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“…strappare manifesti dai muri è la
sola compensazione, l’unico modo di protestare contro
una
società
che ha perduto il gusto del cambiamento e delle trasformazioni
favolose”.
E’ in piena attività Mimmo
Rotella, l’artista calabrese divenuto celebre per il suoi
décollages
: quadri ottenuti con sovrapposizioni di manifesti
(soprattutto pubblicità di film o spettacoli di circo) strappati dai
muri, sicchè le immagini che emergono
dalle lacerazioni come dalle impronte di carte incollate e di
calcinacci acquistano intensità visionaria. Rotella elabora questa
tecnica a Roma nel 1953-54: alla sua origine vi è la cultura
informale del gesto casuale, della materia povera.
Ma la novità consiste nell’assumere a
protagonismo le immagini mass-mediali, la cultura figurativa ingenua
dei manifesti con i loro divi. Apprendiamo
dalla viva voce del maestro l’itinerario del suo percorso artistico
in un’intervista fatta da una giornalista nel suo studio milanese.
Mi sembra un atto dovuto riportarne il testo integrale per capire il
pensiero di questo grande artista.
“ Come
nascono i suoi poster strappati?
Tutto,
artisticamente, era stato realizzato. Mi sentivo vincolato in cliché
ripetitivi ed anonimi quando una sera passeggiando rimasi rapito da
un poster e anche rischiando di essere visto e fermato mi misi a
strapparlo. Era diventata una sorta di missione, prenderne il
maggior numero, organizzarci con degli amici e in fase successiva
apportare ai vari affiches dei tagli. I miei lavori vennero notati
nel ‘52 dal famoso critico Villa che rimase talmente colpito da
definire la mia opera uno dei pochi capolavori del periodo.
Organizzò una collettiva nel '53 e un famoso critico e collezionista
americano mi propose di trasferirmi negli Stati Uniti. Questo é
l'inizio del mio successo internazionale.
Le sue
figure femminili sono i miti cinematografici, quella che risalta
su tutte é l'eterna Marilyn ingenua e sensuale, patinata e
carnale. Cosa rappresenta per lei?
Un sogno,
una donna di una bellezza folgorante e di una intelligenza rara.
Cosa
consiglia di fare ai giovani artisti per uscire dall'anonimato?
Attualmente
é molto più arduo affermarsi artisticamente rispetto a quando ho
iniziato io. La vera forza si può trovare solo dentro noi stessi
e dal rapporto che abbiamo con Dio. Un vero artista ha una
vocazione e il suo interlocutore é Dio; la sua é una
illuminazione. Leonardo era un illuminato che conosceva le
regole del cosmo e creava anche per merito della sua profonda e
smisurata fede.
Maestro, Pierre Restany ha definito la sua opera ''una delle più
potenti immagini poetiche della cultura urbana nella sua perenne
modernità''. Ma dove, quando nasce la grande intuizione del
décollage?
«Lei mi pone
una domanda cruciale, a proposito dell’origine della creatività.
Quando scocca la scintilla? Da giovane ero un tipo estremamente
meditativo. I miei amici mi prendevano in giro. Dicevano:
''Rotella pensa, pensa sempre. Che cosa pensa?'' La mia volontà
innovativa, la mia tensione verso soluzioni inedite nasce
proprio dalla meditazione. E’ da essa che, in un momento
estremo, si sprigiona l’illuminazione. Leonardo da Vinci era un
illuminato, e parlava con Dio. Il nostro sogno è riuscire a
parlare con Dio. Nel 1952 tornavo a Roma da un soggiorno negli
Stati Uniti, a Kansas City, dove mi ero recato grazie a una
borsa di studio della Fondazione Fulbright. L’esperienza era
stata molto interessante, ma io mi trovavo adesso in un momento
di crisi profonda. Non volevo più dipingere. Ritenevo che, dopo
Duchamp, tutto fosse stato fatto. Finché, uscendo di casa una
mattina, il mio sguardo incontrò al di là della strada, sul muro
di fronte, un manifesto lacerato. E fu l’illuminazione. Di notte
uscivo per le vie della città a strappare quei manifesti
colorati, destinati a diventare opere d’arte. Fu Emilio Villa a
convincermi definitivamente del valore del mio lavoro, quando
affermò: ''Con questi strappi tu inventi un nuovo spazio, come
sta facendo Fontana con i tagli''. Lo stesso Villa mi organizzò
una mostra a Roma, nel 1955». Una mostra a cui ne
sarebbero seguite tante altre. Pensiamo a ''Cinecittà'', a
Parigi nel 1962, che segnò la sua definitiva consacrazione
internazionale; o agli eventi di cui è stato protagonista negli
Usa.
