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Rubriche d'Arte
dei Critici di
Tuttarteonine |
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"Nauman Bruce
"a
cura di R. Spinillo |
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A
partire dal 1968, il Movimento moderno aveva
trionfato nell’arte – cioè nel Minimalismo-
sino al punto che la sua ricerca
razionalistica di una “breccia”verso una
raffinatezza formale ancora maggiore avrebbe
condotto l’autopurificazione sull’orlo dello
sradicamento. Una volta che il processo
modernista aveva eliminato dall’arte tutto
fuorché le sue proprietà fisiche più
irriducibili, ciò che restava – una semplice
scatola, o un cubo – sembrava essere
diventato poco più di un oggetto tra gli
altri oggetti del mondo, interessante non
tanto per ciò che offriva all’occhio, ma per
lo stimolo che la logica della sua creazione
costituiva per la mente. Come le menti più
attente afferravano in fretta, una forma
tanto semplificata o unitaria da essere
priva di rapporti interni non poteva che
istituire rapporti con l’ambiente
circostante. In altre parole il Minimalismo,
chiudendo fuori la realtà quotidiana,
sembrava essersi dedicato all’impegno
paradossale di espandere la nostra coscienza
di tale realtà. Ahimè, la realtà che un
occhio disincantato vedeva riflessa sulle
incontaminate, rifinite superfici delle
Strutture Primarie non avrebbe potuto essere
più remota dalla purezza e unicità
monolitica tanto lodate dall’estetica
formalista o modernista più avanzata. Dopo
circa un quarto di secolo di crescente
prosperità e di relativa pace, la civiltà
occidentale si trovava lacerata da ogni
sorta di problemi e conflitti. In questo
frangente il tardo Movimento Moderno
proseguiva sulla sua strada serenamente
distaccata e determinista, convinto che il“
meno è più”. Un anno prima, nel 1967 Sol Le
Witt aveva coniato il termine di Arte
Concettuale per descrivere opere, come le
sue, fatte “ Per impegnare la mente
dell’osservatore anziché il suo occhio o le
sue emozioni”. Poiché “l’idea diventa la
macchina che fa l’arte”, ideazione e
decisioni dovrebbero precedere ogni altra
cosa, mentre l’esecuzione sarebbe soltanto
una “questione meccanica”. Inoltre
proseguiva Le Witt, “ le idee possono
(persino) essere dichiarate con numeri,
fotografie, parole o qualsiasi mezzo
l’artista scelga, essendo la forma
irrilevante”. Nel 1969 Le Witt si scagliava
contro la pittura e la scultura che “
connotano tutta una tradizione ed esigono
una coerente accettazione di questa
tradizione, imponendo così dei limiti
all’artista che sarebbe riluttante a fare
un’arte che vada al di là di questi limiti”
Ed è in questo clima artistico che si forma
Bruce Nauman, concettualista californiano,
nato nel 1941 a Fort Wayne nell’Indiana.
Studia Arte, Matematica e Fisica
all’Università del Wisconsin, proseguendo
poi gli studi all’Università della
California a Davis, laureandosi in Belle
Arti nel 1966. Nauman smette di dipingere
nel 1964 e inizia a cimentarsi nella
scultura e nella performance e collabora a
progetti cinematografici. Dalla metà degli
anni ’60 Nauman ha ampliato il percorso del
suo lavoro, introducendo e sviluppando come
nuova esperienza la performance. Tra il ’66
e il ’70 realizza numerosi film e video che
tentano sempre di carpire il lato umoristico
ed ironico della vita. Nel 1969, l’opera “
Performance Corridor” segna una tappa
importante per la sua arte, instaurando un
nuovo rapporto tra artista e spettatore. La
sua arte della performance è un’attenta
disamina delle nostre emozioni e dei nostri
stati psicologici più nascosti: servendosi
di semplici stratagemmi, peculiari della sua
arte, l’artista riesce ad indurre il suo
pubblico a profonde riflessioni. Nauman si è
interessato ai comuni modelli e stereotipi
della gestualità e del linguaggio, per
dimostrare la tensione e la pressione del
nostro vivere contemporaneo. Sono ricorrenti
nelle sue opere forme scultoree, luci
colorate al neon, filmati,
videoinstallazioni a circuito chiuso e
proiezioni multiple monumentali, con
l’accompagnamento di parole, suoni e musica.
Il suo è spesso uno sguardo impietoso sulle
malattie della nostra civiltà, tuttavia
quando mostra lo sgomento, l’alienazione e
la solitudine, trasmette una profonda
empatia con il dolore. Bruce Nauman è oggi
un artista affermato e autorevole ed ha
creato dei modelli di linguaggio per l’arte
contemporanea. Nel 2004 gli è conferito il
Praemium Imperiale per la scultura. A
tredici anni dall’ultima grande
retrospettiva europea, organizzata al Reina
Sofia di Madrid, la produzione di Bruce
Nauman torna sul vecchio continente
sbarcando negli spazi del terzo piano del
Madre di Napoli. L’iniziativa, arricchita
dal contributo sostanzioso della collezione
Froehlich di Stoccarda ( una decina di
opere), nasce |
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dal
sodalizio tra Laurence Sillars, curatore della
Tate di Liverpool ed Eduardo Cicelyn, direttore
artistico dello spazio partenopeo. Sillars,
presente anche in veste di curatore, ha optato per
una messa in scena svincolata da ogni criterio
cronologico-biografico, privilegiando la
disposizione dalla prassi operativa dell’artista
americano, che pur iscrivendosi in nuce nel
solco talvolta dogmatico della grande stagione
dell’arte concettuale, è contraddistinta da una
totale libertà sperimentale, svincolata dal mezzo
impiegato, sia esso video, fotografia o materiale
plastico. Una ricerca incessante capace fin
dal suo esordio di interrogare e decostruire
la comunicazione umana e i suoi segni. Il Museo
Madre di Napoli, inaugurato da pochi mesi, fa già
sentire la propria presenza nel panorama del
contemporaneo europeo. Dal 7 ottobre c’è una
monografica di Bruce Nauman dal nome “ Make me
think me”. Sessanta lavori, tra sculture, neon,
video, performance e disegni, eseguiti tra il 1966
ed il 2005, sono il corpus dell’esposizione che si
concentra in particolare sull’interesse di Nauman
per la potenzialità e la manipolazione del
linguaggio, attraverso giochi di parole e la
ripetizione, ponendo l’accento verso le forme di
controllo e le possibili reazioni dello spettatore
alle sollecitazioni ambientali. Ma Nauman è noto
soprattutto per i giochi di parole al neon. C’è
una frase di Nauman sul catalogo dell’esposizione
che espone benissimo la sua concezione del
linguaggio e il perché lui utilizzi questa
“materia” in quel determinato modo:
“Credo
che il punto in cui il linguaggio comincia a non
funzionare più come utile strumento di
comunicazione sia anche quello in cui si
verificano la poesia e l’arte”
L’opera
“ Make me think me” è una delle più austere
dell’intera esposizione perchè le parole sono
incise con la grafite nella carta e, lo scotch che
delimita la parte superiore della parola ME, crea
un orizzonte visuale ma anche di significato.
Interessante la sovrapposizione che si crea grazie
alla collocazione delle opere e la luce dei neon
fra
Human Nature/ Knows Doesn’t Knows e Make me think
me.
Ma per capire ancora meglio vi consiglio di
guardare il sito del Museo Madre:
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www.museomadre.it
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Riuscirete ad assimilare in pieno lo
spirito di Nauman, e dell’intera
collezione. |
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