni degli
esegeti squisiti, elitari, sempre in difesa
della "rarità" dell'arte; ma non andrei a
scomodare la questione dei canoni, su cui
non voglio avventurarmi, bastando il
criterio della leggibilità, un valore mai
respinto in nome dell'arte, comunque essa si
esprima. Citerò due testimoni a favore, per
dir così: un pittore e un poeta, cioè
Picasso e Aragon. Il primo, non so quanto
polemicamente, dice: "Il reale è ciò che
vede la maggioranza"; il secondo, non so
quanto innocentemente, afferma: "Solo il
normale è poetico" : So bene come il gioco
delle citazioni si presti, appunto, a un
gioco, ma non avevo altra intenzione che di
schierarmi dalla parte di un pittore capace
di entrare nelle case di migliaia e
migliaia di persone non avvezze a "leggere"
la realtà attraverso l'interpretazione
dell'arte; gente di modica contentatura,
dirà quel sin troppo raffinato esegeta, ma
che comincia a valutare l'immagine in base a
un criterio nuovo, cioè in una forma che,
seppure infedele al reale, tuttavia glielo
mostra, misteriosamente, più vero del vero:
in definitiva, più sorprendente, più bello!
Franco Azzinari, a questo punto, non può
essere penalizzato dal suo successo, che
egli mette al servizio del cammino - lento,
volenteroso, meritevole - di chi si avvicina
con i propri mezzi a una più complessa
lettura di ciò che è e appare. E allora
lasciamo l'artista ai suoi sguardi, alle sue
luci, ai suoi stupori, al suo candore
culturale e filosofico, se proprio si vuole,
ma anche alla sua vigoria immaginativa e
cromatica, alla sua consapevolezza tecnica
ed espressiva. Egli ama ricordare che viene
dal poco, da una Calabria negletta, da una
famiglia povera, da una giovinezza incerta,
vissuta in mezzo mondo, a fare mestieri
duri, come in miniera, finché non si avvide
che ritrarre i volti della gente - gli
stessi visti ovunque, ripetuti da quel
continuo ricondursi a ogni cosa di cui la
vita è maestra - fra i tanti modi di campare
era il più adescante e il meglio remunerato!
Così, da una scelta uscita dalla fame e
dalla fatica, nacquero i ritratti sempre
tentati e mai del tutto riusciti di quando
ancora lavorava con due sgabelli, uno per
sé, l'altro per il cliente, sui marciapiedi
italiani, francesi, svedesi, spagnoli,
brasiliani, con le facce che non
somigliavano abbastanza perché l'artista
potesse esigere un compenso, e via via, a
forza di studiare le strutture dei volti per
dipingerle sempre più vicine all'originale.
Fino al capolavoro di Cuba, con i vecchi
che sono, si direbbe, gli stessi della
Calabria, ma anche, parrebbe, di Arles e di
Gualtieri, dove Van Gogh e Ligabue gli
prestano i gialli, le occhiaie, le rughe per
gli amati, riscoperti ritratti, azzardati da
ragazzo sulle facce di casa, per primo
quelle dei nonni. Lo so, presto tornerà a
volgere gli occhi ai richiami della sua
incancellabile macchia mediterranea, un
rinnovato bisogno di chiarore e di
trasparenza lo spingerà, chi può dirlo,
verso la Grecia, l'Egeo, Creta e sarà un
nuovo addio: alle frutte carnose e sensuali,
ai volti arsi e splendenti, ai fondali
bruciati di Cuba, così grigia e radiosa, già
vissuta e già salutata. Ma è la forza arcana
del "viaggio" a guidargli i passi, a indurlo
verso le sue rotte stralunate e solari, fino
a Itaca, chissà, cioè all'approdo per
eccellenza, magari per trovare , lì,
un altro vento alle vele. |