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come la
intendiamo noi oggi. Il medioevo ripudia i
concetti di mimesi e di
proporzione, presenti, invece, nel mondo
classico, nega valore individuale, creativo,
all’artista che lavora; tutto è in funzione
della salvezza eterna, in funzione
dell’educazione, dell’etica e della morale
cristiana. L’arte non ha valore autonomo e
l’artista è un semplice esecutore (artifex)
confinato nelle corporazioni artigiane. Il
merito delle grandi opere d’arte e di
architettura è, invece, riconosciuto al
committente o ideatore (operarius).
Dal punto di vista della letteratura
artistica e della trattatistica d’arte il
medioevo ci offre “accenni di estetica
mistica, trattati di ottica, qualche
repertorio iconografico, cioè l’indicazione
di esempi da copiare, alcuni ricettari
tecnici. Niente dunque che possa costituire
né una teoria dell’arte né una critica
d’arte” (L. Venturi). Le
biografie degli artisti, che pur esistevano
nel mondo classico, sono assenti e la
biografia (come genere letterario) diventa
agiografia, cioè narrazione delle vite dei
santi. Solo qualche artista, in quanto
santo, merita una biografia: è il caso, per
esempio, di S.Eligio, patrono degli orefici.
Per quanto riguarda la trattatistica tecnica
sulla pittura sono da ricordare i libri dei
pittori bizantini del Monte Athos e l’Hermeneia,
che è un buon manuale “uscito dalla
pratica del laboratorio”(Schlosser Magnino)
e ha importanza unicamente come
testimonianza della vita e del lavoro
pratico di una bottega d’arte medioevale. Ma
l’ Hermeneia, sia pur tarda, nella
redazione di Dionysios di Furna (scritta fra
il 1701 e il 1745) rappresenta pur sempre un
punto di riferimento importante per capire
la storia delle tecniche pittoriche usate
nel mondo greco-orientale. Comunque resta
sempre da vedere quanto in essa vi è di
medioevale e quanto si riferisce,
invece, a techiche artistiche più tarde. Il
mondo greco-bizantino e i territori ruotanti
intorno all’area culturale e politica
influenzata dall’Oriente cristiano
s’interessò all’opera d’arte - molte sono le
descrizioni di chiese e opere importanti -
ma solo in quanto espressione dei messaggi
in esse contenuti, solo in quanto
iconografia e precettistica: è assente la
figura dell’artista che le ha prodotte;
manca un vero e proprio giudizio critico di
valore riguardante le singole personalità
degli artisti (bizantini in genere, ma anche
occidentali). Ha valore soltanto l’opera
d’arte e il suo significato, ma non il suo
creatore. Per poter comprendere
correttamente l’arte medioevale è opportuno
dare uno sguardo, sia pure sommario, al
pensiero neoplatonico di Plotino (204 - 270
d.C.). In Plotino noi rintracciamo la
concezione spirituale dell’arte, intesa come
espressione della luce interiore dell’anima
che partecipa della bellezza divina. Si
tratta di una concezione mistico-estetica
che precorre il pensiero cristiano. Plotino
mette da parte i canoni tradizionali di
proporzione e simmetria e concentra la
propria riflessione sui valori luministici e
coloristici delle raffigurazioni. In questo
filosofo compaiono sia il concetto di
imitazione che quello, orientale, di
emanazione per cui un oggetto materiale
diventa bello perché partecipa del
pensiero che discende dal divino. L’arte
trascende la natura perché è fantasia, è
capacità creativa. L’artista è capace di
trasformare la materia (che è “brutta” se
presa in sé) in qualcosa di “bello”. Infatti
il blocco di marmo prima dell’opera dello
scultore è natura, esso è brutto e
insignificante. Ma quando lo scultore l’avrà
scolpito sarà bello ed espressivo perché
apparirà trasformato in una forma pensata,
voluta, studiata dalla mente umana. Così le
arti “non si limitano ad una pura e
semplice imitazione di ciò che passa dinanzi
ai nostri occhi, ma salgono di scatto in
alto alle forme ideali donde nacque la
natura”(Enneadi, V, 8,8). L’idea della
bellezza è presente nell’animo dell’artista
per cui essa è capace di passare alla
materia e in parte la ritroviamo nell’opera
d’arte. La bellezza dell’opera d’arte resta
“tuttavia di gran lunga superiore alla
bellezza che si trova nella natura”(B.
