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Rubriche d'Arte
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Gerardo Pecci
Ci Presenta:

"Viaggio Nella
Critica D'Arte...
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Francesco Cairone
Ci Presenta:

"I Grandi Dell'Arte"

 
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Edvard Munch "Lo Schermo Dell'Anima"  a cura di Rosa Spinillo

Agli inizi del Novecento, la filosofia positivista che ha dominato il pensiero fino a pochi decenni  prima, si incrina.  L’arte restituisce un’immagine deformata del reale,  filtrato dalla soggettività dell’artista, che si  esprime liberamente  non  solo  per  dilettare, ma   per    provocare  la sensibilità dello spettatore. C’è un diffuso malessere nell’aria e nelle coscienze, l’artista vibra ancora delle espressioni artistiche che hanno segnato gli ultimi decenni del secolo precedente. L’esperienza degli impressionisti e dei pointillistes penetra nel nuovo secolo, sia per i temi affrontati, che seguitano a godere di interesse generale , nel protrarsi di certe atmosfere di Belle Epoque, sia per la tecnica adottata che, specie nella scomposizione di piccoli tocchi di colore suggerita dai pointillistes, trova ancora ampio seguito. Munch  costituisce il più immediato antecedente figurativo per gli espressionisti, anticipandoli. Ma senza il consapevole e inedito scandaglio del dolore trattato in pittura da Van Gogh e senza la potenza e l’espressività del suo colore e della sua linea, l’arte del  norvegese Edvard Munch sarebbe inconcepibile. Munch, come l’artista olandese,  è interessato alla rappresentazione del dolore umano nell’arte e riesce a visualizzare in modo drammatico i propri sentimenti con l’invenzione di  nuovi mezzi pittorici.  Da  naturalista,  a Parigi nel 1889, per prendere atto del livello della pittura francese contemporanea  e cambiare radicalmente direzione. “ Basta con gli interni con gli uomini che leggono e donne che lavorano a maglia”,  scrisse,    riferendosi   probabilmente   ai   Nabis. “ Da qualche parte  ci saranno pure esseri umani che respirano e sentono e amano e soffrono. Io voglio farne un ciclo, una saga di quadri dedicati a loro. La gente capirà quanto sono sacri: gli uomini si leveranno il cappello come se fossero in chiesa” (Deknatel, Edvard Munch, NY, 1950). Munch dipinge      ciò   che può    essere    considerato  come almeno l’inizio di un ciclo, il quadro la danza della vita, nel quale allegoria e analisi psicologica si sovrappongono a un soggetto che ossessiona i Simbolisti e nel Novecento,gli Espressionisti: i diversi ruoli della donna, da vergine idealmente inviolata a tentatrice, a creatura immonda e degradata che rovina l’uomo. In parte, l’idea morbosa e pessimista dei rapporti sessuali Munch l’aveva presa dall’amico Strindberg, il drammaturgo svedese e dalla vita stessa che per    lui,    mentalmente    squilibrato   e   alcolizzato, era  stata un susseguirsi di disgrazie, malattie in famiglia, lutti. La sua straordinaria tematica va dalle misteriose paure sessuali dell’adolescenza, che capì profondamente, all’angoscia paralizzante racchiusa nel suo quadro più famoso, Il grido, in cui l’urlo terrificante si materializza in linee che s’irradiano all’esterno, quasi in un movimento di fuga delle onde sonore, che si dispongono tra il rosso livido e il gelido blu.  Si nota la sensazione di perdersi nell’infinito, come dire la fusione dell’individualità umana e dell’assoluto, deriva dallo stesso bisogno di raggiungere la piena totalità delle cose che  si  riscontra  nelle linee parallele  e forzatamente agitate di Nuit étoilée (Notte stellata), il grande e allucinato dipinto di Van Gogh. La “furia” espressionista  contenuta nelle emozioni catartiche e nella violenza pittorica  di questi quadri è  finalmente raggiunta attraverso l’analisi dello schermo dell’anima. Gli artisti espressionisti      che    seguono     affronteranno    tragedie   personali e  temi fondamentali quali la vita,   l’amore, la morte. Altri invece della “furia” evocheranno il terrore della morte incombente (Hodler), in un’immagine di assoluta immobilità e purezza. Per elevare la dura realtà a più sublimi valori cosmici, l’artista fa della figura umana un’incarnazione di idee e le definisce con una linearità esplicita tanto ossessiva quanto quella di Van Gogh, organizzando tuttavia le forme –  in questo più vicino a Munch – nell’ambito di  uno schema complessivo improntato a un’ emblematica astrazione, spesso ridotto a una sorta di semplice e palese simmetria, ( parallelismo). Munch, Ensor e Hodler, pur lavorando lontani l’uno dall’altro, distanti da Parigi, contribuirono insieme, all’alba del nuovo secolo, a trasformare la sensibilità europea. L’opera di Munch influì in modo significativo sugli sviluppi del più tardo Espressionismo tedesco, non solo attraverso le pitture a olio, ma altrettanto attraverso la grafica. L’artista norvegese tradusse le proprie graffianti immagini del turbamento della psiche moderna in litografie e xilografie, ritenendo – come Gauguin, che si era interessato alle tecniche medievali– che la qualità cruda doveva sottolineare il significato e accentuare la forza del messaggio. L’insoddisfazione nei confronti dei mezzi espressivi tradizionali è un tratto comune a molti artisti degli ultimi anni dell’800, che videro una notevole ripresa d’interesse per tutte le forme grafiche: illustrazione di libri, manifesti, incisioni.

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