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Rubriche d'Arte
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Gerardo Pecci
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"Viaggio Nella
Critica D'Arte...
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Francesco Cairone
Ci Presenta:

"I Grandi Dell'Arte"

 
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"Pablo Picasso...i periodi blu e rosa"  a cura di Rosa Spinillo

Picasso era nato a Malaga, sulla costa meridionale della Spagna. Nel 1895 dopo aver abitato per anni a la Coruna, la famiglia si trasferì a Barcellona, dove il padre Don  Josè  Ruiz Blasco, trovò occupazione come insegnante alla Scuola di Belle Arti. ( Secondo il costume spagnolo, i figli potevano scegliere il cognome del  padre  o della madre: Picasso scelse quello della madre.) Barcellona, a quel tempo era una città viva e piena di attività culturali; Picasso, precoce nelle ambizioni artistiche, vi conobbe poeti e pittori di idee progressiste e in breve tempo si sentì spinto ad andare a Parigi. Dal 1900 al 1904 risiedè saltuariamente, ma sempre molto a lungo, nella capitale internazionale dell’arte, e poi vi si fermò permanentemente.   Durante  il primo viaggio dipinse la  tipica scena parigina: i vicoli, i larghi boulevards, i caffè all’aperto. Usava colori ora pacati ora brillanti, ma sempre con una pennellata irruente, impaziente e con occhio disincantato. Nell’accentuazione melodrammatica, questi dipinti ricordano Lautrec, Steinlein e l’atmosfera rovente fin de siécle. Verso la fine del 1901 cominciò a fare quadri tutti immersi in una particolare tonalità di blu, scelta probabilmente per il contenuto malinconico. Non era la prima volta che qualcuno usava il blu come patina generale: lo avevano fatto Degas con le sue lavandaie, Gauguin nelle allegorie mistiche della foresta tropicale tahitiana, Cezanne nei cieli della Provenza . In Picasso esso evocava direttamente e indirettamente il senso di infinita irrealtà de l’azur di Mallarmè,  che  sembrava  racchiudere in  una  frase  e in un colore tutto il desiderio e la tristesse dell’età simbolista. I soggetti nascevano probabilmente dalle cattive acque in cui economicamente parlando, Picasso navigava: pezzenti, mendicanti, bambini emaciati e affamati, insomma la miseria umana di Parigi. Nel 1903 quando dipinse Deux femmes à un bar aveva già al suo attivo un numero di lavori enorme, eseguiti in uno stile sicuro, pieno di poesia e di una sentimentalità quasi straziata.  Il tono predominante era ancora il blu:  un blu lugubre, scuro, che echeggiava la pittura spagnola più contenuta. I soggetti facevano pensare al Manet pittoresco degli Ubriachi, alla sua elegante versione parigina dei primi personaggi di Velasquez, mendicanti e buffoni, paria della società. A queste fonti Picasso aggiunse un’attenuazione formale e una spiritualità ardente che ricordano El Greco e che si riflettono nella vulnerabilità delle espressioni e delle attitudini delle sue figure. Era un periodo per Picasso aperto a tutte le influenze, sperimentale   nel   senso più    ampio. Poteva  mancare  il primitivismo di Gauguin? Nasce la Vie che ha per oggetto il ciclo dell’esistenza umana, rappresentata poeticamente in tre aspetti tipici: l’amore giovane, la delusione, la maternità. Come altri dipinti del periodo blu, il quadro è dominato da un senso di pessimismo e di stoica sofferenza e come tutta l’arte di Picasso, esso vibra di allusioni personali, tra cui il dolore dell’artista per la morte della giovane sorella e di un amico intimo, suicidatosi in giovane età e il desiderio venato di rimorso di liberarsi di una madre autoritaria e possessiva.  Intorno al 1905 Picasso attenua la carica malinconica della sua visione aggiungendo il rosa alla tavolozza precedente: ha così inizio “ il periodo rosa” .L’artista comincia a dipingere     attori    da    circo    con maggiore indulgenza, con grazia, rivelando la misura della sua delicata sensibilità. Queste strane tribù di zingari “artisti”, queste ammalianti figure inafferrabili, mezzo eroiche, mezzo tristi, sono creazioni tra le  più poetiche del periodo moderno. Una di esse I Saltimbanchi è senza dubbio il documento figurativo dell’alienazione più eloquente ed espressivo che si conosca: Picasso qui, riesuma l’umanità bistrattata dalla vita già cara a Degas e Lautrec, ma la penetra anche più  profondamente delle  loro  scene di balletto o di cabaret. Rimangono negli occhi come un sogno questi emaciati, quasi lugubri e stoici giovani saltimbanchi, coi loro occhi che sembrano contenere un antico rimprovero, con quei loro profili appena toccati dalla realtà. E c’è in loro come una metafora, la condizione dell’uomo dotato di superiore sensibilità, che lo caccia tra i fuorilegge della società perbene e lo costringe a girovagare senza posa, senza radici. Picasso non avrebbe mai smesso di rivelarsi, affettuosamente preso dalla poesia  triste dei clown; anche nelle invenzioni più astratte sarebbero ricomparse spesso, inafferrabili come sempre le sue marionette  da Commedia dell’Arte. Durante il periodo rosa degli anni 1905-1906 la pittura figurativa di Picasso  acquistò in ampiezza e respiro, attenta ora alla grazia della scultura ellenica e degli affreschi pompeiani. E’ un complemento classico: il rosa, il terracotta, la terra di Siena naturale, ricordano i colori caldi delle decorazioni murali romane e l’ atmosfera della cultura mediterranea antica. Il pittore  stava cercando uno stile più oggettivo, meno sentimentale. Aveva già cominciato a esaminare i vasi greci e la scultura greco- etrusca del Louvre; ai suoi molteplici interessi si aggiungevano gli intagli primitivi e iberici pre- cristiani, ben presto la scultura africana, recentemente scoperta, si sarebbe fatta sentire nel suo operare. Fu un periodo di grandi cambiamenti per Picasso, apparentemente volubili, repentini, caratteristica che avrebbe contrassegnato sempre la sua arte: la grande capacità di ricreare la maniera figurativa classica  equilibrandola con rinvii alla violenza discorde del primitivismo. Il prossimo mese scriverò di Picasso e la rivoluzione cubista.

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