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Nel contesto dell’arte surreale e
fantastica che, col procedere del tempo sempre più s’allarga e si
arricchisce di nuovi contributi
va senz’altro situata l’opera di Franco
Lastraioli. Si tratta di un’opera che, sin dal suo apparire, ha
trovato immediati consensi sia presso la critica qualificata, sia
presso il collezionismo esigente. Un’opera, tuttavia, che a mio
parere merita una ulteriore precisazione, che qui , in breve,
si tenterà di compiere, dal momento
che l’insistenza sui vincoli intessuti dall’artista con
il Surrealismo per così dire « classico » per davvero non mi
sembra interamente giustificata e può, alla fine, indurre a un
giudizio non pertinente: a ritenere, cioè, Lastraioli impegnato in
una azione di recupero culturale. Il che non è vero, non trovando
riscontro nella realtà dell’opera. Infatti, se palese è il
riallacciarsi di Lastraioli a una definita temperie surrealista (ed
ugualmente palese la simpatia rècata in particolare verso Magritte)
è altrettanto chiaro che il giovane artista toscano è sollecitato da
differenti intenzioni. In definitiva mi pare che, dipinto dietro
dipinto, Lastraioli tenda a elaborare una metafora dell’uomo
contemporaneo: a visualizzare la presenza obbligante della
natura naturalis
—
l’Eden perduto che la memoria ammanta
di magìa
—
e la presenza,
altrettanto obbligante, della
natura arti/lcialis
—
il Purgatorio
esistenziale dai congegni tecnologici
—
contrapponendole in termini che
suonerebbero drammatici se l’immagine non venisse trasferita sul
piano di una favola onirica: giacché è fra questi due poli ch’è
costretto 1’u- mano esistere. Lastraioli adombra talora una
nostalgia per l’Età dell’Oro in cui regnava l’armonia fra uomo e
natura, talaltra accenna alla potenza estraniante disumanizzante
dell’ordito tecnologico, infine sottintende la speranza in una
conciliazione dei due opposti termini. Sono momenti diversi di una
vicenda del tutto giustificata nell’iter di un processo di
conoscenza della realtà. Certo, come diceva Artaud, « il
Meraviglioso è alla radice dello spirito
»,
e Lastraioli il Meraviglioso lo
elargisce a piene mani. Tuttavia non si tratta, per sua fortuna, di
un Meraviglioso di derivazione, inscritto in una categoria fissa,
come avviene per l’accademia dei surrealisti minori, bensì di un
Meraviglioso scaturito da una fantasia creativa sicuramente autonoma
: ché se Lastraioli sa scandagliare i labirinti dell’io profondo, sa
saggiare altresì i territori del conscio o, se si vuole,
dell’intelligenza raziocinante. Vorrei dire, anzi, che l’immagine di
Lastraioli mi par giusto sospesa all’ideale incrocio di conoscenza
irrazionale e di conoscenza razionale, a conferma che il suo
itinerario non si arresta nei limiti dell’inconscio ma prosegue fino
alle regioni del conscio supero. Proprio per questo, più che al
vocabolario freudiano e alle solite citazioni della letteratura
surrealista, compresi i manifesti di Breton, è il caso di
rammemorare Jung quando avverte che « il paradosso appartiene ai
beni spirituali più preziosi mentre l’univocità è un segno di
debolezza, poiché unicamente il paradosso è capace di abbracciare la
pienezza della vita, mentre ciò che è univoco, che non ha
contraddizioni, è unilaterale e quindi inadatto a esprimere
l’inafferrabile
».
In effetti, i dipinti di Lastraioli
compongono un inno al paradosso, inteso in senso junghiano
—
e il paradosso, a sua volta, coinvolge
l’osservatore con tutta la forza della sua facoltà rivelatoria. Artista
complesso, dunque, il Lastraioli, che sfugge alle etichette di
comodo, che recepisce a un tempo il sogno e la storia, la
cultura e il dettato instintuale ma che riesce a circuire un’immagine che soltanto a lui
appartiene: siglata dalla sua individua- lità,
nutrita dai succhi misteriosi
di una Stimmung
inconfondibile.
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