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"Il
Kostabi World...un'originale avventura del nostro tempo"
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cura di Paolo Rizzi |
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Ma quale scandalo? Torniamo a
Rubens, torniamo a Giotto In una lettera datata 28 aprile
1618, indirizzata all'ambasciatore d'Inghilterra presso gli
Stati d'Olanda, Pieter Paul Rubens elenca una serie di quadri
che intendeva vendere per una somma complessiva di seimila
fiorini. Tra questi quadri, egli scrive, c'è "un Prometeo
legato sul monte Caucaso, in cui l'aquila che tormenta il
fegato con il becco è dipinta da Frans Snijders". E così via
per altri quadri: Rubens indica le parti dipinte da lui e
quelle eseguite dai suoi collaboratori. Tra essi troviamo,
oltre a Snijders, Jan Brueghel de Velours, Jan Wildens, Lucas
van Uden. Erano, più che suoi allievi, suoi assistenti:
dipingevano per lui secondo le caratteristiche di ognuno, che
Rubens ben conosceva. C'era chi era bravo
nei fondi di paesaggio; chi nelle "teste di |
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carattere"; chi negli ani-mali.
Rubens lo dice chiaramente: faceva dei bozzetti, talora
comin-ciava lui stesso a dipingere, talaltra lasciava
all'assistente di portare avanti il lavoro, ma in genere
preferiva "finire" di persona, cioè dare i tocchi conclusivi
al dipinto. Spiega in un brano Rubens: "Una caccia cominciata
da un mio discepolo rappresen-ta dei cavalieri e dei leoni ed
è dipinta secondo un quadro che ho fatto x S.A.S. il duca
di Baviera. La riprenderò io stesso.
Tra gli esecu-tori , il miglior discepolo di Rubens, colui che
egli apprezzava di più, era Antonie Van Dyck. Naturalmente Van
Dyck era specializzato in figure e ritratti maschili e
fem-minili. Parlando di un suo quadro, Rubens scri-ve: "Si
tratta di un Achille vestito da donna, dipinto dal mio miglior
discepolo. L'ho interamente ripreso. E un quadro molto
piacevole, dove si vedono molte belle donne"
(at-tualmente l'opera e al Prado). Che significava quel
"ripreso interamente da me" ? Era il metodo stesso di Rubens,
che - come s'è detto - si riservava il progetto iniziale e, in
ultima analisi, il placet, cioè i tocchi finali. L'arti-sta
infatti era una specie di impresario: ad Anversa aveva un
enorme atelier che serviva molte Corti europee. Vi
lavoravano, al servi-zio del maestro,
decine di pittori. In una lettera Rubens scrive: "Posso dire
con tutta sincerità, e senza alcuna esagera-zione, che ho
dovuto scartare più di cento candidati che avrebbero voluto
lavorare alle mie dipendenze; e alcuni appartenevano alla mia
famiglia o a quella di mia moglie". Dov'e quindi lo scandalo?
Mi pongo la domanda proprio in relazione a quel che oggi, a
distanza di quasi quattro secoli, sta facendo Mark Kostabi.
Lui lo ha sempre detto chiaramente: ha alle sue dipendenze,nell'atelier di New York, numerosi pittori (attualmente, mi
dice,sono 23,ma saliranno di numero presto) i quali
dipingono su suoi proget-ti. Kostabi propone, cioè, un
bozzetto, un'idea figu-rata; gli altri eseguono il suo lavoro.
Egli natural-mente interviene sia nelle scelte, sia nelle
modifiche, sia talvolta nel comple-tare, o "continuare",l'ope- ra.
Si tratta, in sostanza, di un lavoro d'insieme, in cui al
maestro tocca so-prattutto l'ideazione, agli altri
l'esecuzione. Ne par-leremo più avanti, detta-gliatamente. La
citazione di Rubens è forse l'esem-pio più eclatante di un
artista-impresario. Ma non e certo il solo. Giotto, ad
esempio, lavorava - a quanto si sa - un po' co-me Rubens. Gli
studiosi ammattiscono nell'indica-re i brani autografi di
Giotto rispetto a quelli da lui soltanto progettati. Nemmeno i
riquadri famosi della Basilica su-periore
di Assisi - auten-tico rebus interpretativo - appaiono
interamente di suo pugno. Si arriva, al limite, a non
distinguere la mano di Giotto da quella, pur ben diversa, di Cimabue. Il fatto e, come si
diceva per Rubens, che Giotto era un autentico impresario. La
sua genia-lità sta nell'aver diffuso il suo linguaggio un po'
in tutta Europa. E così si potrebbe continuare. Per fare un
altro piccolo esempio, si sa che la figlia di Tintoretto
lavorò co-stantemente nell'atelier del padre: ma di lei - la
famosa "Tintoretta"-
non si conosce alcun quadro, salvo (forse) uno che le è
attribuito. TI metodo di lavoro, negli atelier dei maestri
antichi, era infatti quello di una collabora-zione comune.
Soltanto la "firma" era del maestro
(ma, si sa, sono pochi i quadri firmati: non c'era nemmeno
bisogno della firma). Quel che contava era lo stile a cui
tutta la "bottega" si adattava: lo stile, appunto, del
mae-stro. E allora? La genialità di Kostabi - lo dico su-bito
- sta nell'aver creato e lanciato un suo stile: il "Kostabi
World". Il me-todo adottato per la diffusione non è, in fondo,
diverso da quello dei maestri antichi. Certi nostri pregiudizi
sono destinati a cadere. |
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Time and again
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No strings attached
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Somewhere in egypt
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Defiled
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Four Blue Idea
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Don't break my candy Heart
Olio su tela 30x25