Patera). Plotino attribuisce all’arte un
valore creativo che è proprio
dell’immaginazione dell’artista e gli
consente di operare anche senza un modello
visibile. Proteso tra tardo-antico e
medioevo, accanto alla figura di Plotino,
troviamo S.Agostino (354 - 430 d.C.) il
quale, nelle celeberrime Confessioni,
innalza un inno di lode al Creatore perché
la bellezza delle arti si offre alla vista
come un fatto spirituale che comunque
discende dalla bellezza divina. Egli così si
esprime riguardo alle opere d’arte:
“tutte codeste immagini belle che passano
dalla mente dell’artista alle sue mani abili
sono una emanazione di quella bellezza che è
al di sopra di ogni intelligenza; e ad essa
giorno e notte anela la mia
anima.”(Confessioni, X, 34). E’ doveroso
però affermare che S.Agostino ama in misura
minore la pittura e la scultura rispetto
alla musica e all’architettura. Il filone
del pensiero neoplatonico nell’ambito della
cultura medioevale vede la presenza di un
terzo attore che è S.Tommaso. Per questo
santo la fantasia e l’immaginazione sono
“come un deposito delle forme ricevute dai
sensi [...] San Tommaso esalta il
valore dei sensi. I sensi godono delle
proporzioni, perché esse sono simili a
quello che i sensi contengono in sé. Cioè
noi sentiamo i rapporti obbiettivi, come se
fossero in noi.”(L. Venturi) A questo
punto però è importante ricordare che tutte
queste idee furono riprese in tempi diversi,
nella critica e nelle teorie dell’arte
post-medioevali; ma per il medioevo non
ebbero importanza ai fini della costruzione
di una vera e propria estetica, cioè di una
teoria dell’arte ben definita. Così
l’architettura, la pittura e la scultura
medioevali continuarono “a essere
considerate sotto il loro aspetto pratico,
di mestiere.”(L.Venturi) Altro elemento
importante che apre una chiara luce per la
corretta comprensione dell’arte e
dell’architettura dell’età tardo-antica ci è
offerto dalle innumerevoli descrizioni di
edifici sacri, di culto, cristiani che
furono fatti erigere, dopo l’Editto di
Milano, dall’imperatore Costantino, e da sua
madre Sant’Elena, sia a Roma che nei luoghi
santi della Palestina e in altre città
dell’Impero. Testimone diretto e importante
di quest’attivismo
architettonico-costruttivo cristiano è
senz’altro Eusebio di Cesarea (ca 265 - ca
340 d.C.), biografo dell’imperatore
Costantino e padre della storiografia
ecclesiastica. Eusebio ci offre importanti
descrizioni di varie costruzioni di
basiliche, tra le quali quella del Santo
Sepolcro a Gerusalemme (Vita di
Costantino, III, 23-25) e quella della
Natività a Betlemme (Ibid. III,
41). Gli scritti di Eusebio di Cesarea
sono fonti preziose per l’archeologia
cristiana e per l’iconografia religiosa
cristiana in chiave simbolica. Così, ad
esempio, le dodici colonne dell’abside della
basilica di Gerusalemme simboleggiano il
chiaro ricordo degli Apostoli. Bellissima è,
inoltre, la descrizione che egli fa della
basilica di Tiro, in Fenicia, in occasione
della dedicazione della basilica medesima,
eretta per volontà del vescovo Paolino
(Storia ecclesiastica, X 4, 1-72).
L’arte medioevale, pur nascendo direttamente
dal seno della cultura artistica classica,
porta con sé una nuova espressività
stilistica in senso anticlassico, con
elementi simbolici che si affermano in
maniera sempre più evidente a partire dalla
seconda metà del III secolo d.C. Lo sviluppo
delle arti almeno fino al IV secolo d.C. -
nell’ambito culturale tardoantico - porta
con sé un linguaggio figurativo sempre più
schematico, con forme sempre meno
plastiche, più abbreviate nel disegno, più
convenzionali e popolari (L. Grassi). E
proprio da questa tendenza deriverà,
attraverso una visione inizialmente
ieratica, la bidimensionalità e il
simbolismo del linguaggio artistico
bizantino. Ma dobbiamo anche rilevare, a
scanso di grossolani equivoci, che la
scultura e la pittura cristiane dal III al V
secolo sono improntate a svariati linguaggi
iconografici, con la presenza viva e
penetrante di influssi stilistici di chiara
matrice ellenistica e/o ellenistico-romana.
