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Rubriche d'Arte
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Francesco Cairone
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"I Grandi Dell'Arte"

 
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"Frida Kahlo..." a cura di Rosa Spinillo


Cosa accadrebbe
se una donna
dicesse la verità sulla sua vita?
Il mondo
Si spaccherebbe in due

Muriel Rukeyser

Selvaggia e passionale come il suo paese d’origine, il Messico, violenta e dolcissima come l’attaccamento alla vita che la caratterizzò, visionaria e realistica come i suoi quadri, Frida Kahlo ( 1907 -1954) è sicuramente una delle più grandi artiste contemporanee, a lungo misconosciuta ma recentemente scoperta dalla critica. Immobilizzata sin dall’età di diciassette anni, in seguito alla poliomielite e a un grave incidente automobilistico, Frida partecipò attivamente alle vicende rivoluzionarie del suo paese, trovando infine nella pittura lo strumento più versatile per esprimere la sua disperata vitalità. Allieva, moglie e musa di Diego Rivera, ebbe contatti fecondi e a volte burrascosi, con molti protagonisti dell’arte europea tra le due guerre – Duchamp, Breton, Picasso, Kandiskij, tra gli altri- lasciando a tutti il ricordo di un artista tormentata e inconfondibile, di una personalità straziata e indimenticabile. Per Frida, la verità era da ricercarsi non tanto nella propria vita, quanto, piuttosto nell’affermazione del proprio io. Il soggetto che analizzò più compiutamente fu se stessa. Tra il 1926, anno in cui dipinse il suo primo lavoro, e le sue ultime opere del 1954, anno in cui morì, la Kahlo produsse più di cinquantacinque autoritratti, tra immagini individuali e quadri più elaborati: un numero spropositato, se si considera che la sua intera produzione conta centoquarantatrè dipinti noti. Ma la “verità” di Frida non consisteva semplicemente nella trascrizione di una vicenda biografica: la Kahlo trasformò le sue esperienze di vita ricorrendo a un simbolismo personalissimo, che tuttavia, trascendeva le questioni private per rivolgersi ad argomenti di carattere universale. Il complesso immaginario di Frida derivava da fonti indigene che ritornano nella sua opera insieme alle suggestioni della pittura coloniale di origine europea; inoltre, l’artista mescolò abilmente immagini del simbolismo cristiano e di quello azteco, rivalutandone allusioni e metafore che si colorano di nuove interpretazioni. La Kahlo è stata venerata per la sua resistenza proto- femminista ai limiti patriarcali, è stata mitizzata per la sua costante ricerca introspettiva, che contrastava con l’arte “pubblica” predominante nel periodo in cui visse. In Messico e tra le comunità ispaniche degli Stati Uniti, la Kahlo è diventata una figura culto. Nella città di confine di Tijuana, per esempio, un artista ha inventato il culto di Santa Frida, la santa patrona dei bambini, delle donne e delle mostre d’arte non documentate. La sua biografia ha oscurato in parte la sua arte; i suoi dipinti solo recentemente hanno subito una sistematica revisione, ma l’attenzione per queste opere  si è accompagnata a un interesse quasi osceno  per le circostanze drammatiche della sua vita. L’opera della Kahlo, che è apertamente autobiografica, viene spesso interpretata sulla base di un legame di causa- effetto con la sua biografia: di conseguenza, si trascura il suo sviluppo artistico e il suo rapporto con le pratiche artistiche di inizio secolo. Gli aspetti rilevanti della sua vita – il superamento di handicap fisici e di una sofferenza costante, la rassegnazione nei confronti delle infedeltà del marito, e l’ossessione morbosa per la sua sterilità- assumono proporzioni epiche e rendono stupefacente il fatto che la Kahlo abbia comunque prodotto numerosi lavori. La maniera in cui Frida ha formulato la propria teoria estetica è un aspetto del suo lavoro che è stato raramente analizzato. La sua conoscenza dell’arte, sia dal punto di vista storico che rispetto a quella contemporanea, era notevole e, sebbene la sua educazione artistica fosse eclettica e sporadica, manifestò sempre un vivo interesse verso tutti gli aspetti delle arti visive. Gli autoritratti di Frida determinarono una frattura nella storia dell’arte, capovolgendo le aspettative inerenti alla rappresentazione del femminile. Ironicamente, l’artista è sia il soggetto che l’oggetto del suo sguardo spietato e sottile. La rivisitazione dell’arte popolare e indigena, il ricorso all’immaginario di derivazione coloniale, le consente di identificarsi con la sua eredità messicana e riflette la volontà dell’artista di opporsi ai suoi contemporanei maschi. La sua messicanità è più ricca e complessa di quanto si ritenesse in precedenza: l’artista traeva ispirazione non solo dall’antico passato, ma anche da modelli contemporanei, e non riconosceva in queste fonti semplicemente delle risorse visive, ma anche dei sostegni personali e spirituali. L’opera della  Kahlo viene considerata innegabilmente “scomoda”, disturbante, viene spesso ricondotta al suo immaginario iconoclasta, caratterizzato da nascite e morti sanguinose, feti, cadaveri e organi smembrati. Né la pittrice rifuggiva dal dipingersi in una maniera decisamente realistica e poco femminile, evidenziando i suoi sottili baffetti, rappresentando se stessa in modo insolente con in mano una sigaretta e lo sguardo deciso, o vestendosi in modo anticonvenzionale. Tuttavia la tensione che si avverte nei suoi lavori non è dovuta esclusivamente al loro contenuto, ma, in gran parte, deve essere ricondotta al suo stile. Le sottili pennellate estremamente controllate, l’esecuzione realistica e la rappresentazione di piccoli dettagli contribuiscono a creare un forte  contrasto con i temi violenti e sovversivi delle sue opere. Negli autoritratti, il volto maschera della Kahlo si oppone con decisione  e in modo perturbante al senso di angoscia che ne deriva. Quando la pittrice afferma: ”Ho dipinto la mia realtà”, non indica semplicemente il fatto di avere attinto dalla propria vita, ma, piuttosto, di aver ricostruito se stessa nei suoi dipinti.

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