Mi può
spiegare il perché della prevalenza, nell’ambito del décollage,
dei manifesti a soggetto cinematografico?
«Il cinema è
stato il mio primo, grande amore. Io sono calabrese, ho vissuto
l’infanzia in Calabria. Ebbene, ricordo che a sei anni scappavo
di casa per andare al cinematografo. Quelle immagini mute mi
affascinavano. Adoravo Keaton e Chaplin, ma anche Tom Mix, o le
pellicole di Maciste. Si è trattato di esperienze che hanno
inciso indelebilmente sulle mie scelte artistiche future».
E
cinema significa Marilyn Monroe, protagonista principe delle sue
creazioni. Le sue Marlyn sono state paragonate per importanza a
quelle di Andy Warhol. Nella memorabile mostra che gli Stati
Uniti hanno realizzato in occasione dei cent’anni del
cinematografo le vostre opere aventi per soggetto l’attrice sono
state esposte di fianco l’una all’altra. Quali sono le
differenze tra le vostre due interpretazioni?
«Warhol -
indiscutibilmente il caposcuola della pop art -, essendo americano,
ha proposto una lettura intrisa della cultura del suo Paese. I suoi
lavori sono espressione della logica del consumismo e della
riproducibilità di tutto, anche dei miti. Inoltre in lui - come in
molti dei suoi colleghi e compagni di avventura - la tecnica
prevalente era la serigrafia, ossia una tecnica eminentemente
pittorica. Le mie Marilyn invece sono quelle strappate dai muri,
lungo le strade. Noi europei - e mi riferisco in particolare
all’esperienza riconducibile ai Nouveaux Réalistes - proveniamo da
Duchamp: ci affascina più il ready-made che non il gesto pittorico».
Si può
parlare pure di un maggior coinvolgimento emotivo rispetto agli
americani? Sam Hunter, in un saggio a lei dedicato, suggeriva questa
chiave di lettura, raffrontando, a titolo di esempio, l’''imparzialità''
di Rauschenberg ed il ''sentimentalismo'' che pervade la produzione
europea.
«Condivido
l’opinione di Hunter. Aggiungerei, semmai, che noi siamo anche più
creativi. Sì, vedo più creatività rispetto a loro. Questione di
cultura, come sempre: di storia, di tradizione, di interiorità».
E’ in
questo peculiare contesto che va vista l’elezione, da parte sua, di
Marilyn Monroe ad icona della pagina probabilmente più acclamata, in
una dimensione planetaria, del suo lavoro artistico?
«Certamente.
Parlavo un momento fa di creatività: ebbene, Marilyn è stata e
rimane per me uno strabiliante esempio di creatività. Se la
guardiamo ballare, o cantare nei suoi film, non possiamo che
rimanere stupefatti di fronte a quella sua naturalezza che ha del
miracoloso. Certo, era una donna bellissima: ma io l’ho sempre
ritenuta pure una donna estremamente intelligente. La sua tragica
fine ne ha amplificato il mito, l’ha consegnata all’immortalità. Se
dovessi tuttavia definire la Monroe con un solo aggettivo,
sceglierei ancora una volta ''creativa''».
L’esperienza del décollage si è sviluppata in forme diverse: oltre
al décollage vero e proprio, lei è ricorso spesso al doppio
décollage, o alla sovrapittura.
