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Un interno, una
stanza da lavoro semplicissima e dall'aria quasi monastica. Una
finestra sul fondo. Le persiane verdi accostate a far passare una
luce soffusa e i vetri spalancati sicuramente per il caldo. In primo
piano, davanti alla finestra, un cavalletto
con sopra una grande tela vista
da dietro. E obliquo
rispetto alla finestra, e divide in due la stanza suggerendone la
profondità. Una fuga di mattonelle in basso, verso la parete di
fondo accentua ancora profondità. Sulla sinistra del cavalletto una
sedia. Niente di più. Solo, dall'altra parte della tela, un
triangolo di luce per terra. Viene dalla persiana socchiusa. Tutto è
disposto secondo un gioco calcolato che dà la sensazione di uno
spazio racchiuso e intimo. Finché la piccola stanza in ombra non
diventa un mondo popolato di pochi oggetti, di poche presenze, ferme
ma tutt'altro che immobili. Basta poco, solo il tempo che l'occhio
si abitui a quella luce bruna, forata qua e là da piccoli cerchi
luminosi. Sembra una scenografia costruita, magari quella di un
film. Se fosse thriller sarebbe la stanza dove sta per svolgersi la
scena madre. Tutto la dichiara deserta, l'atmosfera sospesa e
irreale crea una suspance densa e corposa. E Ferie d'agosto, un
dipinto di media grandezza, del 1987. Descrive il vuoto tranquillo e
silenzioso di una camera qualsiasi in una giornata d'estate. È un
dipinto importante per Sergio Nardoni. Una sorta di manifesto in cui
l'artista dichiara i propri referenti, che riconosce tra i classici
del passato come nei maestri moderni. Il Beato Angelico, per
esempio, che ha studiato per l'utilizzo della luce come elemento
strutturale. Una luce che penetra morbida negli spazi, sfiora gli
oggetti, piove sui panneggi, avvolge le figure, fino quasi a
trasfigurarle e renderle assolute. Una luce illusoria, diafana, fuori
dalla condizione quotidiana che Nardoni spiega di aver
conquistato poco a poco dai capolavori del Beato Angelico. L'idea
del ritratto di interno colto nell'intimità quotidiana, invece, con
la luce che entra da una finestra a bagnare gli oggetti sul tavolo,
evoca le stanze di Vermeer. Corretta secondo un gusto che si
richiama più da vicino al nostro Ottocento: dagli interni
claustrali del Puccinelli alle stanze più
borghesi di Lega, anche
queste sempre affacciate su un paesaggio luminosissimo. E quel
cavalletto in primo piano, centro focale della scena, che in alto è
un'infilata di verticali sovrapposte, quasi stralunate: il legno
della finestra, l'asta reggi tela, il blocco fermaquadri, fa venire
in mente il De Chirico ferrarese, con i cavalletti messi in
prospettiva, di sbieco, stirati fino al cielo. De Chirico, la
Metafisica, ma anche il clima più intimista di Novecento. Più vicino
alla pittura delle lente, silenziosissime meditazioni di Morandi, e
al congelamento temporale del realismo magico di Donghi e Cagnaccio
di San Pietro. Al Novecento Nardoni si avvicina da ragazzo, grazie
all'amicizia con il nipote di Felice Carena, di cui inizia a
frequentare la casa di Forte dei Marmi, piena di opere e ricordi;
ascolta i racconti della vedova del pittore, respira quel clima
culturale. Gli piace, studia la Metafisica e passa in rassegna
Valori Plastici. Poi negli anni dell'accademia conosce Antonio e
Xavier Bueno, Pietro Annigoni, i cosiddetti Pittori moderni della
realtà, che nel 1947 a Firenze avevano firmato un manifesto contro
l'astrattismo nascente, scegliendo come nume tutelare proprio De
Chirico. Con loro espone a Firenze, al Forte Belvedere in una mostra
curata da Renato Barilli. È il 1986, sono passati più di trent'anni
a dimostrare la continuità di poetica e la passione per il
figurativo. Tutte queste influenze si ritrovano in Ferie d'agosto,
esempio di pittura colta, ricca di rimandi alla tradizione,
rivisitata con occhi moderni. Dipinto chiave, anche perché segna il
momento di passaggio tra l'esordio e la più recente fase matura del
lavoro di Nardoni. Prima, fino agli anni Settanta, infatti,
l'artista era attratto dagli oggetti. Dipingeva gli strumenti di
lavoro: la tavolozza, i pennelli, gli oli, composti con fiori,
conchiglie, calchi di sculture antiche, in nature morte quasi
monocromatiche, giocate su sottili variazioni tonali. Poi, negli
anni Ottanta, l'inquadratura si è allargata sullo spazio che
ospitava quegli oggetti. L'atelier, spesso vuoto, altre volte con
gli amici che si aggirano tra i quadri. Ripreso da tanti punti di
vista, ma inconfondibile, con la finestra aperta sulla campagna, le
tende mosse dal vento e le
tele voltate verso il muro. Pervaso da una luce soffusa che attenua
tutti i colori. Oggi lo spazio, quello chiuso dello studio o le
ampie vedute sui colli toscani, resta protagonista. Comprimario
accanto ai personaggi che lo
abitano. Giovani in sgargianti abiti
da arlecchino, impegnati
in esercizi da funamboli, acrobati, saltimbanchi, musicisti,
giocolieri, o sorpresi in momenti di quiete, di pausa.
L'atmosfera magica, sospesa, metafisica non cambia. La comparsa
dei teatranti, anzi, accentua il senso di atemporalità, proprio
dello spettacolo. E così che Nardoni rivendica alla pittura la
capacità di creare un mondo che non esiste, come voleva De
Chirico. Le sue immagini, infatti, sono iperreali e astratte
insieme. La definizione scenografica dello spazio, l'evidenza
con cui personaggi e oggetti
sono presentati, esibiti,
creano la sensazione di
assistere a uno spettacolo. Il
lavoro di costruzione dell'immagine, quindi,
è lento e complesso. Le scene non sono
ritratte dal vero, sono il risultato di un
studiato gioco compositivo, in cui convivono sia l'osservazione
diretta del modello che lo struggente affiorare dei ricordi, delle
impressioni, delle visioni che hanno colpito l'artista. Le tele di
Nardoni nascono dalla sapiente combinazione di osservazione,
immaginazione , memoria. |