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L’evoluzione
artistica degli ultimi decenni si è
dipanata, sfruttando anche la scia di quanto
avevano fatto le avanguardie storiche e no
dei primi del Novecento, lungo un sentiero
attraverso il quale il segno si è fatto
sempre più asciutto e stringato
interpretando, talvolta in maniera persino
inconsapevole, quanto altre forme
letterarie e di riflessione filosofica
andavano costruendo a loro volta, fino a
raggiungere effetti minimali o decisamente
distruttivi. La funzione stessa
dell’artista è sembrata sempre più
orientata alla negazione in un mondo in cui
tutti i valori “acquisiti” venivano di volta
in volta accantonati e/o derisi. Lungo
questa via abbiamo dovuto non di rado
registrare persino rinunce incomprensibili e
delusioni patenti che hanno avvicinato la
stessa espressione artistica al suo grado
zero. In uno scenario così rarefatto,
tuttavia, alcuni artisti hanno per così dire
sentito vivo e ripreso il richiamo della
forma e del segno riproponendoti, l’uno e
l’altra, in un contesto anche mentale
diverso, ovvero del tutto conscio dei
propri limiti e perciò anche inserito in
una strategia nuova e coinvolgente. E’
quella scuola che potremmo definire – ma le
etichette sono anch’esse diventate precarie
se non improbabili – post-moderna, che si
pone al di là di tutta l’esperienza
acquisita e che rielabora, forse anche in
maniera retorica – ma si sa che la retorica
ritorna sempre in tutte le epoche di crisi
o di transizione – i segni dell’arte
tradizionale. Ennio Montariello è un artista
che potremmo fare rientrare in questa nuova
scuola estetica e di pensiero che, forte
della sua naturale propensione al disegno,
imbastisce e restaura le forme per così
dire “ri-significandole”, che pensa cioè
all’opera – e la realizza – con la
consapevolezza che il tempo stesso della
trasposizione tradizionale può essere
superato ovvero non bastare più per capire e
comunicare il mondo. Le forme cioè
“scadono”, perdono di sostanza e per esser
riproposte hanno bisogno di acquisire una
nuova significazione che è appunto uno dei
presupposti dell’opera post-moderna. Nella
figurazione che Montariello ci propone
troviamo i soggetti per così dire consueti,
solo che nel suo tratto le figure acquistano
una risonanza che va oltre il senso comune
e che sembra attingere alle segrete icone
di una memoria rivissuta attraverso lampi e
bagliori che “confondono” e tuttavia
comunicano il sentimento del tempo: immagini
cioè apparentemente abituali che a
“riguardarle” riflettono viceversa una
deriva onirica e rarefatta, quasi come se
l’artista avesse dovuto scavare nel proprio
archivio mentale per pervenire alle
scaturigini del “mestiere” ma più ancora
della stessa condizione umana.
Antonio Filippetti |