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Nello
studio-teatrino di Sergio Nardoni, ristretto e insieme smisurato
come accade a tutti e luoghi simbolici, si svolge una deliziosa
commedia umana, elegante e raffinata, piacevolissima all'occhio,
quanto densa di sottili, febbrili, talora amari
risvolti. Siamo di fronte a un artista raro, di
qualità diversa dagli
stili correnti: un perfetto narratore di esistenze. Nardoni è un
quarantenne toscano che cominciò a dipingere secondo i furori di una
giovinezza che sposava tempi battaglieri e iconoclasti (gli anni
Settanta); molto lentamente è arrivato a un accento così
persuasivamente originale: è approdato alla ,, ,, sua isola. Ma non
tutto del suo passato è andato perduto; ha salvato per esempio
quello scatto dell'occhio tipicamente cinematografico e fotografico,
che ancora presiede alla sottile geometria prospettica delle sue
tele, a quel taglio delle figure, falsamente in posa, che sono non
poca parte del suo fascino pittorico. Guardate queste tanto
suggestive tele, lo scenario concreto-astratto è lo spazio del suo
studio: la luce (argomento e strumento essenziale della pittura di
Nardoni) piove da una finestra, visibile o invisibile,
investe cose e figure, le bagna tutte e rende le loro
superfici lucide e magiche. Qualcuno, non a torto, ha parlato per
lui di "realismo magico". E certo che i suoi dipinti stanno tutti
racchiusi nel racconto metafora di una pittura lucente e bloccata
come in un sogno che ha però l'incarnato respirante della vita. E
ecco allora che Nardoni sceglie,
all'interno del suo universo esistenziale e pittorico, la figura
umana e la rappresenta, in modo rigoroso e cauto, distaccato e
insieme partecipe, come una serie di simboli che non rinunciano
all'ammiccante verità del ritratto; nelle piccole, deliziose,
elegantissime nature morte, invece, affronta un multiforme
alfabeto di cose e oggetti, cani,
fiori, conchiglie, gessi, telefoni, sedie, pennelli,
mescolando anagrafe e simbolo in una serie di strutture non prive di
elegante nostalgia ma anche di sottile ironia. Perchè accanto a un'affabulazione
narrativa, di grande coinvolgimento umano e psicologico, Nardoni
sfoggia nelle sue tele anche ironia, appunto, giocosa intenzione di
inganno, gusto critico della citazione intelligente e rara. A metà
dunque, fra questa fissità di gesto astratto e quasi metafisico, un
sottile gusto sciltianesco dell'iperreale, e un elegante inventano
della piccola realtà quotidiana, ritratta nel suo lindore formale,
sta l'arte suggestiva di questo artista, alle cui spalle c'è tanta
storia della pittura, ma nessun modello incombente e prevalente. C'è
la sottile ironia leggera di Watteau, ma c'è anche - per una gustosa
mistura degli opposti - la tecnica del cinematografo. Rigoroso e
cauto Nardoni mette in campo, come cifre di un suo discorso
interiore lungamente pensato, cani e
arlecchini, ragazze e fiori, figure
insomma non còlte con la distratta maniera dell'istantanea, ma
situate e come bloccate in un'atmosfera iperreale e insieme
astratta. Al servizio di queste figure, per riempirle di denso
significato, c'è l'ironia
dell'artista, la sua assorta contemplazione della natura e della
condizione umana. Di rado le tele di un pittore contemporaneo
uniscono in sé tanta sovrana eleganza, tanta abilità, e anche un
racconto così denso di esistenziali simbologie. |