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La pittura e il linguaggio segnico-coloristico del cilentano
Dino D’Alessio non nasce da uno
“stravolgimento” della linea e del colore,
ma da una costante e ricca ricerca di una
dimensione dinamica del fare arte, intesa
nel senso di dar vita e poesia visiva a temi
e a momenti che toccano la propria
riflessione esistenziale. Temi, luoghi,
soggetti, paesaggi urbani e paesaggi della
memoria sono presenti nel suo tipico
dinamismo di forme e di colori. A ben vedere
si tratta di un vorticoso movimento di forme
e di colori inteso come motore, generatore
di impulsi creativi, e non è una sintesi
disgregativa della sintassi formalistica e
coloristica “tradizionale”, così come
apparentemente potrebbe sembrare. In questi
colori, sempre “vivi”, puri ed “ariosi”,
armoniosi, vi è la centralità e la grandezza
dell’essere umano considerato nella pienezza
del suo “esistere”: nei suoi sguardi, nei
suoi gesti, nella sua psicologia. L’uomo
d’oggi ben s’innesta, vivendolo, in un
paesaggio già antropizzato, storicizzato,
pregno delle tracce e dei segni lasciati
proprio dall’umana attività. Sono i segni
del tempo, le tracce della storia, il
ricordo collettivo di un’umanità che vive
continuamente, direi affannosamente, il
dramma della vita. L’arte fissa questa
realtà, mettendone in luce aspetti e
problemi, forme e movimenti, colori ed
opacità, luci ed oscurità. Ma è l’attimo
creativo - che s’eterna nel gesto sicuro
della pennellata, seguita immediatamente da
un’altra e un’altra ancora - che va oltre,
verso altri attimi, in un continuo divenire
e ricercare nella vita le emozioni e le
ragioni stesse dell’arte. In questo modo
l’arte stessa diventa eternatrice (ed
esternatrice) di gioie e di dolori, di
sentimenti ed emozioni che fanno parte del
nostro vissuto, del nostro vivere
quotidiano, attimo dopo attimo. In fondo, la
pittura di Dino D’Alessio “rifiuta” il
presente perché esso muore nel momento in
cui si realizza, per privilegiare (forse
sotto il segno di Giano, il dio bifronte) il
passato che resta, le opere e i colori che
restano come reperti vivi di un immediato
passato che dialoga direttamente con il
futuro, pur in presenza di un effimero
presente, che non esiste se non nel ricordo
di forme e colori, fatto di pennellate
veloci e meditate, eternate nello spazio
della tela. Le sue tele respirano il senso
del destino: vi ritroviamo gesti e momenti
del vissuto in una continua trama osmotica,
fitta di rimandi alla quotidianità, tra arte
e vita, tra la fugacità e l’immediata morte
del presente, tra la nostalgia del passato e
l’incertezza del futuro. Le sue figure umane
fanno parte di paesaggi “atomizzati” e
“anatomizzati”, fatti di colori vivi, di
grumi di colore, di segni e contorni incisi
come graffiti rupestri, che restano
nell’anima perché scavano dentro le nostre
coscienze malate, nella stramaledetta
società, anch’essa malata, in cui viviamo.
La sua pittura, apparentemente serena,
presenta momenti di altissima tensione
emotiva, che ci costringe a riflettere sulla
frammentazione del nostro “Io”, sulle nostre
laceratissime coscienze. Non a caso le opere
di Dino assomigliano a “puzzle”
cromatico-segnici che, forse, vogliono
mettere in evidenza proprio la
frammentazione e la crisi dell’esistenza
umana. E per questo, a mio avviso, la sua
pittura diventa ancora più ricca ed
emotivamente “accattivante”, sorretta da una
notevole cultura filosofica e umanistica.
Nella pittura di Dino non vi è nulla di
“Naif” perché essa è il frutto di una
profonda cultura che nasce dalla costante
riflessione, la più serena possibile, sul
senso stesso dell’
esistenza umana. |