A
Him for Her
Olio su tela 130x100

Greenwich Avenue
Olio su tela 60x120
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IL «KOSTABI WORLD":
uno stile nato dal genio (e dal computer)
Meglio
passare subito, proprio per evitare equivoci, a definire lo
stile di Mark Kostabi. E nato (meglio e apparso) più di vent'anni
fa,quando
l'artista |
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sta era
appena ventenne. Curioso: questo stile e nato già adulto, cioè
compiutamente formato. Lo conoscono tutti: si basa sulle
tipiche figure biancastre, ben contor-nate, dal rilievo
plastico formato dalle ombre. Il volto, si sa, e un ovale
senza precisazioni fisio-gnomiche. Su
questa tipologia sono costruite moltissime varianti: che
formano ognuna un dipinto completo. Sempli-ce? Si, fino ad un
certo punto. Intanto occorre dire che Kostabi, prima di
avviare il lavoro del suo atelier multiplo, ha disegnato e
dipinto per anni in perfetta solitudine. Sono almeno duecento,
forse trecento, i dipinti da lui eseguiti di propria mano,
prima che su-bentrasse il metodo dei collaboratori. Già in
essi il suo stile era maturo. Esso nasceva, e nasce ancora,
dall'osservazione attenta del mondo: sia del mondo fisico, sia
del mondo dei modelli culturali.Si potrebbe parlare di De
Chirico: ma questa è una delle tante ascendenze, forse nemmeno
la più im-portante. Credo che la prima idea, per le sue
fi-gure evanescenti, sia nata dall'uso del computer. La forma
tonda si è dilatata
sullo schermo: ha assunto
modalità dappri-ma bio-morfe, poi
antropomorfe. Quindi è entrata in un racconto, raccogliendo
sensazioni e memorie da ogni parte. Questo è il metodo di
Kostabi. Sulla base dell'archetipo da lui creato, sono uscite
mille e mille "variazioni sul tema" (e lui, eccellente
musi-cista, sa come si svilup-pano le variazioni melo-diche).
Esse hanno riferi-menti impensabili partico-larmente di origine
psi-chica. Noi crediamo di "vedere": in realtà quel che vediamo
non e che un'interpretazione di mo-delli di consumo e di
comportamento che in-consapevolmente assu-miamo. Così Kostabi
Ve- de, o meglio "stravede". Non a caso le sue figure sono
senza volto. Egli stesso dice: "il volto e vuoto proprio
perchè deve essere riempito dagli altri". In altre parole,
egli ha capito benissimo che l'ars maieutica, cioè l'arte
dell'interpretazione, è oggi basilare: anzi, tende a
sostituirsi alla creazione cosiddetta originale. Noi
interpretiamo sempre; quindi travisiamo. Ecco che i volti
"vuoti" vengono riempiti da noi: dalla nostra immagina-zione.
Anche questo è stile: cioè "Kostabi World". L'artista ci
forni-sce una chiave di lettura del mondo (lo si è detto: un
archetipo) e ci invita a "giocare" con esso. E una
propedeutica creativa: in fondo, un invito ad esse liberi.
Ecco il perchè del successo di Kostabi: le sue figure si
muovono su scenari diversi, interagi-scono, si scambiano,
pro-pongono soluzioni sem-pre diverse, rievocano, raccontano,
indicano so-luzioni. Non solo: ma lo stesso Kostabi, accet-tando
la creazione (o ricreazione) dei suoi
collaboratori-assistenti, fi-nisce per arricchire le immagini
che poi propone al pubblico. Al fondo c'e un mistero che noi
siamo invitati a risolvere. Il caso della Gioconda di Leonar-do
può essere emblema-tico in questo senso. Tutti noi abbiamo
provato, sia direttamente al Louvre, sia di fronte a una
riprodu-zione del più celebre quadro del mondo, ad entrare in
esso, a impos-sessarcene, a capirlo. Invano. C'e sempre
qual-cosa che ci sfugge. Ci sfugge materialmente co-me
intellettualmente. TI mistero e "sotto". Kostabi lavora, mutatis mutandis, in modo similare. Le sue figure paiono
amorfe, rigide come manichini, prive di fisionomia
rico-noscibile: sono persone che incontri per strada o in tram.
Ti passano vicino, scappano via. Non sapresti riconoscerle.
Ep-pure lasciano il segno. Ti volti e non ci sono più. Ma la
tua mente ne è stata, inconsciamente, as-sorbita. La cosa
strana è che quelle figure "sono Kostabi". Sono sempre il suo
ritratto che ti perse-guita e con il quale sei costretto a
coabitare. Forse che questo non si avvicina al concetto di
"stile"? |
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The anatomy of abandonment
Olio su tela 30x25

