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Sergio Nardoni...a cura di Pier Francesco Listri

Nello studio-teatrino di Sergio Nardoni, ristretto e insieme smisurato come accade a tutti e luoghi simbolici, si svolge una deliziosa commedia umana, elegante e raffinata, piacevolissima all'occhio, quanto densa di sottili, febbrili,  talora  amari  risvolti. Siamo di fronte  a un artista raro, di qualità diversa dagli stili correnti: un perfetto narratore di esistenze. Nardoni è un quarantenne toscano che cominciò a dipingere secondo i furori di una giovinezza che sposava tempi battaglieri e iconoclasti (gli anni Settanta); molto lentamente è arrivato a un accento così persuasivamente originale: è approdato alla ,, ,, sua isola. Ma non tutto del suo passato è andato perduto; ha salvato per esempio quello scatto dell'occhio tipicamente cinematografico e fotografico, che ancora presiede alla sottile geometria prospettica delle sue tele, a quel taglio delle figure, falsamente in posa, che sono non poca parte del suo fascino pittorico. Guardate queste tanto suggestive tele, lo scenario concreto-astratto è lo spazio del suo studio: la luce (argomento e strumento essenziale della pittura di Nardoni) piove da una finestra, visibile o  invisibile, investe  cose  e figure, le bagna tutte e rende le loro superfici lucide e magiche. Qualcuno, non a torto, ha parlato per lui di "realismo magico". E certo che i suoi dipinti stanno tutti racchiusi nel racconto metafora di una pittura lucente e bloccata come in un sogno che ha però l'incarnato respirante della vita. E  ecco allora che Nardoni sceglie, all'interno del suo universo esistenziale e pittorico, la figura umana e la rappresenta, in modo rigoroso e cauto, distaccato e insieme partecipe, come una serie di simboli che non rinunciano all'ammiccante verità del ritratto; nelle piccole, deliziose, elegantissime nature morte, invece, affronta un multiforme  alfabeto  di cose  e  oggetti,  cani,  fiori, conchiglie, gessi, telefoni, sedie, pennelli, mescolando anagrafe e simbolo in una serie di strutture non prive di elegante nostalgia ma anche di sottile ironia. Perchè accanto a un'affabulazione narrativa, di grande coinvolgimento umano e psicologico, Nardoni sfoggia nelle sue tele anche ironia, appunto, giocosa intenzione di inganno, gusto critico della citazione intelligente e rara. A metà dunque, fra questa fissità di gesto astratto e quasi metafisico, un sottile gusto sciltianesco dell'iperreale, e un elegante inventano della piccola realtà quotidiana, ritratta nel suo lindore formale, sta l'arte suggestiva di questo artista, alle cui spalle c'è tanta storia della pittura, ma nessun modello incombente e prevalente. C'è la sottile ironia leggera di Watteau, ma c'è anche - per una gustosa mistura degli opposti - la tecnica del cinematografo. Rigoroso e cauto Nardoni mette in campo, come cifre di un suo discorso interiore  lungamente  pensato,  cani e  arlecchini,  ragazze  e  fiori,   figure insomma non còlte con la distratta maniera dell'istantanea, ma situate e come bloccate in un'atmosfera iperreale e insieme astratta. Al servizio di queste figure, per riempirle di denso significato, c'è l'ironia dell'artista, la sua assorta contemplazione della natura e della condizione umana. Di rado le tele di un pittore contemporaneo uniscono in sé tanta sovrana eleganza, tanta abilità, e anche un racconto così denso di esistenziali simbologie.


 


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