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Intervista Al Maestro Dino D'Alessio

Caro Dino D’Alessio, innanzitutto volevo ringraziarti di aver accettato questa intervista che spero possa far comprendere a tutti i visitatori di Tuttarteonline un po’ del tuo mondo pittorico e del tuo universo interiore; proprio per questo motivo ti pregherei di rispondere nel modo più libero possibile a tutte le domande che ti porrò,  così da fugare qualsiasi dubbio in ordine alla tua pittura e a questo tuo particolare simbolismo. So che non stai vivendo un periodo molto felice anche perché il mondo dell’arte sembra essersi chiuso intorno a pochi eletti e sembra non avere spazio per te, per i tuoi quadri, perciò mi auguro che la presenza in queste rubriche possa smuovere un po’ le  cose  e  che   magari  già  da  domani  un  gallerista, un 

amatore, possa chiamarti per dirti: mi piace come dipingi. Ma ora iniziamo subito:

Da quando hai iniziato ad usare i colori e chi è stato il tuo primo Maestro e soprattutto il pittore che preferisci in assoluto?

Ho iniziato a dipingere o meglio a disegnare già da bambino. Ricordo con chiarezza i primi disegni elaborati dal mio sguardo che amava gettarsi su una veduta di fronte casa, la casa dove vivo oggi e che allora fu dei genitori di mio padre. Amavo disegnare anche e in modo direi ossessivo volti e colorarli di tinte chiarissime. Non ho avuto un maestro se per maestro intendiamo un nome di persona;il mio maestro è stata l’ostinata ricerca che suggeriva di volta in volta la mia stessa mano che si rifiutava di eseguire quello che mi riproponevo e mi invitata a tirare fuori dal mio interno, Pascoli direbbe da quel fanciullino nascosto dentro di noi, il mondo di colori e linee. Non prediligo un pittore in assoluto, amo semplicemente l’arte nel senso più ampio del termine; arte come creatività per cui, come ha spiegato Pareyson, essa è un fare che mentre fa inventa il modo di fare. Arte anche come e soprattutto luogo dove si abita e ci si sente a casa propria.

Mi hai raccontato che spesso hai difficoltà anche a comprare il materiale per dipingere, che usi addirittura colori vecchi di anni, ma hai trovato mai una persona generosa nella tua vita?

Forse, persone generose non ne ho incontrare nella vita; tuttavia sono ugualmente contento, spero anche di poter essere in condizione sempre di dare agli altri e non di ricevere, di poter amare gli altri perchè chi ama in modo sincero è vicino a Dio.

Senti, devo dire che ogni volta che guardo i tuoi quadri mi metto a pensare cercando di scrutare i minimi particolari, ma questa sembra un’impresa molto ardua perché le cose da capire e guardare sono tante e i grovigli di colore infiniti; ma che cosa vuoi dire con il tuo simbolismo?

Questo mio modo di dipingere vuole dire semplicemente storie di vicende; storie di persone comuni, di gente umile, di sofferenze altrui, ma anche di speranze e di fede; vorrei giungere al fondo di ciò che pulsa negli occhi di un bambino, di un vecchio, cogliere così il pensiero costante della sua giornata, i progetti, le illusioni. fare questo vorrebbe dire rispondere al quesito della verità della vita, talvolta essa si nasconde proprio nei piccoli gesti quotidiani, negli sguardi, nelle faccende più ordinarie; è come se tutto questo costituisse un ponte che dallo stato caotico della realtà conduce all'altro: quello più metafisico dove risiedono nelle rispettive verità i dolori e le passioni degli uomini. 

Come dovrebbe essere letta un’opera del Maestro di Dino D’Alessio?

Una mia opera qualora meritasse di chiamarsi così può esser eletta come la gente desidera. ognuno ne costituisca un modo di interpretazione, come ho detto prima, si troveranno realtà conosciute e familiari. 

Il tuo grande sogno è fare una mostra personale che non sei mai riuscito a realizzare, ma dimmi una cosa: perché un gallerista dovrebbe avere fiducia nella tua pittura?

Io non so cosa cerchi un gallerista in una tela e penso che un pittore non debba mai dipingere nel tentativo di rispondere a tale domanda. sicché il fatto che un gallerista possa avere fiducia nella mia pittura non deve procedere da me ma dal gallerista stesso, dalle sue esperienze.

