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Sul finire del
Settecento giungono a maturazione le riflessioni filosofiche che
pochi decenni prima avevano portato alla nascita dell’Estetica
moderna. Il “bello” tanto d’arte che di natura, compreso fino a poco
tempo prima indistintamente all’interno del pensiero filosofico
generale, subisce quella che potremmo definire una scissione. La
riflessione filosofica riferita al “bello” d’arte da questo momento
in poi si chiama Estetica. Quella che sommariamente può sembrare
soltanto un’alta specializzazione filosofica riferita all’oggetto
estetico, è la diretta conseguenza di un mondo che sta per cambiare
radicalmente. Siccome il compito della filosofia non è quello di
seguirei tempi ma quello di precorrerli, possiamo dire che la
rivoluzione artistica dell’Ottocento era già contenuta all’interno
di questa prima dichiarazione d’indipendenza dell’arte. Con la
nascita della critica d’arte in seno all’Estetica, l’artista smette
di essere l’esecutore materiale dei desideri pittorici altrui. Lo
spettatore che aveva assistito ai virtuosismi dell’artista chiamato
a gareggiare con la natura per rendere quanto più simile l’opera al
reale, si trova ad interrogarsi sulla volontà dell’artista. L’opera,
concepita attraverso un fare ed una filosofia, si rende di fatto
autonoma dal potere politico e religioso. La pittura che aveva
sempre glorificato i soggetti dettati dal potere si sostituisce al
potere stesso, rappresentando una realtà non “commissionata” e non
condizionata. La grande stagione del Realismo che si serve della
bella pittura per rappresentare la realtà poco edificante delle
miserie umane, si pone come ponte tra passato e futuro. La novità
rivoluzionaria è quella che indica da questo momento in poi
“nell’esposizione” il primo contatto tra l’opera e fruitore.
L’opera, sempre meno servile, diventa sempre più manifesto politico
e sociale. Sostenuta dalla nascente critica d’arte, la pittura, come
la filosofia, diventa luogo di indagine di quella realtà
travagliata, vissuta tra grandi contraddizioni, che si porta
appresso il primo Ottocento. Per l’artista militante non si pone
nemmeno il problema della collocazione. L’adesione al sociale che
gli artisti della prima metà dell’Ottocento incarnano è già un
manifesto politico. Nel momento in cui l’artista si occupa del
disagio operaio e del mondo contadino, di fatto inverte l’ordine di
un programma che lo aveva visto asservito alle manifestazioni di
opulenza gerarchica nobiliare e religiosa che sta lasciando il passo
alla borghesia. Questa stagione che culminerà con i moti parigini
del “48 e che vedrà la militanza artistica di Courbet, Corot,
Daumier, Millet , non solo inaugura la grande stagione del Realismo
ma ne salva i contenuti. Quello che preme sulla porta della storia è
un mondo nuovo e tumultuoso. Gli ampi strati della società che si
raccolgono attorno al bisogno “illuministico” di un nuovo ordine
sociale e culturale è la riprova di questa inedita alleanza tra
borghesia e proletariato. D’altra parte se Baudelaire viene visto
girare con il fucile in spalla tra le barricate dei moti parigini,
significa che la borghesia è in qualche modo uscita allo scoperto.
La pittura attraverso il Realismo si avvia a definire quel rinnovato
rapporto con la realtà fatto di fotogrammi scomodi ed imbarazzanti.
Le immagini dei contadini, degli spaccapietre, degli operai,
sostituiscono nobili e cardinali. Ovvio che né contadini ed operai
possono acquistare le opere degli artisti. L’arte che era sempre
stata fatta per qualcuno, adesso viene fatta per qualcosa: la vera
rivoluzione è in questo atteggiamento. La mostra d’arte che non
avrebbe avuto alcun senso nel Settecento (visto che tutta l’arte era
commissionata), si fa luogo d’incontro e di scambio nell’Ottocento.
E’ da questa nuova terra strappata al passato che l’arte
contemporanea muoverà i suoi passi, osando sempre di più.
Fiorenzo Mascagna |
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