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"Un Viaggio Nella Perfezione" a cura di Sergio Zavoli

A Franco Azzinari non può in alcun modo servire un mio giudizio sul suo lavoro; ed egli stesso, prudentemente, non me lo chiede. Ma fa di più: per vincere la mia ritrosia di fronte a ciò che non saprei dire - perché non è nelle mie corde parlare, criticamente, di pittura - mi invita a esprimere qualche idea, per dir così, che non impegni nessuno, lasciando le cose come stanno e sem­mai aggiungendovi uno sguardo curioso, perché dopotutto non sono estraneo alla bellezza sia che essa attraversi un artista o si depositi nell'opera sua. Qui sono stato attratto dal percorso di un artista d'impressioni, stupori e persino innocenze, che un viaggio a Cuba trasforma, da pittore di grazia, per dir così, in pittore di segno, di materia, di realtà. Non è la prova di eclettismo a colpirmi - dal momento che ogni vocazione fa i conti con la possibilità che tutto possa essere o diventare diverso - ma il volgersi del talento verso una forma nuova, ineluttabile e, a sua volta, smentibile; non si darebbero, altrimenti, le sta­gioni, gli scenari, le maniere che tengono insieme i "viaggi" dell'artista, senza i quali verrebbe meno, o ne risentirebbe, il valore della ricerca, cioè di una perfettibilità che al tempo stesso è scoperta, tecnica e ispirazione, prodotta dal più governato dei pennelli come dalla sua più irresistibile indocilità. Mi sembra, caro Azzinari, che lei possa compiacersi di tanta energia, cioè di questi quadri che perdono le loro sinopie per diventare lo strato di un'altra età, la falda di un'altra immaginazione. Questa rigenerazione, per nulla definitiva, è augurale: una pittura ormai distinta, convenuta, riconoscibile, che si dà a nuove prove e a nuovi rischi sta dalla parte, quanto meno, della sincerità e del coraggio. Del resto, è bene o male approfondire i segni, la materia, i colori rispetto a sguardi e trasparenze nient'affatto rinnegati, ma solo momentaneamente lontani? A veder bene, è come chiedersi se davvero nessuno va tanto lontano come chi non sa dove sta andando, per fare il verso alla natura misteriosa del "viaggio": Né credo che anche i più fedeli estimatori del prima possano negare il valore del dopo soltanto per ragioni loro proprie, di cultura e di gusto. Certo, chi è in sintonia, poniamo, con il realismo, difende il modo più sicuro di farsi vedere, leggere, e magari vendere; ma altri sosterranno che nulla si apparenta meglio all'arte di quella che Fellini chiamava l'imprecisione della grazia': Come vede, caro Azzinari, non ho in testa alcuna idea spendibile, perentoriamente, sulla sua arte. Erano molte, d'altronde, le cose che non sapevo di lei: ne registro alcune non tanto per riparare a una lacuna, in sé poco o per nulla significativa, quanto per trarne elementi che spieghino ancor meglio, se vi riesco, il suo singolare e vastissimo successo. Ignoravo, ad esempio, che lei fosse l'artista la cui produzione grafica (dimessamente chiama "stampe" i fogli sui quali riproduce le sue opere) è di gran lunga la più diffusa sul mercato nazionale. Ciò milita a favore o no dell'artista? Mi sembra di ascoltare le obiezioni degli esegeti squisiti, elitari, sempre in difesa della "rarità" dell'arte; ma non andrei a scomodare la questione dei canoni, su cui non voglio avventurarmi, bastando il crite­rio della leggibilità, un valore mai respinto in nome dell'arte, comunque essa si esprima. Ci­terò due testimoni a favore, per dir così: un pittore e un poeta, cioè Picasso e Aragon. Il primo, non so quanto polemicamente, dice: "Il reale è ciò che vede la maggioranza"; il secondo, non so quanto innocentemente, afferma: "Solo il normale è poetico" : So bene come il gioco delle citazioni si presti, appunto, a un gioco, ma non avevo altra intenzione che di schierarmi dalla parte di un pittore capace di entrare nelle case di mi­gliaia e migliaia di persone non avvezze a "leggere" la realtà attraverso l'interpretazione dell'arte; gente di modica contentatura, dirà quel sin troppo raffinato esegeta, ma che comincia a valutare l'immagine in base a un criterio nuovo, cioè in una forma che, seppure infedele al reale, tuttavia glielo mostra, misteriosamente, più vero del vero: in definitiva, più sorprendente, più bello! Franco Azzinari, a questo punto, non può essere penalizzato dal suo successo, che egli mette al servizio del cammino - lento, volenteroso, meritevole - di chi si avvicina con i propri mezzi a una più complessa lettura di ciò che è e appare. E allora lasciamo l'artista ai suoi sguardi, alle sue luci, ai suoi stupori, al suo candore culturale e filosofico, se proprio si vuole, ma anche alla sua vigoria immaginativa e cromatica, alla sua consapevolezza tecnica ed espressiva. Egli ama ricordare che viene dal poco, da una Calabria negletta, da una famiglia povera, da una giovinezza incerta, vissuta in mezzo mondo, a fare mestieri duri, come in miniera, finché non si avvide che ritrarre i volti della gente - gli stessi visti ovunque, ripetuti da quel continuo ricondursi a ogni cosa di cui la vita è maestra - fra i tanti modi di campare era il più adescante e il meglio remunerato! Così, da una scelta uscita dalla fame e dalla fatica, nacquero i ritratti sempre tentati e mai del tutto riusciti di quando ancora lavorava con due sgabelli, uno per sé, l'altro per il cliente, sui marciapiedi italiani, francesi, svedesi, spagnoli, brasiliani, con le facce che non somigliavano abbastanza perché l'artista potesse esigere un compenso, e via via, a forza di studiare le strutture dei volti per dipingerle sempre più vicine all'o­riginale. Fino al capolavoro di Cuba, con i vec­chi che sono, si direbbe, gli stessi della Calabria, ma anche, parrebbe, di Arles e di Gualtieri, dove Van Gogh e Ligabue gli prestano i gialli, le occhiaie, le rughe per gli amati, riscoperti ritratti, azzardati da ragazzo sulle facce di casa, per primo quelle dei nonni. Lo so, presto tornerà a volgere gli occhi ai richiami della sua incancellabile macchia mediterranea, un rinnovato bisogno di chiarore e di trasparenza lo spingerà, chi può dirlo, verso la Grecia, l'Egeo, Creta e sarà un nuovo addio: alle frutte carnose e sensuali, ai volti arsi e splendenti, ai fondali bruciati di Cuba, così grigia e radiosa, già vissuta e già salutata. Ma è la forza arcana del "viaggio" a guidargli i passi, a indurlo verso le sue rotte stralunate e solari, fino a Itaca, chissà, cioè all'approdo per eccellenza, magari per trovare , lì,  un  altro  vento  alle vele.

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