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La ricerca artistica di Daniela
Tesi appartiene per un verso al Novecento, e per un altro lo
supera decisamente: coniuga in sé le due spinte vive e presenti
nella realtà del nostro secolo, la ricerca dei simboli
(metafore, allegorie, contrasti, figure in anamorfosi,
spaesamenti surrealisti) e la ricerca della pittura;
e risponde a quelle due necessità
che sono state definite, appunto, del quadro in
sé e della pittura in sé. E' una pittura, quella di
Daniela Tesi, dalle apparenze d'immediata godibilità, con un
residuo di costante, sottile, curiosità offerta dal racconto
sempre sul filo dell'evocativo simbolico-narrativo, e dalla
sostanza di preziosa miniera cromatica e tonale. Credo, infatti,
che un quadro vada sempre affrontato e risolto, prima d'ogni
altra operazione, per quello che è: un quadro. Ecco i colori
vivaci, squillanti, aggressivi, ma non stridenti, di questa
pittrice che ha sicuramente amato, e certamente ama, Rousseau e
Chagall, e certamente apprezza la ricerca del Pop Nord-Americano
e di quello che la critica ha consacrato come Internazionale (da
Tom Wasselman e Richard Lindner, da Mel Ramos a Patrick
Caulfield). Quadri che sono una sapiente elaborazione pittorica,
prima d'ogni altra operazione. In questo, infatti, rispondono
pienamente alle esigenze di qualsiasi pittore che si ponga
davanti ad una tela bianca. In più, e siamo sempre nel
Novecento, Daniela Tesi gode con finezza tutta femminile, del
sorriso, tra l'ambiguo e il faceto, per le tante possibili
allusioni, per i sottintesi, maliziosi, ma non maligni, per le
"sorrise parolette brevi" che gorgogliano dalle sue fantolone e
dalle streghette, dai cantimbanchi, dalle sirene, e sirenette,
dalle medusine, e divinità, dai diversi agli homines di positura
differente. Non può non venire in mente Magritte, ma è opportuno
cacciarlo subito dalla finestra (o dalla porta) sapendo che
rientrerà spesso a frequentare la fantasia della pittrice: ma
come un solletico che diviene abitudine, quasi un riflesso
inconscio. Non mi sembra, infatti, che si possa correttamente
parlare di surrealismo. Oppure, se ne può parlare come se ne può
parlare per tutta la pittura fiamminga e nordica in generale del
XVI e XVII secolo. C'è anche, infatti, questa vena di narrativa
dell'assurdo e dell'irreale a far sostanza nella ricerca di Tesi. Ma
ancora non basta, perché c'è qualcosa d'altro, che va oltre il gusto
fumettistico Pop, va oltre l'ironia birichina del gioco
dei contrasti e delle allusioni, va oltre lo
stesso racconto: è, a mio avviso, un recupero. Un recupero, forse
ancora in sordina, ancora non pienamente sviluppato. Ed è questo
recupero che porta di forza la pittura di Daniela Tesi fuori del
Novecento per farne pittura presente, di questo nostro presente
pittorico che ha tagliato i ponti col passato novecentista e
ottocentista, per ricollegarsi ai grandi
filoni che un tempo dicevamo
classici. Un recupero che non si realizza,
tuttavia, usando gli stessi linguaggi (come avviene per i pittori
della schiera di Giuseppe Gatt), che sente desueti, ma le stesse forme
si. E' dunque un recupero delle forme quello che fa della
pittura di quest'artista un progetto futuribile sostenibile ed
un prodotto piacevole e ricco insieme d'interesse. Ecco le forme
del nudo femminile e del ritratto, le forme della coppia umana e
della coppia umana/belluina, e poi anche la forma stessa del
quadro con il recupero frequente dell'ovale dentro il quadro e
lo sviluppo costante di una prospettiva architettonica misurata
ed evidenziata secondo gli schemi più comuni dell'Umanesimo
classico. Se gli accostamenti cromatici fanno venire in mente
quadri e tessuti di Depero e tutto un filone di ricerca
futurista (e siamo agli inizi del nostro secolo), il risultato
lo cancella decisamente (e siamo fuori del nostro secolo)... |