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"KOSTABI
- Da Giotto a Warhol, Andata e Ritorno..."
a
cura di Vittorio Sgarbi |
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In principio
fu Andy Warbol. Prima di lui il rapporto fra
arte moderna; industria e comunicazione di
massa era ancora fortemente contraddittorio.
C'erano stati tentativi di conciliazione fra
questi elementi, anche importanti e felici
(le applicazioni extrapittoriche del
Futurismo, il Costruttivismo) ma l'arte,
nella sua visione più romantica, rimaneva
qualcosa di difficilmente conciliabile con
la produzione in serie, ovvero con la
nozione, non solo tecnologica, di serialità.
L'arte è una espressione
dello
spirito unica e irripe- |
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tibile,
dicevano gli artisti, i
critici, i filosofi idealisti, i mercanti,guardando le ope-re
moderne come se il mondo attorno non fosse cambiato dai tempi
di Ca-ravaggio o di Goya. Intan-to, però, l'arte diventava una
questione economica sempre più importante e la produzione in
serie diven-tava un mezzo straordina-rio per far crescere il
com-mercio, e con esso tutto il sistema artistico, dalle
gal-lerie ai musei. L'Avanguar-dia aveva identificato l'arte in
una serie di nuove pro-poste estetiche, ognuna delle quali era
subito rico-noscibile per una formula visiva, una cifra
stilistica originale, un marchio di fabbrica.
Involontariamen-te, l'Avanguardia si era pre-disposta per la
produzione in serie, quindi per le nuove regole del mercato
moderno: fare Cubismo significava fare le opere in modo
teoricamente pro-grammato, per poter garan-tire risultati sempre
molto simili. Salvo poche ecce-zioni, lo stile e la forma
dovevano essere uniformi e costanti, con poche va-rianti da
un'opera all'altra, da gruppo a gruppo, ma anche da artista ad
artista. Le cose si sono ulterior-mente standardizzai quan-do,
con l'Informale e le prime apparizioni di quello che sarebbe
stato chiamai Concettualismo (Fontana), le maniere stilistiche
dell' Avanguardia si sono fatte sempre più essenziali,
con-centrate attorno a gesti, segni e materie sempre più
primordiali nella loro e-spressività. In altre parole,
l' Avanguardia era diven-tata sempre più marchio di fabbrica; eppui continuava a contrapporsi in modo ra-dicale alla serialità industri-ale, come se da una parte fossero la libertà
e la di-gnità intellettuale , dall'altra la macchina, la bassa
mer-ceologia dedita profitto. Dietro ogni
opera dell' |
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After the clockwork stops
Olio su tela 60x45

Unlimited
Olio su tela 61x45

We won
Olio su tela 50x50 |
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Avanguardia, anche quella più elementare, c'era sempre
garanzia di una mano e, dietro quella mano, uno spirito
geniale. Comunque lo si giudichi, Warhol ha cercato di
risolvere la contraddizione fra arte serialità industriale. Il
ragionamento di Warhol era coerente: se l'Avanguardia è
diventa marchio di fabbrica e l'arte ha la necessità di
confrontarsi direttamente con la società modernj
caratterizzata dal dominio della comunicazione di massa, deve
farlo fino in fondo, riducendo minimo la distanza fra arte e
industria. Così Warhol ha cambiato il concetto tradizionale di
ope: d'arte come manufatto, impiegando abbondantemente i mezzi
meccanici, in prìmis la fotografi attraverso il riporto
serigrafico. Con i mezzi meccanici, la potenzialità seriale
dell'opera d'ari diventa infinita, ponendosi sullo stesso
piano del prodotto industriale. Non è una questione so]
tecnologica, ma anche di sostanza: l'opera d'arte perde l'unicità e l'irripetibilità, quelle teorizza da Walter |
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Benjamin come elementi fondamentali dell'età pre-moderna, per diventare una merc Come tutte le merci, lo scopo dell'arte prodotta in serie
diventa quello di essere venduta e diffon-dersi quanto più
possibile nel mondo. Warhol è il primo artista moderno a
riconoscere all'arte la prio-rità commerciale e a misu-rare il
su valore con il suc-cesso: più si produce, più si vende, più
ci si fa conoscere nel mondo. La visione mercantile di Warhol
potrebbe sembrare un'omologazione dell'arte alle regole più
materia e "anti-spirituali" del capita-lismo di massa. In parte
lo è, ma solo se ci si accorge che, dal punto di vista sociale
e politico, questo tipo di omologazione non è per l'arte un
passo indietro. Dal punto di vista politico, il capitalismo di
massa è stato certamente più "de-mocratico" di quanto non fosse
il capitalismo roto-industriale. Il capitalismo di massa
sostiene la larga diffusione di beni e di ricchezza, in modo
tale che tutti, o almeno un numero quanto più ampio di
persone, possano permet-tersi di comprare ciò che una volta
potevano permet-tersi solo i ricchi. Tutti possono comprare,
tutti hanno la possibilità
di diventare benestanti, ques-to è il "messaggio" del
ca-pitalismo di massa, diven- |

