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Rubriche d'Arte
dei Critici di
Tuttarteonine |
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"Arte e
critica tra Romanico e Gotico" Il Trecento
a
cura di Gerardo Pecci |
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Con Giotto emerge lo spirito critico della
coscienza moderna dell’arte e della dignità
dell’artista, così come si è accennato in
precedenza. Dante Alighieri non entra nel
merito di un giudizio critico tout court
riguardo alle opere d’arte. Quando egli, nel
canto XI del Purgatorio, cita Cimabue e
Giotto lo fa soltanto per sottolineare (come
giustamente hanno affermato Ernst Kris e
Otto Kurz) attraverso un exemplum morale “la
vana gloria delle umane posse”. Non è
storicamente dimostrato un alunnato di
Giotto presso la bottega di Cimabue. Tale
leggenda, non confermata dalle fonti
contemporanee dei tempi dei due artisti,
risalirebbe agli inizi del XV secolo. La
fantasia popolare ha voluto mettere in
rapporto Cimabue con Giotto in modo da poter
fornire una genealogia “all’eroe cui si
doveva la rinascita dell’arte italiana”
(E. Kris, O. Kurz). La leggenda di Giotto fu
poi citata nei Commentari dello
scultore Ghiberti. Anzi, Pietro Toesca cita
letteralmente le seguenti parole del
Ghiberti, che sottolineano il carattere
naturalistico, rivoluzionario,
dell’espressione pittorica giottesca: “nacque
uno fanciullo di mirabile ingegno il quale
ritraeva dal naturale una pecora.” La
medesima leggenda fu poi letterariamente
resa in prosa elegante nelle celeberrime
Vite vasariane. Tra il 1381-1382
(secondo Luigi Grassi tra il 1400-1405)
Filippo Villani (+ 1438) scrive il famoso
Liber de origine civitatis Florentiae et
eiusdem famosis civibus, e tra gli
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Cimabue,
Madonna di Santa
Trinita, 1285-1286
Firenze,
Uffizi

Giotto,
Il bacio di Giuda, 1303-1305, Padova, Cappella
degli Scrovegni |
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uomini famosi di Firenze cita anche cinque
pittori famosi fiorentini: Cimabue,
Giotto, Maso,
Stefano fiorentino e Taddeo Gaddi. Ciò
significa che anch’essi hanno acquisito
un’importanza non marginale ai fini della
posizione sociale degli artisti nella città
di Firenze e in Toscana. Partendo da Plinio,
il Villani intende affermare l’ingegno
creativo dell’artista unito ad una buona
capacità tecnico-esecutiva dell’opera d’arte
che deve mettere in rilievo la “naturalità”
dei soggetti dipinti. E’ presente, ancora
una volta, l’idea di mimési: è la “leggenda
dell’artista” nel senso indicato
dall’omonimo libro di Ernst Kris e di Otto
Kurz, scritto nel 1934 (tradotto in lingua
italiana, ampliato e ristampato a Torino nel
1979) il quale magistralmente ci fornisce
una storia dei miti, delle leggende e
aneddoti riferiti a fatti “straordinari”
legati a biografie di celebri artisti del
passato, mettendone in evidenza l’eroicità,
la scoperta del talento, il mito del divino
artista e il suo virtuosismo. Allo stesso
modo degli antichi, Villani vuole celebrare
alcuni artisti toscani ponendoli sullo
stesso piano di Parrasio, Apelle, Lisippo,
Policleto, etc. Egli sa che Cimabue è un
innovatore della pittura nel senso della
riconquista del naturalismo, “ad natura
similitudine”, a cui fa seguito la
perfezione di Giotto, verso il quale esprime
una grandissima ammirazione e meraviglia. Ma
non sa esprimere le qualità intrinseche
della pittura di Giotto, gli manca quella
coscienza dell’idea del progresso artistico
che è presente, invece, in Plinio e in
Vitruvio. Tuttavia il Villani ha anticipato
lo schema biografico che troveremo ne “
Le vite dei più eccellenti pittori, scultori
e architetti”, scritte da Giorgio Vasari
a Firenze nel 1550 (prima edizione) e nel
1568 (seconda edizione). |
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