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Rubriche d'Arte
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Gerardo Pecci
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Francesco Cairone
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"I Grandi Dell'Arte"

 
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"Arte e critica tra Romanico e Gotico" Il Trecento
 a cura di Gerardo Pecci

Con Giotto emerge lo spirito critico della coscienza moderna dell’arte e della dignità dell’artista, così come si è accennato in precedenza. Dante Alighieri non entra nel merito di un giudizio critico tout court riguardo alle opere d’arte. Quando egli, nel canto XI del Purgatorio, cita Cimabue e Giotto lo fa soltanto per sottolineare (come giustamente hanno affermato Ernst Kris e Otto Kurz) attraverso un exemplum morale “la vana gloria delle umane posse”. Non è storicamente dimostrato un alunnato di Giotto presso la bottega di Cimabue. Tale leggenda, non confermata dalle fonti contemporanee dei tempi dei due artisti, risalirebbe agli inizi del XV secolo. La fantasia popolare ha voluto mettere in rapporto Cimabue con Giotto in modo da poter fornire una genealogia “all’eroe cui si doveva la rinascita dell’arte italiana” (E. Kris, O. Kurz). La leggenda di Giotto fu poi citata nei Commentari dello scultore Ghiberti. Anzi, Pietro Toesca cita letteralmente le seguenti parole del Ghiberti, che sottolineano il carattere naturalistico, rivoluzionario, dell’espressione pittorica giottesca: “nacque uno fanciullo di mirabile ingegno il quale ritraeva dal naturale una pecora.” La medesima leggenda fu poi letterariamente resa in prosa elegante nelle celeberrime Vite vasariane. Tra il 1381-1382 (secondo Luigi Grassi tra il 1400-1405) Filippo Villani (+ 1438) scrive il famoso Liber de origine civitatis Florentiae et eiusdem famosis civibus, e tra gli

 

Cimabue, Madonna di Santa
Trinita,
1285-1286

Firenze, Uffizi

Giotto, Il bacio di Giuda, 1303-1305, Padova, Cappella degli Scrovegni

uomini famosi di Firenze cita anche cinque pittori famosi fiorentini: Cimabue,    Giotto,     Maso, Stefano fiorentino e Taddeo Gaddi. Ciò significa che anch’essi hanno acquisito un’importanza non marginale ai fini della posizione sociale degli artisti nella città di Firenze e in Toscana. Partendo da Plinio, il Villani intende affermare l’ingegno creativo dell’artista unito ad una buona capacità tecnico-esecutiva dell’opera d’arte che deve mettere in rilievo la “naturalità” dei soggetti dipinti. E’ presente, ancora una volta, l’idea di mimési: è la “leggenda dell’artista” nel senso indicato dall’omonimo libro di Ernst Kris e di Otto Kurz, scritto nel 1934 (tradotto in lingua italiana, ampliato e ristampato a Torino nel 1979) il quale magistralmente ci fornisce una storia dei miti, delle leggende e aneddoti riferiti a fatti “straordinari” legati a biografie di celebri artisti del passato, mettendone in evidenza l’eroicità, la scoperta del talento, il mito del divino artista e il suo virtuosismo. Allo stesso modo degli antichi, Villani vuole celebrare alcuni artisti toscani ponendoli sullo stesso piano di Parrasio, Apelle, Lisippo, Policleto, etc. Egli sa che Cimabue è un innovatore della pittura nel senso della riconquista del naturalismo, “ad natura similitudine”, a cui fa seguito la perfezione di Giotto, verso il quale esprime una grandissima ammirazione e meraviglia. Ma non sa esprimere le qualità intrinseche della pittura di Giotto, gli manca quella coscienza dell’idea del progresso artistico che è presente, invece, in Plinio e in Vitruvio. Tuttavia il Villani ha anticipato lo schema biografico che troveremo ne “ Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti”, scritte da Giorgio Vasari a Firenze nel 1550 (prima edizione) e nel 1568 (seconda edizione).

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