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"Il Pensiero Critico di Carlo Munari"

Nel contesto dell’arte surreale e fantastica che, col procedere del tempo sempre più s’allarga e si arricchisce di nuovi contributi va senz’altro situata l’opera di Franco Lastraioli. Si tratta di un’opera che, sin dal suo apparire, ha trovato immediati consensi sia presso la critica qualificata, sia presso il collezionismo esigente. Un’opera, tuttavia, che a mio parere merita una ulteriore precisazione, che qui , in breve,  si  tenterà  di  compiere, dal  momento  che  l’insistenza sui vincoli intessuti  dall’artista  con  il Surrealismo  per così dire « classico » per davvero non mi sembra interamente giustificata e può, alla fine, indurre a un giudizio non pertinente: a ritenere, cioè, Lastraioli impegnato in una azione di recupero culturale. Il che non è vero, non trovando riscontro nella realtà dell’opera. Infatti, se palese è il riallacciarsi di Lastraioli a una definita temperie surrealista (ed ugualmente palese la simpatia rècata in particolare verso Magritte) è altrettanto chiaro che il giovane artista toscano è sollecitato da differenti intenzioni. In definitiva mi pare che, dipinto dietro dipinto, Lastraioli tenda a elaborare una metafora dell’uomo contemporaneo: a visualizzare la presenza obbligante della natura naturalis l’Eden perduto che la memoria ammanta di magìa e la presenza, altrettanto obbligante, della natura arti/lcialis il Purgatorio esistenziale dai congegni tecnologici contrapponendole in termini che suonerebbero drammatici se l’immagine non venisse trasferita sul piano di una favola onirica: giacché è fra questi due poli ch’è costretto 1’u- mano esistere. Lastraioli adombra talora una nostalgia per l’Età dell’Oro in cui regnava l’armonia fra uomo e natura, talaltra accenna alla potenza estraniante disumanizzante dell’ordito tecnologico, infine sottintende la speranza in una conciliazione dei due opposti termini. Sono momenti diversi di una vicenda del tutto giustificata nell’iter di un processo di conoscenza della realtà. Certo, come diceva Artaud, « il Meraviglioso è alla radice dello spirito », e Lastraioli il Meraviglioso lo elargisce a piene mani. Tuttavia non si tratta, per sua fortuna, di un Meraviglioso di derivazione, inscritto in una categoria fissa, come avviene per l’accademia dei surrealisti minori, bensì di un Meraviglioso scaturito da una fantasia creativa sicuramente autonoma : ché se Lastraioli sa scandagliare i labirinti dell’io profondo, sa saggiare altresì i territori del conscio o, se si vuole, dell’intelligenza raziocinante. Vorrei dire, anzi, che l’immagine di Lastraioli mi par giusto sospesa all’ideale incrocio di conoscenza irrazionale e di conoscenza razionale, a conferma che il suo itinerario non si arresta nei limiti dell’inconscio ma prosegue fino alle regioni del conscio supero. Proprio per questo, più che al vocabolario freudiano e alle solite citazioni della letteratura surrealista, compresi i manifesti di Breton, è il caso di rammemorare Jung quando avverte che « il paradosso appartiene ai beni spirituali più preziosi mentre l’univocità è un segno di debolezza, poiché unicamente il paradosso è capace di abbracciare la pienezza della vita, mentre ciò che è univoco, che non ha contraddizioni, è unilaterale e quindi inadatto a esprimere l’inafferrabile ». In effetti, i dipinti di Lastraioli compongono un inno al paradosso, inteso in senso junghiano e il paradosso, a sua volta, coinvolge l’osservatore con tutta la forza della sua facoltà rivelatoria. Artista complesso, dunque, il Lastraioli, che sfugge alle etichette di comodo, che recepisce a un tempo il sogno e la storia, la cultura e il dettato instintuale ma che riesce a circuire un’immagine che soltanto  a lui  appartiene: siglata dalla sua individua- lità, nutrita dai succhi misteriosi    di una Stimmung inconfondibile.

 

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