Il tuo stile è sicuramente innovativo e va oltre quel modo di dipinge classico che ormai sembra essere superato, ma toglimi una curiosità, perché c’è tanta confusione nei tuoi dipinti, da che cosa deriva?

bisogna capire cosa si intende per confusione; Conte per esempio ha detto che il disordine è una parola che abbiamo inventato per un ordine che non comprendiamo. Voglio dire, quando dipingo non ho convenzioni, l'arte, dicono i pittori del passato, inizia dove meno te l'aspetti. Dipingere per me, come ho spiegato precedentemente, è seguire  un  processo generato da una pulsione che pian piano si fa strada e che cerco mio malgrado di accomodarla sulla tela nel suo modo  più proprio. Lo sappiamo, tutto ciò che arriva dall'inconscio si veste sempre di confusione; esso è dato dallo scontro inevitabile della pulsione di vita e dalla pulsione di morte: l'istinto alla conservazione della vita e l'altro l'autodistruzione.  Di questo se ne è debitori a Freud ma adesso entriamo nei meriti di altre questioni. tornando al discorso sulla confusione, dico che ognuno impara a parlare un linguaggio per esprimere e per esprimersi. questo per problemi non sempre legati a questioni di sopravvivenza. Per linguaggio non intendo la lingua che apprendiamo sia essa italiana o straniera; un campo coltivato da agricoltori è una lingua, un guardino sistemato, un gesto inconsulto   lo    è  altrettanto. il sistema  di vita dei disabili, degli  anziani  parlando una vita; le  cosiddette categorie socialmente      deboli      sono,

purtroppo, vasti gruppi che parlano non dei problemi ma i problemi. così, il contadino, al di là della finalità del campo coltivato, attraverso il campo arato parla se stesso. in tal senso, un linguaggio acquisito ci parla e con esso parliamo. allora, con le mie tele che mi parlano, voglio parlare del mio mondo lasciando che le mie domande sull'infanzia, sul senso della vita, su Dio, si incontrino con quelle della gente di animo più fragile, sensibile. La confusione è argomento di molti studiosi e in modo particolare degli psicologi; la cosiddetta teoria oggettuale meglio conosciuta sotto il nome di modello della relazione tra gli oggetti interni si è occupata di questo; si è chiarito come l'arte di comporre, di disegnare sia un gesto di autochiarimento. insomma, credo che la vita sia un unico sistema di segni, un universo grafico che vada indagato decifrandone le voci più soffuse, i significati più profondi. Sulle tele, a loro volta insiemi di linee, i colori, le rappresentazioni stanno al posto di ciò che vive nella realtà. questa cioè è la fonte  dell'ispirazione; una   parola   pronunciata   da  una  persona   che non

conosco detta in quel modo piuttosto che in un altro mi ispira. il racconto di un anziano di pezzi della sua vita altrettanto; ogni frammento dell'universo vitale induce a dipingere; non dipingo ciò che vedo ma già che sento vedendo. in tale ottica, quella mano appoggiata sul tavolo di una persona che mi sta davanti mentre sono a casa di amici non la dipingo ma disegnerò piuttosto quello che quel gesto mi ha suggerito. Potrò forse e me lo auguro tirare fuori la storia di quella persona o almeno un episodio particolare vissuto di gioia o di dolore, di domande che questa persona si è posta in un dato momento della sua vita. questo è il mio soggetto, la perenne ricerca di quello che sta dietro ogni cosa. ecco dove sta la metafisica, il varco che porta da ciò che si vede a ciò che non si vede. Il colore deve sostituire affannosamente il velo, la scia, gli aloni che lascia questo movimento. Come ordinare tutto questo se non applicando linee o, mi correggo, segni fatti di nero e di rosso bruno cercando così di fermare, rappresentandola sulla tela questa magia. una foglia non è mai soltanto una foglia; un volto non è solamente un  volto. Tecnicamente parlando, ecco perchè una foglia può essere tinta di blu piuttosto che di verde e un volto di rosso-bianco; questo non vuol dire che si tratta di passare mediante una tela di segno in segno per giungere ad altri segni trovandosi così in un circolo vizioso; intanto, è l'altro modo di leggere le cose una volta abbandonato quello consueto. di qui, ci si sente subito in un'altra dimensione in cui lo sguardo trova la strada per cogliere di un albero una infinità di forme. Già Baudelaire aveva fatto della parola una poetica delle corrispondenze facendoci scoprire come i suoni, i colori, i profumi si rispondono. Questo esercizio, vorremmo dire, dove condurrà mai?? io non preferisco rispondere a domande simili, nemmeno, in definitiva, a quella sul senso dell'arte, su quanto essa voglia o possa dire. ritengo che non abbia senso la domande stessa nei meriti di una gestualità che, in quanto tale, si autorappresenta. è quanto afferma kant al riguardo " Il Finalismo senza rappresentazione di Scopo", e Pareyson "La Libertà che pone se stessa che si autorigina togliendosi e, insieme, affermandosi". la libertà di dipingere dunque non deve far si che il pittore si interroghi giacché essa diviene la libertà di essere. Deve piuttosto far interrogare, suscitare negli animi la volontà di sapere, di cercare quello che Hofmansthal ha chiamato " Il Contorno divino delle cose".  Già, poiché, è proprio tale contorno che lascia presagire ciò che lo scrittore chiama "L'ignoto che Appare". Per ignoto può intendersi la bravura di un attore, un sorriso rubato, la melodia di una voce che desta meraviglia. Quando cammino per strada, spesso, è come se diventassi spettatore di me stesso. Voglio dire, non sempre mi identifico con luoghi, cose e persone che mi circondano; allora, fuggo lontano, talvolta, a ritroso per cercare la compagnia di eventi che a volte aiutano a vivere, si intende, spriritualmente. Si tratta, di trovare un luogo che non vuol dire cercare casa per abitarci. la propria dimora è quella che si ha nell'anima, nella mente. Essa è casa propria ovunque, l'identità che si snoda riallacciandosi quando si compie un lavoro, quando si agisce. Essa non è fatta di mattoni ,a di pensieri che ci ammoniscono o ci premiano a seguito di accadimenti che non dipendono da noi. in questo senso, un gusto pittorico, il genere come si conviene, non deve significare la preferenza di un colore ad un altro, oppure la scelta di un soggetto che riprende la realtà fra altri che sfociano nell'astratto o nel  surreale. un gusto pittorico al contrario è lo spazio simbolico dove ci si identifica perchè là si ritrovano le pareti più interiori del proprio essere, le possibilità mai date prima di contemplare l'uomo nella sua forza e nella sua debolezza, nel suo successo e nella sua sconfitta della vita di ogni giorno. Il gesto di dipingere è l'ultima parola che l'uomo ha da ridire sulla propri vicenda; ovviamente non possiamo essere tutti pittori; l'ho detto prima, ognuno attraverso il proprio lavoro fa arte al di là del fine per cui tale lavoro  viene svolto. Ciò. che dispiace è l'inconsapevolezza che rimane di ogni fare; se fosse chiarita a se stessi prima che agli altri renderebbe tutti più vicini a quel contorno divino delle cose, ad una vita più spirituale senza con questo voler invitare a un banale moralismo che imbigottisce l'animo più che coltivarlo. Il filosofo tedesco F.Schlegel ha detto  che  la   spontaneità  è  il carattere spirituale dell'arte. Io direi che lo è   di    ogni    attività. E' difficile