Every Thing but sex and doug
Olio su tela 60x45

The Placebo palace
Olio su tela 30x35

Out of Bounds
Olio su tela 50x60

Commercial suicide
Olio su tela 120x100

I Like to watch
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I Work for tips
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It's all about Accessories
Olio su tela 60x45
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Culto dell'arte ieri e oggi. L'artista e la mercificazione
Quando
Benvenuto Cellini chiese di essere ricevuto dal papa Paolo iii,
i prelati di Curia, sapendo dei suoi trascorsi di ribaldo e
omicida, sconsigliarono
l'udienza. Ma Paolo III rispose loro: "Voi non sapete bene sì
come me. Sappiate che gli uomini come
Benvenuto, unici nella loro
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professione, non hanno da essere ubrigati alla legge". Era, allora, la consacrazione del genio
artistico come qualcosa al di sopra delle leggi. L'artista, in
quanto creatore, era simile a Dio. Infatti un umanista come
Marsilio Ficino aveva scritto: "Ciò che Dio crea col pensiero,
lo spirito umano lo concepisce in se stesso con l'atto
intellettuale, lo esprime con il linguaggio, lo scrive nei
suoi libri, lo raffigura nella sua pittura". Chiaro che
l'artista si sentiva
come un essere superiore. Il suo orgoglio gli appariva
giustificato. Nell'Ottocen-to il mito dell'artista-creatore si
consolidò ancor più. Anzi: parve quasi che l'artista
fosse un super uomo. In tal modo si giustificava la sua bohè-me, il suo porsi al di
fuori e al di sopra della vita sociale. Ciò comportava, in
fondo, un'aura di diversità, che l'artista finiva anche per
pagare, come pagava le sue dissolutezze o comunque le sue
follie (vedi Van Gogh, vedi Gauguin, vedi Modigliani). In ogni
caso si riconosceva all'artista la facoltà di "creare" con le
sue mani; e l'opera diventava, in un certo senso, sacra. Prima
il Romanticismo, poi il Simbolismo contribuirono a questa
superiorità dell' artista. Il quale finiva per sognare cose
impossibili: "i prati tinti di rosso, i fiumi giallo-oro, gli
alberi blu", come ha scritto Baudelaire. Il quale va-gheggiava
l'artificio più che la natura. "Per me - ha scritto - la donna
e bella soltanto con il kohl sugli occhi, il belletto sul
viso, il rossetto sulle labbra". Lui stesso, Baudelaire, si
dipingerà un giorno i capelli di verde. Occorre "amare la
depra-vazione", sosteneva allo stesso modo Thé-ophile Gautier.
Cosa c'entra tutto
questo con il "Kostabi World"? C'entra sicuramente. La prassi
instaurata dal nostro gio-vane americano è giunta, già
all'inizio degli anni Ottanta, a contraddire uno dei luoghi
comuni tipici della concezione dell' artista: la capacita di
creare soltanto egli stesso, con le sue mani, l'opera d'arte,
