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Rubriche d'Arte
dei Critici di
Tuttarteonine

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Gerardo Pecci
Ci Presenta:

"Viaggio Nella
Critica D'Arte...
"

 

Francesco Cairone
Ci Presenta:

"I Grandi Dell'Arte"

 
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"Viaggio nella Critica D'Arte - Parte Prima" di Gerardo Pecci

Le fonti della critica dell’arte e della storia dell’arte, ossia l’insieme di documenti, variegato e complesso, che fa parte della più generale “letteratura artistica”, affondano   le   proprie  radici in un contesto culturale

assai ampio. Infatti, è vero che la critica d’arte non solo è legata al rapporto con l’estetica, ma anche al pensiero espresso dagli stessi artisti, dai committenti, dal pubblico, da coloro che esprimono pareri in genere sulle opere d’arte.  La storia della critica dell’arte non è formata soltanto dai trattati tecnico-teorici sulle arti in senso stretto, ma prende in considerazione una quantità infinità ed eterogenea di dati che entrano, più o meno tangenzialmente, nel discorso critico come, ad esempio, i trattati tecnici, le biografie, gli aneddoti, i carteggi, le descrizioni, le epigrafi, e tutto  quanto  possa    rivelarsi  utile  ai fini della messa in luce   di modalità di approccio  e  di giudizio sulle opere d’arte    nel trascorrere   del  tempo. La

Giotto, Prospettiva dipinta.

storia della critica dell’arte si espresse nell’antichità con un concetto importante, che ha avuto risvolti e interpretazioni, le più varie, nel corso del tempo: quello di imitazione della natura. Accanto ad esso però troviamo il concetto di espressione, inteso come espressione del sentimento e della visione del mondo dell’artista. Su questi due cardini possiamo dire che si basa il pensiero della critica dell’arte e quello estetico dall’antichità ad oggi. Il primo porta  con  sé il  concetto  di “oggettività”, ossia  la tendenza degli

Assisi, Basilica inferiore
di San Francesco,
 secondo cantiere di Giotto,
La strage degli innocenti,
 particolare di una madre
che piange il suo bambino morto
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artisti alla rappresentazione fedele della natura, il secondo approda al concetto della soggettività. Il concetto di “imitazione” fu variamente preso come punto di riferimento nella teoria dell’arte dall’antichità al Romanticismo, dopo di che si affermò il concetto dell’arte come libera espressione dell’artista, della sua libera creatività. In realtà, al di là di questa necessaria schematizzazione, nell’arte vi è stata sempre la tensione tra soggetto e oggetto, ossia tra l’imitazione pedissequa della natura e una personale interpretazione, alla ricerca di una superiore “bellezza”, da parte dell’artista. Il dibattito intorno alle arti, poi, è sempre stato puntellato di interpreti di varia estrazione sociale e di varia cultura. Tra essi meritano un posto importante, ad esempio, i letterati. Dante Alighieri, il padre della volgar lingua italiana, ad esempio, non manca di esprimere un giudizio critico sulla miniatura di Franco Bolognese e di Oderisi   da   Gubbio   e  lo fa nella

Commedia quando fa dire a Oderisi che “più ridon le carte che pennelleggia Franco Bolognese: l’onor è tutto or suo. E mio in parte”. Dante in questo verso usa un lessico tecnico che appartiene alla critica d’arte. Quando egli usa il termine “pennelleggia” a proposito dell’atto di dipingere su carta, così come usa anche il termine “alluminare” in rapporto alla pratica tecnica della stesura di luminose campiture dorate stese sui fogli dei codici di carta o pergamena, in contrasto con il nero dell’inchiostro della scrittura, dimostra di conoscere il mondo degli artisti e le loro tecniche. E non è cosa da poco perché egli in questo modo ci offre un giudizio critico, ossia di valore, sull’arte dei due miniatori. Ciò dimostra che i letterati erano in sintonia con gli artisti in un’ideale temperie di comuni sentimenti che li univano, pur nei rispettivi campi disciplinari e professionali e nelle rispettive divisioni corporative di arti e mestieri. Non dimentichiamo, inoltre, che Dante stesso era iscritto alla Corporazione dei Medici e degli Speziali, e in quanto tale era membro della medesima corporazione che riuniva anche i pittori. Gli studi di Antal, prima, e di Baxandall, poi, mettono ben in evidenza l’ambiente sociale in cui operavano gli artisti del Medioevo e del Rinascimento. D’altra parte anche Giovanni Boccaccio, come Dante, aveva una grande ammirazione per Giotto se è vero che nella quinta novella della sesta giornata del Decameron ha scritto che:

« Ebbe un ingegno di tanta eccellenza che niuna cosa dà la natura […], che egli con lo stile e con la penna e col pennello non dipignesse sì simile a quella, che non simile, anzi più tosto dessa paresse, in tanto che molte volte nelle cose da lui fatte si truova che il visivo senso degli uomini vi prese errore, quello credendo esser vero che era dipinto. E per ciò, avendo egli quella arte ritornata in luce, che molti secoli sotto gli error d’alcuni che più a dilettar gli occhi degl’ignoranti che a compiacere allo ‘ntelletto de’ savi dipignendo era stata sepulta, meritamente una delle luci della fiorentina gloria dirsi puote.» Click!

Come possiamo notare, anche nel testo del Boccaccio è evidenziato il concetto classico di “imitazione” della natura da parte di Giotto; si tratta di un topos di origine classica. Ricordiamo, infatti, il noto aneddoto dell’uva dipinta da Zeusi e beccata dagli uccelli. Boccaccio non solo riconosce a Giotto una grande manualità artistica, che lo fa eccellere nelle pratiche del disegno e della pittura, ma gli attribuisce la capacità di produrre una “nuova natura”, altrettanto vera quanto quella naturale, creata con la pratica artistica, con la propria capacità di artifex. A questo proposito c’è da dire che il letterato riconosce all’artista grande dignità e grande importanza e lo ritiene degno di essere ricordato tra le persone più illustri della comune patria fiorentina. Boccaccio non si esime dall’esprimere un vero e proprio giudizio di valore, critico, su Giotto e lo fa nel momento in cui mette ben in evidenza il nucleo del rinnovamento pittorico del grande Maestro fiorentino, che sostituisce alla piattezza della pittura bizantineggiante l’intelletto “de’ savi”, volendo significare che il valore razionale della struttura volumetrica e compositiva dei suoi dipinti creava un nuovo modo di rappresentare il vero, molto più “valido” rispetto ai modelli stilistici precedenti, introducendo la categoria storiografica dell’evoluzione dell’arte, delle forme artistiche, nel tempo della storia.

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