|
Viene in mente
l'arcano senso della poesia di Montale, e, in particolar modo,
alcuni versi tratti da "Meriggi e ombre": "Il viaggio finisce qui:
Inelle cure meschine che dividono l'anima che non sa più dare un
grido". E' il primo
pensiero che affiora e si fa strada, mentre, lentamente, cominciano
a dispiegarsi alcuni significati arcani della
pittura di Sergio Nardoni, il
temperamento appartato di una cultura figurativa toscana che torna
finalmente a prevalere e a risplendere dopo bui decenni di bassa
speculazione e misera avanguardia. L'ottusità con la quale certuni
erano riusciti a sbarrare, fino a poco tempo fa, ogni uscio al
talento e al mestiere aveva infatti determinato una sorta di
oscurantismo, se non una vera e propria emarginazione, a discapito
di chi, in pittura, seguitava indomito a percorrere, sfidando le sue
naturali difficoltà, la strada maestra, piuttosto che imboccare
invitanti, forse, ma certo inutili scorciatoie. Così era nata una
certa "resistenza" - di idee e ideali, soprattutto - che accomunava
artisti prevalentemente figurativi, scartati a priori,
per non dire
completamente ignorati, da improvvisati critici
progressisti, ostili ad ogni modello classico
che veniva da loro sbrigativamente ritenuto antiquato
e dunque superato. Una provvidenziale,
persino drastica, inversione di
tendenza - originata prima, e poi fortemente sollecitata, dal sempre
più abulico atteggiamento del collezionismo di fronte alle
suggestive proposte del "vendi e fuggi" - in tempi recenti ha invece
improvvisamente ridefinito i contorni di uno scenario impoverito e
svilito in quella che è l'oggettiva sostanza, l'indiscutibile
essenza dell'arte. Sono così tornati o saliti, addirittura, alla
ribalta, anche se non in tutti i casi meritatamente, coloro che nel
concluso arco di tempo hanno preferito, alle effimere luci del
palcoscenico, l'operosa penombra del proprio studio, luogo di
appassionata ricerca, febbrile impegno, oasi silenziosa dove far
lentamente maturare i frutti di una creatività continuamente in
discussione. Ora spetta a loro, agli artisti veri, dare alla verità
il sigillo definitivo della
conferma. Sono legato alla pittura di Sergio Nardoni da
un'antica abitudine: ne apprezzo il carattere raccolto, l'apporto
sentimentale, il pregio della radice
sincera. Stupisco, anzi, del modo piuttosto
superficiale con cui, talvolta, si è provato
ad eticherrarla accrescendo a dismisura
l'importanza delle sue sorvegliare desinenze oniriche,
relegando, così, in secondo piano il valore valore del
sostrato simbolico, il piglio della narrazione allegorica, il
misurato ricorso alla citazione. L'esercizio espressivo
di questo artista, infatti, appare
del tutto compenetrato in una dimensione ideale del tempo e dello
spazio, che pure rivela, in certe sue pieghe enigmatiche, il non
episodico ausilio della memoria. Nella consueta iconografia è allora
uno stupore incontaminaro ad ammantare di fascino il racconto che
pervade la scena, la sosta silenziosa di girovaghi padroni di un
deserto paesaggio, l'atmosfera sospesa che accompagna l'incerto
cammino di curiosi viandanti verso chissà quale mèra. Accade così
che in un'ambientazione persino surreale, fra tracce e segni di un
itinerario che non si sa se fatto o da fare, le figure in primo
piano sembrano sempre sul punto di scomparire verso un altrove
immaginifico, come a liberarsi di una realtà o di un vissuto che
interiormente li opprime. E' senz'altro pittura di impegno, questa,
come rivela la sofferra, metodica elaborazione architettonica e
cromatica che appartiene, peraltro, a tutti coloro che intendono
ancora il sublime mestiere in modo antico. Anche per questo, gli
esiti che si hanno modo di apprezzare nella più recente stagione
creativa di Nardoni, non possono che ribadire la qualità intrinseca
di una pagina pittorica alimentata alla radice da una dimensione
trascendente colma di contenuti, nella quale, ad emergere,
attraverso un traslato evidentemente metaforico, è soprattutto una
certa contemporaneirà immobilizzata nell'anima da troppe
inquietudini e sogni disillusi. Basta osservare un dipinto come "Un
tempo volavano" per rendersene conto: musicisti che indossano panni
da arlecchino suonano e danzano un concerto senza note, un motivo
antico sfumato nella memoria del paesaggio, in una scena che appare
sigillata in un'intimità malinconica, arida di tutto fuorché di
ricordi. Si dirà, una sosta nella consueta allegoria di quel viaggio
che Nardoni da sempre intende come un itinerario di vita e di
conoscenza, una pausa che suggerisce dubbi e riflessioni anche
a chi ha smesso di guardare oltre il
lato superficiale delle cose, forse l'inizio di un'era e di
un'umanità migliore. Quella degli uomini che "Hanno un sogno" e
vivono ogni attimo della loro esistenza "Con amore". Quella di chi
non è stato scalfiro da alcuna prova e nel cuore è rimasto autentico,come
Sergio Nardoni |