quasi come un'esclusiva, un copy-right. In precedenza c'era-no
state delle provoca-zioni in questa direzione. Marcel Duchamp
aveva lanciato con l'amico Man Ray, i ready-made, cioè gli
oggetti di normale consumo, imprimendo loro, per il fatto di
essere presentati da un artista, una sorta di magico
prestigio. Egli aveva addirittura, come si sa, presentato all'Armory
Show un orinatoio di serie come opera d'arte. Mezzo secolo
dopo Andy War-hol aveva catturato le immagini di consumo (da
Marylin a Mao) e, con il gesto del Demiurgo, le aveva quasi
sacralizzate. Anzi: aveva loro imposto un valore impensato.
Era il "valore aggiunto" dell'arte, che faceva salire a
dismisura il prezzo dell'oggetto toccato (e trasformato) dalla
mano dell'artista. Mark Kostabi, portando alle estreme
conseguenze un processo storico, ha fatto ancor di più.
Anzitutto ha demisti-ficato (se così si può dire) il vecchio
concetto della creazione "unica" dell'artista, dell'oggetto da
adorare in quanto bene-detto dalle mani geniali dell'artista.
Poi si è oppo-sto alla sua esasperata mercificazione: chi può
arrivare a comprarsi l"idolo" Van Gogh? Un altro passo avanti
e stato lo scavalcamento del concetto stesso di falso. In
un'epoca come la nostra di "moltiplicazione dell'arte",
era importante la qualità dell'esecuzione manuale insieme
all'idea della creazione individua-le. Non quindi copie da
originali, bensì "tutti originali". Se la nostra epoca e
caratterizzata dalla produzione industri-ale di serie,
nondimeno essa e legata, indissolubil-mente, al concetto
dell' unicità creativa. Nulla di meglio che unire i due
fattori: creare, cioè, qualcosa che sia nato dalla genialità
dell'artista ma che, al contempo, non sia un prodotto
ripetitivo. Era - ed è tutt'oggi - il primato della creazione.
Forse che i progetti di Wright o di Le Corbusier sono stati da
loro eseguiti, cioè materialmente ripor-tati all'edificio
architet-tonico? No di certo. Eppure nessuno mette in dubbio la
genialità di Wright e di Le Corbusier. S'intenda: l'orgoglio
dell' artista creators - quello stesso che aveva fatto dire a
Paolo III l'elogio massimo di un artista-omicida come
Benvenuto Cellini - rimane. Non è scalfito. Come non è
scalfita la fama di Rubens per il fatto che i suoi quadri
erano eseguiti "a più mani". Kostabi, semmai, ha portato alle
logiche conseguenze un processo in atto da secoli: si può dire
da quando, agli albori dell'umanità, è nata l'arte. L'idea
dell' atelier che esegue, sotto la direzione e la sorveglianza
del maestro, le sue opere e tanto rivoluzionaria qua-nto
perfettamente coeren-te con la storia. |

Deal or no Deal
Olio su tela 60x40
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Perishable prose
Olio su tela 40x50

