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"Da Un Sogno del tempo che fu" a cura di Giovanni Faccenda

Viene in mente l'arcano senso della poesia di Montale, e, in particolar modo, alcuni versi tratti da "Meriggi e ombre": "Il viaggio finisce qui: Inelle cure meschine che dividono l'anima che non sa più dare un grido". E' il primo pensiero che affiora e si fa strada, mentre, lentamente, cominciano a dispiegarsi alcuni  significati  arcani  della pittura di Sergio Nardoni, il temperamento appartato di una cultura figurativa toscana che torna finalmente a prevalere e a risplendere dopo bui decenni di bassa speculazione e misera avanguardia. L'ottusità con la quale certuni erano riusciti a sbarrare, fino a poco tempo fa, ogni uscio al talento e al mestiere aveva infatti determinato una sorta di oscurantismo, se non una vera e propria emarginazione, a discapito di chi, in pittura, seguitava indomito a percorrere, sfidando le sue naturali difficoltà, la strada maestra, piuttosto che imboccare  invitanti, forse, ma certo inutili scorciatoie. Così era nata una certa "resistenza" - di idee e ideali, soprattutto - che accomunava artisti prevalentemente figurativi, scartati  a  priori, per  non dire  completamente  ignorati, da  improvvisati  critici  progressisti, ostili ad  ogni  modello  classico  che  veniva  da loro sbrigativamente ritenuto antiquato  e  dunque  superato. Una   provvidenziale,   persino  drastica, inversione di tendenza - originata prima, e poi fortemente sollecitata, dal sempre più abulico atteggiamento del collezionismo di fronte alle suggestive proposte del "vendi e fuggi" - in tempi recenti ha invece improvvisamente ridefinito i contorni di uno scenario impoverito e svilito in quella che è l'oggettiva sostanza, l'indiscutibile essenza dell'arte. Sono così tornati o saliti, addirittura, alla ribalta, anche se non in tutti i casi meritatamente, coloro che nel concluso arco di tempo hanno preferito, alle effimere luci del palcoscenico, l'operosa penombra del proprio studio, luogo di appassionata ricerca, febbrile impegno, oasi silenziosa dove far lentamente maturare i frutti di una creatività continuamente in discussione. Ora spetta a loro, agli artisti veri, dare alla verità il sigillo definitivo    della    conferma.  Sono legato  alla pittura di Sergio Nardoni da un'antica abitudine: ne apprezzo il carattere raccolto, l'apporto sentimentale, il pregio della radice sincera. Stupisco, anzi, del modo piuttosto superficiale con cui, talvolta, si è provato ad eticherrarla accrescendo a dismisura l'importanza delle sue sorvegliare  desinenze oniriche, relegando, così, in secondo piano  il valore valore del sostrato simbolico, il piglio della narrazione allegorica, il misurato ricorso alla citazione. L'esercizio  espressivo  di questo  artista, infatti, appare del tutto compenetrato in una dimensione ideale del tempo e dello spazio, che pure rivela, in certe sue pieghe enigmatiche, il non episodico ausilio della memoria. Nella consueta iconografia è allora uno stupore incontaminaro ad ammantare di fascino il racconto che pervade la scena, la sosta silenziosa di girovaghi padroni di un deserto paesaggio, l'atmosfera sospesa che accompagna l'incerto cammino di curiosi viandanti verso chissà quale mèra. Accade così che in un'ambientazione persino surreale, fra tracce e segni di un itinerario che non si sa se fatto o da fare, le figure in primo piano sembrano sempre sul punto di scomparire verso un altrove immaginifico, come a liberarsi di una realtà o di un vissuto che interiormente li opprime. E' senz'altro pittura di impegno, questa, come rivela la sofferra, metodica elaborazione architettonica e cromatica che appartiene, peraltro, a tutti coloro che intendono ancora il sublime mestiere in modo antico. Anche per questo, gli esiti che si hanno modo di apprezzare nella più recente stagione creativa di Nardoni, non possono che ribadire la qualità intrinseca di una pagina pittorica alimentata alla radice da una dimensione trascendente colma di contenuti, nella quale, ad emergere, attraverso un traslato evidentemente metaforico, è soprattutto una certa contemporaneirà immobilizzata nell'anima da troppe inquietudini e sogni disillusi. Basta osservare un dipinto come "Un tempo volavano" per rendersene conto: musicisti che indossano panni da arlecchino suonano e danzano un concerto senza note, un motivo antico sfumato nella memoria del paesaggio, in una scena che appare sigillata in un'intimità malinconica, arida di tutto fuorché di ricordi. Si dirà, una sosta nella consueta allegoria di quel viaggio che Nardoni da sempre intende come un itinerario di vita e di conoscenza, una pausa  che  suggerisce  dubbi e riflessioni anche a chi ha  smesso di guardare oltre il lato superficiale delle cose, forse l'inizio di un'era e di un'umanità migliore. Quella degli uomini che "Hanno un sogno" e vivono ogni attimo della loro esistenza "Con amore". Quella di chi non è stato scalfiro da alcuna prova e nel cuore è rimasto autentico,come Sergio Nardoni


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