«Talvolta le mie
opere sono stati puri ready-made; talvolta mi servivano elementi
dalle caratteristiche diverse - per esempio, tracce di colore più
intenso -, ed allora intervenivo in questa direzione
successivamente, ossia sul manifesto già strappato e riportato sul
supporto. La sovrapittura - il gesto pittorico finale apposto sul
manifesto - va intesa nel contesto filosofico del ''messaggio sul
messaggio'': ed appartiene ad un periodo più tardo rispetto al
décollage tradizionale, agli anni Ottanta».
Ciò che
viene sovente sottolineato a proposito di questa tecnica è il
perfetto equilibrio che lei riesce a conseguire tra rigore
compositivo e casualità, la casualità implicita nello strappo.
«Le rispondo con
una parola: questa parola è ''magia''. La magia è un elemento
importante nell’azione artistica. Non tutti i pittori ne sono
provvisti. Io ho avuto la buona ventura di nascere nella terra che
fu, in passato, la Magna Grecia. Pitagora viveva a Crotone, a pochi
chilometri da casa mia. Da allora sono passati millenni, ma l’humus
è lo stesso. La magia, noi, l’abbiamo in dotazione, come bagaglio
genetico. Boccioni è nato a Reggio Calabria. Ma gli esempi che
potrei fare sono diversi. Ecco, credo che si debba fare riferimento
al dono grande che è la capacità di suscitare magia».
Segno,
colore, materia. Che importanza attribuisce a queste tre componenti
della creazione artistica?
Cominciamo dal
segno: apparentemente marginale, si potrebbe credere ad una lettura
superficiale dei suoi décollage, ed invece esplicato con forza nei
frammenti di immagine o delle parole scritte. E’ corretto stabilire
un collegamento, in tal senso, con l’esperienza di espressione
sonora, ossia della pratica della ''poesia fonetica'' da lei attuata
a partire dagli anni Quaranta? Restany definì quest’ultima
un’''esplosione del suono'', mentre per i manifesti lacerati scrisse
di ''esplosione della forma''.
«Sì, questo
collegamento esiste. Esiste un’analogia fra poesia e pittura.
L’invenzione linguistica, lo stravolgimento in senso creativo e
innovativo delle parole, può consentire al poeta di innescare un’''esplosione''
non meno potente di quella permessa al pittore».
Veniamo all’importanza del colore. Lei ha affermato una volta: ''E’
la molla emotiva del colore che fa scattare la mia volontà di
lacerazione''. Torniamo dunque a discorrere di emozioni e di
sentimenti, come dato imprescindibile della sua arte.
«Eh, non ci si
scappa: si ricomincia a parlare di radici. Il caldo della Calabria,
il vento del Mediterraneo… I miei colori non potevano e non possono
essere che questi: colori caldi, mediterranei. Quando non li
trovavo, quando non li trovo, me li vado a cercare. Sì, l’aspetto
dell’invenzione cromatica è sempre stato fondamentale nel mio
lavoro».
Infine,
l’importanza della materia. Lei, specialmente agli inizi della
grande stagione del décollage, utilizzava spesso anche il retro dei
manifesti strappati.
«E’ vero. Ed ho
sempre attribuito a tali interventi pure una valenza per così dire
archeologica. Sì, perché con i manifesti abradevo dai muri della
vecchia Roma frammenti di intonaco, reliquie di mattoni, granelli di
terriccio… A ciò si mescolavano, come per una mistura alchemica, i
colori delle stamperie, i neri, i grigi, con esiti cromatici e
materici davvero stupefacenti».
Quali sono
gli artisti italiani della sua generazione che stima ed apprezza
maggiormente?
«Un nome su
tutti: Lucio Fontana. Mi sento accomunato a lui - oltre che
dall’amicizia e dall’affetto che ci univa - dalla convinzione di
avere entrambi, come intuì Villa, inventato uno spazio nuovo.
Naturalmente non dimentico altre figure di assoluto rilievo, a
cominciare da Burri, che fu però, soprattutto, un ricercatore, un
ricercatore della materia».
E tra le
generazioni successive?
«Mi piacciono
alcuni esponenti della Transavanguardia. Sandro Chia, ad esempio,
per le sue soluzioni nell’ambito del colore e della forma».
Dense e
pregnanti le parole di Rotella, non resta altro da aggiungere.
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