Completion of the comtempla
Olio su tela 30x25

Something's A Foot
Olio su tela 60x45

Ice cream for sonya
Olio su tela 40x60

Absent minded
Olio su tela 60x45

Escape withing
Olio su tela 60x50

Lost in the cradl of Grief
Olio su tela 40x60
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Come un direttore d"orchestra: "Li conosco tutti, li
controllo"
In
realtà Kostabi, anche allorché non esegue direttamente le sue
opere, le "manovra" tutte. E come un direttore d'orchestra:
non suona, ma fa suonare. E guai se qualcosa non funziona. 'Ti conosco tutti - dice - i miei |
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collaboratori. So come ognuno lavora, quali sono le attitudini
dei singoli. Quindi li adopero coralmente. Ho un esperto per i
fondi atmosferici, un altro che si è specializzato nei
contorni precisi, uno che è un autentico miniaturista, uno che
è abilissimo nelle sfumature, un altro ancora che va bene per
le grandi dimensioni". E aggiunge: "Sia chiaro: quasi tutti
possono fare tutto, ma con qualche eccezione. I miei bozzetti
non li dò da eseguire a caso. So, ad esempio, chi è un
sensibile colorista e chi, invece, preferisce le sfumature dei
bianco neri. L'importante è che ognuno dei miei collaboratori
sia messo a suo agio: che
sia cioè |

Clouster Ricochet
Olio su tela 100x70
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soddisfatto
di Ciò che gli chiedo di fare". La partenza, nel
lavoro del "Kostabi World", è proprioquesta. Lui dise-gna:
molto, crea conti-nuamente, esegue i bozzetti, li modifica
(anche a distan-za di tempo), prepara con minuzia tutto. E un preci-sionista. Il suo mestiere, oltretutto, lo sa
perfet-tamente. Ma la cosa più curiosa è che, una volta che
Mark affida ad un suo collaboratore l'esecuzione di un quadro,
non lo lascia mai solo. Interviene direttamente. "Se c'è un
colore che non mi piace- dice - lo faccio cam-biare." Usa non
soltanto disegni e bozzetti, ma anche collages: nel senso che
compone frammenti. "Disegno con la matita - ama dire - ma
anche con le forbici. Voglio che tutto coincida
perfetta-mente. E non ho alcun problema a cambiare. Anzi, mi
piace perfezio-nare ogni dettaglio. Vo-glio
arrivare ad una armo- nia
totale... E, insieme all'armonia, voglio rag-giungere l'effetto, anche
espressivo, quindi sim-bolico, che desidero e che, magari, muta
di volta in volta dentro di me." Un uomo così non può che
essere un grande pro-grammatore. Rinuncia a tutto per arrivare
al fine che si prefigge. Tra l'altro, nella vita e morigerato
al massimo: vegetariano, non fuma, non beve, si veste come un
manager, non si da arie da artista. Lavora almeno sette-otto
ore al giorno.. "In realtà - confessa - lavoro continuamente,
anche quando dormo. La mia opera e frutto
di continue medi-tazioni, di ripensa-menti, di rielaborazioni.
Lavoro col cervello come lavoro al computer." Da qualche tempo
ha anche deciso il suo sistema di lavoro: vive ogni anno otto
mesi a Roma e quattro a New York. Qui c'è il suo atelier; ma
il collegamento informatico lo tiene aggiornato di tutto.
"Sono qui e la contempora-neamente." E curioso: questo
giova-notto segali-gno, dall'aria quasi mor-mone (i suoi
genitori sono di
origine estone, e nato a Los Angeles
ma e cre-sciuto a Whittier, Califor-nia, la stessa cittadina di Nixon) e tutt'altro che un
beat: ben diverse dalla tipologia ormai mitica del Greenwich Village. Non ha niente anche fare
con la bohème della vecchia Soho. La generazione dei
Rauschenberg, Jasper Jo-hns, Oldenburg,
Lichten-stein, Warhol non è certo la sua. Non è mai stato sotto
l'ala di Leo Castelli e di lleana Sonnabend. Nulla in comune,
in nessun senso, con la Pop Art, come pure con la Minimal.
Quella, per lui, è preistoria. Egli è nato nel 1960, l'anno in
cui Johns faceva i suoi Painted Bronze di marca Ballantine e
Andy Warhol disegnava Dick Tracy. Quando la Pop Art sbarcò in
forze a Venezia, colonizzando la Biennale, egli aveva appena
quattro anni. "Sono lontano da quei tempi come sono lontano
dai tempi di Rubens e di Rembrandt". |

Natural Selection
Olio su tela
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Low Tide
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Mamma Said there'd days like this
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Mark Kostabi's World Domination
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Mommy and Poppies
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