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Picasso era nato a
Malaga, sulla costa meridionale della Spagna. Nel
1895 dopo aver abitato per anni a la Coruna, la
famiglia si trasferì a Barcellona, dove il padre
Don Josè Ruiz Blasco, trovò occupazione come
insegnante alla Scuola di Belle Arti. ( Secondo il
costume spagnolo, i figli potevano scegliere il
cognome del padre o della madre: Picasso scelse
quello della madre.)
Barcellona, a quel tempo era una città viva e
piena di attività culturali; Picasso, precoce
nelle ambizioni artistiche, vi conobbe poeti e
pittori di idee progressiste e in breve tempo si
sentì spinto ad andare a Parigi. Dal 1900 al 1904
risiedè saltuariamente, ma sempre molto a lungo,
nella capitale internazionale dell’arte, e poi vi
si fermò permanentemente. Durante il primo
viaggio dipinse la tipica scena
parigina: i vicoli, i larghi boulevards,
i caffè all’aperto. Usava colori ora pacati ora
brillanti, ma sempre con una pennellata irruente,
impaziente e con occhio disincantato.
Nell’accentuazione melodrammatica, questi dipinti
ricordano
Lautrec,
Steinlein e l’atmosfera rovente fin de siécle.
Verso la
fine del 1901 cominciò a fare quadri tutti immersi
in una particolare tonalità di blu, scelta
probabilmente per il contenuto malinconico. Non
era la prima volta che
qualcuno usava il
blu come patina generale: lo avevano fatto Degas
con le sue lavandaie, Gauguin nelle allegorie
mistiche della foresta tropicale tahitiana,
Cezanne nei cieli della Provenza . In Picasso esso
evocava direttamente e indirettamente il senso di
infinita irrealtà de l’azur di Mallarmè, che sembrava racchiudere in una frase e in un
colore tutto il
desiderio e la tristesse dell’età simbolista. I
soggetti nascevano probabilmente dalle cattive acque in
cui economicamente parlando, Picasso navigava: pezzenti,
mendicanti, bambini emaciati e affamati, insomma la
miseria umana di Parigi. Nel 1903 quando dipinse Deux
femmes à un bar aveva già al suo attivo un numero di
lavori enorme, eseguiti in uno stile sicuro, pieno di
poesia e di una sentimentalità quasi straziata. Il tono
predominante era
ancora il blu: un blu lugubre, scuro, che
echeggiava la pittura spagnola più contenuta. I soggetti
facevano pensare al Manet pittoresco degli Ubriachi,
alla sua elegante versione parigina dei primi
personaggi di Velasquez, mendicanti e buffoni, paria
della società. A queste fonti Picasso aggiunse
un’attenuazione formale e una spiritualità ardente che
ricordano El Greco e che si riflettono nella
vulnerabilità delle espressioni e delle attitudini delle
sue figure. Era un periodo per Picasso aperto a tutte le
influenze, sperimentale nel
senso più ampio. Poteva mancare il primitivismo di Gauguin?
Nasce la Vie che ha per oggetto il ciclo
dell’esistenza umana, rappresentata poeticamente in tre
aspetti tipici: l’amore giovane, la delusione, la
maternità. Come altri dipinti del periodo blu, il quadro
è dominato da un senso di pessimismo e di stoica
sofferenza e come tutta l’arte di Picasso, esso vibra di
allusioni personali, tra cui il dolore dell’artista per
la morte della giovane sorella e di un amico intimo,
suicidatosi in giovane età e il desiderio venato di
rimorso di liberarsi di una madre autoritaria e
possessiva. Intorno al 1905 Picasso attenua la carica
malinconica della sua visione aggiungendo il rosa alla
tavolozza precedente: ha così inizio “ il periodo rosa”
.L’artista comincia a dipingere attori da circo con
maggiore indulgenza, con grazia, rivelando la misura
della sua delicata sensibilità. Queste strane tribù di
zingari “artisti”, queste ammalianti figure
inafferrabili, mezzo eroiche, mezzo tristi, sono
creazioni tra le più poetiche del
periodo moderno. Una di esse I Saltimbanchi è
senza dubbio il documento figurativo dell’alienazione
più eloquente ed espressivo che si conosca: Picasso qui,
riesuma l’umanità bistrattata dalla vita già cara a
Degas e Lautrec, ma la penetra anche più
profondamente delle loro scene di
balletto o di cabaret. Rimangono negli occhi come un
sogno questi emaciati, quasi lugubri e stoici giovani
saltimbanchi, coi loro occhi che sembrano contenere un
antico rimprovero, con quei loro
profili appena toccati dalla realtà. E c’è in
loro come una metafora, la condizione dell’uomo dotato
di superiore sensibilità, che lo caccia tra i fuorilegge
della società perbene e lo costringe a girovagare senza
posa, senza radici. Picasso non avrebbe mai smesso di
rivelarsi,
affettuosamente preso dalla poesia triste
dei clown; anche nelle invenzioni più astratte sarebbero
ricomparse spesso, inafferrabili come sempre le sue
marionette da Commedia dell’Arte. Durante il periodo
rosa degli anni 1905-1906 la pittura figurativa di Picasso acquistò in ampiezza e respiro, attenta ora
alla grazia della scultura ellenica e degli affreschi
pompeiani. E’ un complemento classico: il rosa, il
terracotta, la terra di Siena naturale, ricordano i
colori caldi delle decorazioni murali romane e l’
atmosfera della cultura mediterranea antica. Il pittore
stava cercando uno stile più oggettivo, meno
sentimentale. Aveva già cominciato a esaminare i vasi
greci e la scultura greco- etrusca del Louvre; ai suoi
molteplici interessi si aggiungevano gli intagli
primitivi e iberici pre- cristiani, ben presto la
scultura africana, recentemente scoperta, si sarebbe
fatta sentire nel suo operare. Fu un periodo di grandi
cambiamenti per Picasso, apparentemente volubili,
repentini, caratteristica che avrebbe contrassegnato
sempre la sua arte: la grande capacità di ricreare la
maniera figurativa classica equilibrandola con rinvii
alla violenza discorde del primitivismo. Il prossimo
mese scriverò di Picasso e la rivoluzione cubista. |