|
Non è una
critica (almeno formalmente) specifica, piuttosto una variazione,
diciamo letteraria, sul tema. Figure, volti, ambienti di Nardoni
sono naturalmente, lapalissianamente, proiezioni del mondo
dell'autore. La realtà si riflette sempre nell'animo : di tutti, a maiori
dell'artista, così pronto a recepire le voci
e il colore della vita. Come gli altri artisti, Nardoni sceglie la
sua tranche de vie. In realtà è scelto; perché ciò che si sceglie è
frutto di una disposizione data dal Divino o dalla natura, come
vuoi; è dato da una vocazione che è appello, chiamata. La chiamata
di Nardoni è la simpatia (detto etimologicamente, come sentimento di
partecipazione) per la vita, la giovinezza in specie, che è
proverbialmente la primavera dell'esistere, il
luogo centrale dell'ispirazione poetica, il
momento fulgente della temporalità. Questa la premessa, la
predisposizione alle immagini. Ma quali
immagini? Quale ne è la specifica
distinzione? Compostezza, dignità,
pensosità distinguono le figure delineate
con delicato riguardo in
un silenzio profondo ed
eloquente ad un tempo. Il colloquio tra
amici è colloquio di anime. Non si muovon parole, ma
sentimenti; interni discorsi trasmessi per tramiti
segreti, in
istanti interminabili di silenzio, amabile realtà nel tumulto
strepitoso della vita d'oggi. Puoi vedere così il gruppo che allude
a stilnovistiche costumanze e riunioni, a segrete corrispondenze.
L'a- ria che circola intorno, che fascia e collega figura a figura,
figure e oggetti, animato e inanimato, è metafisica, senza
compromettere la fisicità. Voglio dire, è una sorta di sublime
etere, contiguo al finito e al
sovrumano.
Ciò che è corredo: vesti,
abbigliamento, veli, è complemento del naturale decorum
dei Latini, dell'euprepeia dei Greci: sostanza qualificante di ciò
che vive e passa quaggiù. Vive e passa, detto con accento petrarchesco. "Cosa bella e mortal
passa e non dura",
scriveva il poeta, con virile
rassegnazione e civile malinconia. Così Nardoni nella sua casta
sensitività e direi naturale religiosità, osserva il culto della
onesta bellezza (onesta nel senso medievale, colto, di sinolo di
fisico e spirituale). Si spiega in tal modo quell'attitudine eletta
e pensosa, sottilmente elegiaca, delle figure: dei singoli e dei
gruppi. Non stupisce perciò
quella luce diafana che
illumina l'ambiente, impalpabile disegnatrice di profili, di panneggi, di modanature,
alitando con una musicalità astrale su specchiature e piani e
pareti. Una luce che è fisica e interiore; non complemento, ma
essenza della concezione. Rispondente al disegno dell'animo,
emanante da una traspicua sorgente luminosa (le finestre) e diffusa
su veli ondanti, su vani indefiniti, sgombri di tratti distraenti.
Ciò per un bisogno di sintesi, di lucidità espressiva convergente
sul tema centrale: la
vita giovanile, appunto, la vita nova di dantesca memoria. Detto
questo, il discorso sui mezzi è scontato.
Immagini, colori e segni di una eletta definizione possono
richiamare esempi di prestigiosa tradizione: certa pittura olandese, Vermeer, ad esempio. Chiarismo di tono, effetti di luce, morbidezze
di resa materica sono alcuni dati di un linguaggio, di una parola
mai smentita da cedimenti di contenuto e di forma. |