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Dubuffet
( Le Havre, 1901 – 1985 )
attraverso una nuova forma di vivace primitivismo
espresse il sentimento predominante di solitudine e
di alienazione proprio
dell’Europa del dopoguerra, con accenti al tempo stesso
comici e terrificanti. Fino all’età di
quarant’anni
Dubuffet era stato poco più
che un’artista dilettante e
discontinuo, occupato più che altro a gestire la
prospera azienda vinicola di famiglia e a godersi la
bella vita parigina. A ricondurlo rigorosamente sulla
strada dell’arte fu la scoperta del libro di
Hans
Prinzhorn “ Bildnerei
des
Geisteskranken” dedicato all’arte prodotta dai
malati di mente. A questo punto
Dubuffet si volse allo studio dell’arte dei
bambini, degli alienati, dei naif, raccogliendone
numerosi esemplari che egli classificò col termine di “
art Brut” e fece di queste forme espressive il modello
per pitture e sculture bizzarramente vitali e gnomiche.
Sia che si
trattasse di graffiti murali,
di arte “patologica” o di altri generi, le sue
sorprendenti ricerche formali partivano dalla condizione
umana anziché dai valori pittorici astratti. Le sue
mostre parigine subito dopo la liberazione
furono una rivelazione, ma
scatenarono reazioni molto diverse. Le sue prime figure,
crude e scopertamente infantili, scarabocchiate e
impiastricciate in colori densi e intrisi di rena, non
lasciavano certamente inespresse le intenzioni
dell’autore: erano allucinanti nel
disegno e drammatiche nella materia, grottesche e
crudeli, ovviamente macabre e tecnicamente ( falsamente)
prodotte da incompetenza. In altre parole erano
culturalmente al livello massimo della raffinatezza. Né
Dubuffet cambiò registro
all’inizio degli anni Cinquanta, quando presentò la
serie di “ Corps de
dames” dove alla rituale
rozzezza della materia si aggiungevano le anatomie “
geografiche” del corpo femminile che, scartato l’ideale
classico, ricordavano
piuttosto gli archetipi degli arcaici culti della
fertilità. Ma anche qui un
ricatto c’era: la materia, le pose e l’ambiguità
spaziale conferivano loro una forza espressiva
paragonabile alle cose migliori della pittura astratta.
L’arte di Dubuffet è vicina
al Surrealismo, ma più nel metodo che
nell’atteggiamento. Egli disse che “la chiave di tutto
non deve essere dove ce lo
immaginiamo: io ho l’impressione che il mondo sia
governato da strani meccanismi dei quali noi non ne
abbiamo la più pallida idea”. Negli “assemblages”
( così chiamò i collage ) impiegò
campioni di materia organica – licheni, foglie, ali di
farfalla, spugne, cenere, pezzi di lava – come i cubisti
usavano carta e legno. Dai Surrealisti differì
anche perché si rifece a
oggetti di culti antichi per creare un “ miscuglio di
consuetudine e di terrore”. Agli inizi degli anni
Sessanta, Dubuffet, cominciò
la serie di quadri decorativi che chiamò “L’Hourloupe”,
titolo senza significato. Il nuovo stile (che perseguì
fino alla morte) applicato in
pittura, in scultura e nei cosiddetti “praticables”
(“praticabili” o quinte teatrali), rivelò subito di
discendere dalla rituale compattezza del disegno e dal
senso di straniamento
dell’arte psicotica. Dubuffet
era sempre stato attirato dal mondo fantastico della
mente malata per il dramma non solo psichico ma visivo
che contiene, e perché vi vedeva un’alternativa
al sistema estetico super- educato. La nuova cosmologia
dell’artista era popolata di frammenti da commedia
umana, oggetti banali che conducono una vita
tutt’altro che banale,
mobili che impersonano
uomini, i quali impersonano alberi, e costruzioni che
illustrano idee. Grazie allo splendido controllo della
forma, categorie, specie e perfino proprietà fisiche si
confondono tutte nell’impasto finale. Alla “commedia
umana” dei crudeli e comici ritratti del primo
dopoguerra Dubuffet
successivamente ha aggiunto
un elemento farsesco alquanto sinistro, un pozzo scuro
nel quale le risonanze psichiche trovano eco, per
intenderci, nelle inanità e nelle straziate caricature
di Ionesco, suo amico intimo
fin dagli anni Quaranta. Infatti
il lato fantastico de “L’ Hourloupe”
è allegro nel disegno elementare
e
nei colori da asilo infantile, ma solo in superficie:
sotto si percepisce che è l’equivalente plastico della
mente in catene.
Fino a “ L’Hourloupe”
e ai “praticables”
scultoreo- architettonici di
grandi dimensioni, Dubuffet
andava collocato quasi
eslusivamente nell’area cupa del dopoguerra,
l’epoca delle spettrali sculture di
Giacometti. Ma poi
venne “L’Hourloupe”,
appunto, e fu chiaro che Dubuffet
– non solo nelle tele, ma nelle sculture e nelle
fantasie architettoniche – creava più spazio, cercava di
dare al suo stile maggiore respiro. Anche nella sua
ultima produzione, che è stata forse la più
stimolante in Europa, insieme
a quella della giovane generazione neo- espressionista,
Dubuffet
appare di statura ormai pari, o quasi, a quella di
Klee e di
Schwitters, mentre sempre
più si chiarisce il suo ruolo di
alter- ego delle esperienze Pop e
Funk degli anni Sessanta. |