essere  semplici  sia in se stessi che nelle cose che si fanno; mentre è facile essere complessi. Forse, proprio perchè l'uomo, prima fra tutte le creature poichè dotato di ragione. è una figura complessa a se medesimo. un quesito da porre di volta in volta non solo in rapporto agli eventi. Un Quadro , così, può essere anche un luogo dove si sceglie di porre domande, una casa dove rifugiarsi e restare da dove si scappa. Può essere questo e molto altro ancora.

Prima di Iniziare un nuovo quadro ci pensi molto oppure è sempre un impeto continuo che non riesci a controllare???

Non progetto mai la prossima tela, ossia, il disegno preparatorio come viene definito. Ogni tela diventa l'insieme dei rimandi sia di significati in se distinti sia di concatenazioni poichè fanno parte tutte di un medesimo "Filo Rosso" che  si scegli di seguire per non restare indietro. là da dove si è partiti da un ricordo che scatena nel tempo un desiderio di capire, anzi, di chiarire, cercando di evitare che ci si senta feriti da un senso di colpa. Quando solo al cavalletto il mondo intero davanti a me scompare. qualche volta ritorna, di tanto in tanto, come una lucciola che si perde nei colori che ho messo sulla tavola. Spesso, mi fermi, indugio...capita anche qualche scoraggiamento, quello che ho fatto non mi convince ma subito dopo, da qualche minuto trascorso decido che non posso darmi per vinto, non posso smettere, non posso lasciare che quella tela rimanga lì mentre tengo lo sguardo fermo e un pò nervoso fisso nel vuoto del pavimento. Allora, prendo il pennello e lo giro nel giallo ocra con forza e un pò con rabbia e accade che stendendo con gesto calcolato ritorna la lucciola di prima. Si era rintanata nei colori che ho preparato ma è tornata ed ho nell'anima come un palpito contento e così torno a vivere. Ho riscoperto già il Verde brillante come lo desidero è vicinissimo l'azzurro che poco fa sembravano tutti uguali e quindi sterili. Posso farcela, mi accorgo di aver ripreso quel filo. Infatti, quello che mi ero ripromesso davanti al cavalletto, si sta ricomponendo come bambini impauriti che si ritrovano dopo un pericolo. Si ridanno la mano come a formare un cerchio tenendosi stretti per far si che la lucciola non scapi di nuovo e che generi così un'altra magia. 

Dino ti ringrazio di questa tua squisita gentilezza e di nuovo tantissimi complimenti per il tuo lavoro.

Francesco Cairone

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