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Quando finisco di dipingere una tela
provo la solita insoddisfazione; anche
stavolta non ho ottenuto quello che
volevo, mi dico. Ma poi, e non per
consolarmi, penso che se avessi
raggiunto lo scopo, allora quella
sarebbe stata l’ultima; proprio perché
la pittura, come osserva Van Gogh “è
un’altra cosa…” è una ricerca della
linea, del colore, che amo
stravolgere, distruggere, affinché le
mie tele possano rinascere dal
movimento vorticoso che le generano.
La realtà non può essere raccontata
così come ci appare, è necessario
l’intervento critico dell’uomo, la sua
capacità di modificarla interagendo
con essa. Allora, molte volte, osservo
le nuvole, le forme che assumono
mentre il vento soffia su di loro e mi
sembra di scorgere volti umani,
montagne di Paradiso e molto altro.
Osservo anche le distese di spiaggia,
le orme, pensando a come tratterò
sulla mia tela spazi più grandi o
pezzi di stoffa, architetture di
alberi, uomini che camminano. Mi
rapisce molto la profondità dello
sguardo, i sorrisi abbozzati e
posizioni di persone mentre parlano,
discutono o lavorano. Tutto questo per
me è una tela, ove possibile, fermare
su di essa questi momenti, queste
piccole grandi storie di uomini negli
spazi più quotidiani, più semplici e
proprio per questo più significativi;
assumo cioè un paesaggio con gli
oggetti che lo concernono allo stato
immediato, nella dimensione caotica
per poi scovarvi quelle corde che ne
dicono la lingua, le emozioni, cose
interiori che appartengono solo a
quella persona, a quell’albero, a
quella casa. Ma fare arte vuol dire
anche prendere le distanze dalla
realtà nel senso che dipingendo è come
se ci si liberasse da ciò che si
dipinge perché appunto lo si è
interpretato, cambiato, vissuto e
allora si ha il bisogno di passare ad
altro, e questo fa si che, se il
pennello si muove ancora nel suo
lavoro, quella scontentezza che resta
nell’ombra, aumenta man mano che una
tela viene completata e l’altra,
bianca, nuova, reclama il suo
passaggio.
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