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Dei tanti artisti
oggi operanti, Sergio Nardoni dice di apprezzare quelli in cui vede originalità e
indipendenza ed impegno a rendere il loro io individuale"carico di tutte le
emozioni, i sogni, le nostalgie, le paure e le speranze che agitano
la loro esistenza" . Nardoni ha avuto critici ò
eccellenti a studiare la sua opera, ma queste
parole restano la definizione più esatta e completa ad indicare le
sue intenzioni artistiche. Ma come è arrivato ai vasti spazi
metafisici e a queste incantevoli favole enigmatiche? Non certo per
la solita trafila scolastica, che quasi sempre cancella
l'originalità dell'artista incipiente. Alla scuola artistica si
avvicina in ritardo, già consapevole di sé,
quindi in grado di fare scelte e di giudicare. Ma dalla scuola
riuscì a ricavare qualcosa: la possibilità di esperimentare le varie
tecniche, assiduamente, ostinatamente, fino a poter portare nella
tecnica sua quella superlativa abilità di mano, quel virtuosismo
esecutivo che è richiesto dalle sue proprie invenzioni. Cercò nelle
letture e nella frequentazione di musei e gallerie di farsi un
panorama completo del mondo dell'arte. Si accorse presto che
l'ambiente delle accademie e delle soprintendenze è sempre in
ritardo sul passo della storia.E, del resto,le aule
scolastiche riescono a render subito arido e artificiato ogni piglio
novatore. Nardoni è un pittore intellettuale, ha una fisionomia che
spicca, alla prima occhiata, ma a farlo quello che è ha molto
contribuito la convivenza coi grandi classici della pittura, quelli
verso cui lo attirava una qualche affinità di spirito. Quando
ci troviamo davanti alle sue opere,pensiamo alla limpidezza e finitezza, al gran silenzio,
di Piero della Francesca, d 'Antonello da Messina, alla solennità,
alla lontananza, al mistero dei loro personaggi. L'occhio di Nardoni deve essersi fermato a lungo anche
su Velasquez, sulla estrema aristocrazia delle sue semplificazioni
formali, sul modo con cui isola e rende dominanti i suoi personaggi,
e sull'equilibrio delle composizioni che fa apparire i personaggi
come astri immobili. Ma credo che Watteau l'abbia trattenuto ancora
di più, per l'onda musicale che investe la scena, per l'abilissima
strategia con cui estrae dal reale una bellezza
platonica, cioè che appare colta in un mondo sovrumano. Ma, oltre
che sui classici del passato, Nardoni si è formato anche
con la frequentazione assidua, ben ponderata, selettiva del '900
italiano, soprattutto quello del filone metafisico: De Chirico,
Carrà, e soprattutto Morandi, che è il più metafisico di tutti,
quello che ha la pittura più interiorizzata, che discende da lente,
silenziosissime meditazioni. Poi devono esserci state esperienze in
altri campi, esperienze non da semplice dilettante ma da tecnico per
acquistare padronanza dei nuovi strumenti,
quelli che oggi possono aiutare l'artista soltanto se questi li sa
pienamente dominare e piegare alle proprie intenzioni, e trovarvi
incentivi a rendere la propria originalità. Sentirsi figlio del
passato (quello lontano e quello più a ridosso) e, insieme, sentirsi
figlio del presente, sono due stati mentali i quali, se ben
coniugati, possono dare una splendi da completezza all'artista.
Tradurre in pittura il mondo interiore d'un uomo d'oggi, è
impresa immensa. Trovare i mezzi visivi adatti - i colori, il tipo di stesura che dia regola alle luminosità e alle
trasparenze, manovrare da consumato scenografo spazi e prospettive -
questo è solo il principio, perché bisogna che questi mezzi visivi
siano portati a rendere le emozioni dell'artista, i voli fantastici,
gli stupori e i terrori con l'intensità necessaria perché arrivino a
noi, agli estranei. È una grande impresa mettere ordine in quell’immensità.
Con questa formazione, con questo apparato intellettuale, Nardoni è
arrivato ad una pittura di vasto respiro in cui il vero protagonista, quello che domina tutto e subordina
tutto a sé, è lo spazio. S'impossessa della luce, regola le zone
chiare e quelle in ombra, fa suoi gli oggetti e, più ancora, le
figure, dà unità alla composizione. I personaggi sono immobili ma la
scena, a causa dei loro vivaci e inverosimili panni e dei loro
atteggiamenti, è animata: non si curano di noi, e per questo ci
incuriosiscono. Lo spazio che occupa tanta parte delle opere di Nardoni
è attraversato da una musica che ci fa pensare a quella che Pitagora
sentiva negli spazi cosmici. Ma quel che conta è il segno che, come
ogni altro elemento del quadro, è stupendo. Non avvertiamo
artifici, tutto suona vero, l'invenzione è viva, fresca, giovane,
senza compagnia di sofismi, e arriva a noi come un'apparizione
improvvisa. Questa pittura è nata da una grande calma e richiede di
essere guardata in uno stato di calma assoluta. La sete di libertà
(libertà di dire quello che ancora non è stato detto) ha spinto
l'artista a interiorizzarsi e, di conseguenza, spinge
l'osservatore a fare altrettanto, a concentrarsi ed ascoltarsi. Più lunga sarà
l'osservazione dell'opera e più piena ne sarà la percezione, e
sentiremo meglio che l'esecuzione dell'opera è poetica in ogni
particolare. Nardoni merita che si faccia particolare attenzione
alla sua esecuzione, la quale - così esatta e finita - non
può essere stata che lentissima e guidata da una intelligenza
intransigente. Nel lungo tragitto, dalla nascita della prima idea
all'opera conclusa, si è avuto non solo un progressivo raffinamento
formale, ma i significati si sono intensificati ed ampliati:
significati espressi o evocati. Insomma l'opera sembra nata
all'improvviso, ma è il frutto di un lungo e fermo proposito.
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