Ne costituisce un valido esempio il
Sarcofago di Giunio Basso (morto nel
359). Quella che noi chiamiamo col nome di
arte Paleocristiana rientra
nella cultura tardoantica. E il
paleocristiano riguarda piuttosto una
questione di contenuti relativi ai soggetti
e ai simboli delle rappresentazioni (L.Grassi).
E’ l’iconografia (studio della
costituzione e delle modifiche dei soggetti
nell’arte) e l’iconologia (studio dei
significati delle immagini, considerate nel
loro valore segnico-simbolico e semantico,
culturale) che ci permettono di distinguere,
in età tardoantica, l’arte cristiana da
quella laica e pagana. Ogni immagine si
propone come un codice che veicola un
messaggio e così i motivi iconografici della
rappresentazione, ad esempio, del pavone,
del pesce, dell’àncora, della colomba, dei
tralci di vite, ecc., si propongono come
significanti che vogliono alludere a Cristo,
Signore e Dio di tutti gli esseri viventi.
Ed è con un repertorio di temi e di soggetti
iconografici che l’artista medioevale,
spesso indocto, fa i conti; spesso
egli accetta la tematica
iconografico-iconologica senza capirne
totalmente il significato. Così tra codice e
messaggio - tra immagine e significato
dell’immagine - manca strutturalmente la
consapevolezza del significato nascosto
dietro la forma, cioè manca il passaggio
concreto tra il codice e il messaggio (L.Grassi).
Quello che, tuttavia, emerge in maniera
prepotente è la consapevolezza che nel mondo
medioevale cristiano la pittura e le arti
plastiche, coronamento e complemento
dell’architettura sacra, svolgono una
funzione eminentemente comunicativa e
pedagogica grazie ai simboli, alle icone,
alle immagini musive o affrescate sulle
pareti interne delle chiese, alle statue di
marmo, pietra o legno. Le immagini
acquistano una forza comunicativa di grande
valore perché servono agli illetterati.
Infatti, sullo scorcio del VI secolo papa
Gregorio Magno (590-604) dice che “la
pittura si impiega nelle chiese, affinché
coloro che non sanno leggere leggano almeno
sulle pareti, vedendo, le stesse cose che
non saprebbero leggere nei libri.” Alle
spalle dell’artista vi è il teologo il
quale, però, non impedisce all’artista di
esprimersi formalmente con un linguaggio
personale, con una propria personale grafia
e una poetica autonoma. Ciò comunque
sancisce la volontà e il controllo del
committente (la Chiesa) di proporre temi e
soggetti da far eseguire
all’artigiano-artista, attingendoli da
repertori iconografico-biblici ben
individuabili. Noi sappiamo pure che spesso
sotto i mosaici medioevali vi sono delle
scritte: si tratta dei tituli
o superscriptiones cioè brani
epigrafici di anonimi poeti che vogliono
meglio contribuire alla comprensione delle
immagini sacre, conferendo alla parola
scritta un valore di “sostegno” e di
“chiarificazione” dell’immagine: si tratta
di una sorta di didascalia. I “tituli” sono
quindi degli utili complementi letterari che
sostengono ulteriormente il significato
delle raffigurazioni sacre, musive o a
fresco, sulle pareti di molte chiese
medioevali. A Roma, nel mosaico absidale
della chiesa dei SS. Cosma e Damiano
(526-530 d.C.) noi leggiamo il seguente
titulo: “La bella casa di Dio si irradii
di metalli brillanti perché meglio risplenda
la preziosa luce della fede.” E’ il
motivo neoplatonico dell’opera d’arte che
deve riflettere, con i suoi elementi
coloristici e luministici, la luce della
salvezza divina. Nel mosaico absidale in
Sant’Agnese fuori le mura a Roma, invece, vi
è riportato un titulo in cui l’esaltazione
lirica nasce direttamente dall’intuizione
pittorica delle qualità iridescenti del
mosaico, splendente nei colori e nell’oro.
Esso, tradotto in italiano dal latino con il
quale è scritto, così recita nel primo
verso: “L’aurea pittura sorge dalle
tessere musive: sembra che racchiuda tutta
la luce del giorno [...].” E’ la
poetica della Luce che contraddistingue
la lunga stagione dell’arte medioevale, ma è
anche il segno di una spiccata sensibilità
artistica e critica, forse isolata per
l’epoca considerata, verso i valori propri
del linguaggio artistico. |