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"Il Pensiero Critico Di Vittoria Conti"

Dei  tanti  artisti  oggi  operanti, Sergio Nardoni dice di apprezzare quelli in cui vede  originalità  e  indipendenza ed impegno a rendere il loro io individuale"carico di tutte le emozioni, i sogni, le nostalgie, le paure e le speranze che agitano la loro esistenza" . Nardoni ha avuto critici ò eccellenti a studiare la sua opera, ma queste parole restano la definizione più esatta e completa ad indicare le sue intenzioni artistiche. Ma come è arrivato ai vasti spazi metafisici e a queste incantevoli favole enigmatiche? Non certo per la solita trafila scolastica, che quasi sempre cancella l'originalità dell'artista incipiente. Alla scuola artistica si avvicina in ritardo, già consapevole di sé, quindi in grado di fare scelte e di giudicare. Ma dalla scuola riuscì a ricavare qualcosa: la possibilità di esperimentare le varie tecniche, assiduamente, ostinatamente, fino a poter portare nella tecnica sua quella superlativa abilità di mano, quel virtuosismo esecutivo che è richiesto dalle sue proprie invenzioni. Cercò nelle letture e nella frequentazione di musei e gallerie di farsi un panorama completo del mondo  dell'arte. Si accorse presto che l'ambiente delle accademie e delle soprintendenze è sempre in ritardo sul passo della storia.E, del resto,le  aule scolastiche riescono a render subito arido e artificiato ogni piglio novatore. Nardoni è un pittore intellettuale, ha una fisionomia che spicca, alla prima occhiata, ma a farlo quello che è ha molto contribuito la convivenza coi grandi  classici  della  pittura,  quelli verso cui lo attirava una qualche affinità di spirito. Quando  ci troviamo davanti alle sue opere,pensiamo alla limpidezza e finitezza, al gran silenzio, di Piero della Francesca, d 'Antonello da Messina, alla solennità, alla lontananza, al mistero dei loro personaggi. L'occhio di Nardoni deve essersi fermato a lungo anche su Velasquez, sulla estrema aristocrazia delle sue semplificazioni formali, sul modo con cui isola e rende dominanti i suoi personaggi, e sull'equilibrio delle composizioni che fa apparire i personaggi come astri immobili. Ma credo che Watteau l'abbia trattenuto ancora di più, per l'onda musicale che investe la scena, per l'abilissima strategia con cui estrae dal reale una bellezza platonica, cioè che appare colta in un mondo sovrumano. Ma, oltre che sui classici del passato, Nardoni si è   formato anche con la frequentazione assidua, ben ponderata, selettiva del '900 italiano, soprattutto quello del filone metafisico: De Chirico, Carrà, e soprattutto Morandi, che è il più metafisico di tutti, quello che ha la pittura più interiorizzata, che discende da lente, silenziosissime meditazioni. Poi devono esserci state esperienze in altri campi, esperienze non da semplice dilettante ma da tecnico per acquistare  padronanza   dei  nuovi strumenti, quelli che oggi possono aiutare l'artista soltanto se questi li sa pienamente dominare e piegare alle proprie intenzioni, e trovarvi incentivi a rendere la propria originalità. Sentirsi figlio del passato (quello lontano e quello più a ridosso) e, insieme, sentirsi figlio del presente, sono due stati mentali i quali, se ben coniugati, possono dare una splendi da completezza all'artista. Tradurre in pittura il mondo interiore d'un uomo d'oggi, è  impresa immensa. Trovare i mezzi visivi adatti - i colori, il tipo di stesura che dia regola alle luminosità e alle trasparenze, manovrare da consumato scenografo spazi e prospettive - questo è solo il principio, perché bisogna che questi mezzi visivi siano portati a rendere le emozioni dell'artista, i voli fantastici, gli stupori e i terrori con l'intensità necessaria perché arrivino a noi, agli estranei. È una grande impresa mettere  ordine  in  quell’immensità. Con  questa  formazione, con  questo apparato intellettuale, Nardoni è arrivato  ad  una  pittura  di vasto  respiro in cui il vero protagonista, quello che domina tutto e subordina tutto a sé, è lo spazio. S'impossessa della luce, regola le zone chiare e quelle in ombra, fa suoi gli oggetti e, più ancora, le figure, dà unità alla composizione. I personaggi sono immobili ma la scena, a causa dei loro vivaci e inverosimili panni e dei loro atteggiamenti, è animata: non si curano di noi, e per questo ci incuriosiscono. Lo spazio che occupa tanta  parte  delle  opere  di Nardoni è attraversato da una musica che ci fa pensare a quella che Pitagora sentiva negli spazi cosmici. Ma quel che conta è il segno che, come ogni altro elemento del quadro,  è stupendo. Non avvertiamo artifici, tutto suona vero, l'invenzione è viva, fresca, giovane, senza compagnia di sofismi, e arriva a noi come un'apparizione improvvisa. Questa pittura è nata da una grande calma e richiede di essere guardata in uno stato di calma assoluta. La sete di libertà (libertà di dire quello che ancora non è stato detto) ha spinto l'artista a interiorizzarsi e, di conseguenza, spinge   l'osservatore a fare altrettanto, a concentrarsi ed ascoltarsi. Più lunga sarà l'osservazione dell'opera e più piena ne sarà la percezione, e sentiremo meglio che l'esecuzione dell'opera è poetica in ogni particolare. Nardoni merita che si faccia particolare attenzione   alla    sua  esecuzione,  la quale - così esatta e finita - non può essere stata che lentissima e guidata da una intelligenza intransigente. Nel lungo tragitto, dalla nascita della prima idea all'opera conclusa, si è avuto non solo un progressivo raffinamento formale, ma i significati si sono intensificati ed ampliati: significati espressi o evocati. Insomma l'opera sembra nata all'improvviso, ma è il frutto di un lungo e fermo proposito.


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