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Rubriche d'Arte
dei Critici di
Tuttarteonine |
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"Viaggio
nella Critica D'Arte - Parte Prima" di Gerardo Pecci |
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Le fonti della critica
dell’arte e della storia dell’arte, ossia l’insieme di
documenti, variegato e complesso, che fa parte della più
generale “letteratura artistica”, affondano le proprie radici in un contesto culturale |
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assai ampio. Infatti, è
vero che la critica d’arte non solo è legata al rapporto
con l’estetica, ma anche al pensiero espresso dagli
stessi artisti, dai committenti, dal pubblico, da coloro
che esprimono pareri in genere sulle opere d’arte. La
storia della critica dell’arte non è formata soltanto
dai trattati tecnico-teorici
sulle arti in senso stretto, ma prende in considerazione
una quantità infinità ed eterogenea di dati che entrano,
più o meno tangenzialmente, nel discorso critico come,
ad esempio, i trattati tecnici, le biografie, gli
aneddoti, i carteggi, le descrizioni, le epigrafi, e
tutto quanto possa rivelarsi
utile ai fini della messa in luce di modalità di
approccio e di giudizio sulle opere d’arte nel
trascorrere del tempo. La |

Giotto, Prospettiva
dipinta. |
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storia della critica
dell’arte si espresse nell’antichità con un concetto
importante, che ha avuto
risvolti e interpretazioni, le più varie, nel corso del
tempo: quello di
imitazione della natura. Accanto ad
esso però troviamo il
concetto di
espressione, inteso come espressione del
sentimento e della visione del mondo dell’artista. Su
questi due cardini possiamo dire che si basa il pensiero
della critica dell’arte e quello estetico dall’antichità
ad oggi. Il primo porta con sé il
concetto di “oggettività”, ossia la tendenza
degli |

Assisi, Basilica inferiore
di San Francesco,
secondo cantiere di Giotto,
La strage degli innocenti,
particolare di una madre
che piange il suo bambino morto.
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artisti alla
rappresentazione fedele della natura, il secondo approda
al concetto della soggettività. Il concetto di
“imitazione” fu variamente preso come punto di
riferimento nella teoria dell’arte dall’antichità al
Romanticismo, dopo di che si affermò il concetto
dell’arte come libera espressione dell’artista, della
sua libera creatività. In realtà, al di là di questa
necessaria schematizzazione, nell’arte vi è stata sempre
la tensione tra
soggetto e
oggetto, ossia tra l’imitazione
pedissequa della natura e una personale interpretazione,
alla ricerca di una superiore “bellezza”, da parte
dell’artista. Il dibattito intorno alle arti, poi, è
sempre stato puntellato di interpreti di varia
estrazione sociale e di varia cultura. Tra
essi meritano un posto
importante, ad esempio, i letterati. Dante Alighieri, il
padre della volgar lingua italiana, ad esempio, non
manca di esprimere un giudizio critico sulla miniatura
di Franco Bolognese e di Oderisi da
Gubbio e lo fa nella
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Commedia
quando fa dire a Oderisi che
“più
ridon le carte che
pennelleggia Franco Bolognese: l’onor è tutto or suo. E
mio in parte”. Dante in questo verso usa un
lessico tecnico che appartiene alla critica d’arte.
Quando egli usa il termine “pennelleggia” a proposito
dell’atto di dipingere su carta, così come usa anche il
termine “alluminare”
in rapporto alla pratica tecnica della stesura di
luminose campiture dorate stese sui fogli dei codici di
carta o pergamena, in contrasto con il nero
dell’inchiostro della scrittura, dimostra di conoscere
il mondo degli artisti e le loro tecniche. E non è cosa
da poco perché egli in questo modo ci offre un giudizio
critico, ossia di valore, sull’arte dei due miniatori.
Ciò dimostra che i letterati erano in sintonia con gli
artisti in un’ideale temperie di comuni sentimenti che
li univano, pur nei rispettivi campi disciplinari e
professionali e nelle rispettive divisioni corporative
di arti e mestieri. Non dimentichiamo, inoltre, che
Dante stesso era iscritto alla Corporazione dei Medici e
degli Speziali, e in quanto tale era membro della
medesima corporazione che riuniva anche i pittori. Gli
studi di Antal, prima, e di Baxandall, poi, mettono ben
in evidenza l’ambiente sociale in cui operavano gli
artisti del Medioevo e del Rinascimento. D’altra parte
anche Giovanni Boccaccio, come Dante, aveva una
grande ammirazione per Giotto
se è vero che nella quinta novella della sesta giornata
del Decameron
ha scritto che:
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«
Ebbe un ingegno di
tanta eccellenza che niuna cosa dà la natura […], che
egli con lo stile e con la penna e col pennello non
dipignesse sì simile a quella, che non simile, anzi più
tosto dessa paresse, in tanto che molte volte nelle cose
da lui fatte si truova che il visivo senso degli uomini
vi prese errore, quello credendo esser vero che era
dipinto. E per ciò, avendo egli
quella arte ritornata in luce, che molti secoli
sotto gli error d’alcuni che più a dilettar gli occhi
degl’ignoranti che a compiacere allo ‘ntelletto de’ savi
dipignendo era stata sepulta, meritamente una delle luci
della fiorentina gloria dirsi puote.»
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Come possiamo notare,
anche nel testo del Boccaccio è evidenziato il concetto
classico di “imitazione” della natura da parte di
Giotto; si tratta di un
topos di
origine classica. Ricordiamo, infatti, il noto aneddoto
dell’uva dipinta da Zeusi e beccata dagli uccelli.
Boccaccio non solo riconosce a Giotto una grande
manualità artistica, che lo fa eccellere nelle pratiche
del disegno e della pittura, ma gli attribuisce la
capacità di produrre una “nuova natura”, altrettanto
vera quanto quella naturale, creata con la pratica
artistica, con la propria capacità di
artifex. A questo proposito
c’è da dire che il letterato riconosce all’artista
grande dignità e grande
importanza e lo ritiene degno di essere ricordato tra le
persone più illustri della comune patria fiorentina.
Boccaccio non si esime dall’esprimere un vero e proprio
giudizio di valore, critico, su Giotto e lo fa nel
momento in cui mette ben in evidenza
il nucleo del rinnovamento pittorico del grande Maestro
fiorentino, che sostituisce alla piattezza della pittura
bizantineggiante l’intelletto “de’ savi”, volendo
significare che il valore razionale della struttura
volumetrica e compositiva dei suoi dipinti creava un
nuovo modo di rappresentare il vero, molto più “valido”
rispetto ai modelli stilistici precedenti, introducendo
la categoria storiografica dell’evoluzione dell’arte,
delle forme artistiche, nel tempo della storia. |
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