Help me be myself
Olio su tela
100x130

I can't support the communists
Olio su tela 60x80 |
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tato quasi una cosa unica con l'american way of life. È
significativo che rispetto al modello politico del capitalismo
di massa, l'arte prima di Warhol si era posta in un modo che
non può essere considerato progressista. Sostenendo l'unicità
e l'irripetibilità dell'opera, largamente condivisa anche
dall'Avanguardia, l'arte finiva per avvalorare un modello
sociale fortemente elitario: pochissimi e fuori dalle norme
abituali erano i creatori, ma pochissimi erano anche gli
acquirenti di opere, molto più benestanti della media.
Inevitabilmente, l'arte finiva per diventare un costume della
società beata che poteva permettersela, un suo specchio, se
non un suo divertimento. L'arte, cioè, diventava motivo di
grande prestigio culturale che con il suo fascino poteva far
dimenticare la miseria di coloro che la finanziavano. Il caso
di Raffaello può essere emblematico: i suoi due maggiori
committenti romani, Papa Giulio TI e Agostino Chigi, si sono
serviti della sua arte per cambiare completamente la loro
immagine, il loro look, come si direbbe oggi. Giulio Il era un
papa violento che non esitava a armarsi per combattere i suoi
nemici temporali, mente occulta di |
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stragi e
omicidi, venditore di indulgenze per finanziare le guerre e i
nuovi capo-lavori del Vaticano. Ago-stino Chigi era un
arric-chito senese desideroso di potere e piuttosto volgare,
sempre pronto a esibire la sua ricchezza, come quan-do dalla
sua villa della Farnesina invitava gli ospiti a gettare nel
Tevere le po-sate in oro che poi recu-perava grazie a reti
nasco-ste sui letto del fiume. Bisogna dire che Raffaello è
riuscito perfettamente nel suo compito, dimostran-dosi un
eccezionale pro-motore di immagine non solo per il presente, ma
per l'eternità. Quanti di noi, ammirando le Stanze Vati-cane,
si ricordano che furono volute da un papa così discutibile
come Giulio TI? Quanti, veden-do le Logge della Farne-sina o la
Cappella Chigi a Santa Maria del Popolo, penserebbero che il
loro committente non era affat-to una persona colta e
raffinata, ma un qualsiasi arrivista in cerca di gloria?
Quanti coglierebbero, in questi due mecenati, i pec-cati che i
loro contem-poranei ci hanno riferito, evidentemente ancora
ca-paci di distinguere la bel-lezza sublime dell'arte dalla
propaganda? Quasi nessu-no: per noi, Giulio Il e Agostino Chigi
sono di-ventati partecipi dei capo-lavori di Raffaello, avendo-ne
permesso la loro realiz-zazione, rispecchiano dun-que anche loro
il vertice di altissima civiltà che le opere d'arte hanno
toc-cato. E in ciò si finisce per fraintendere l'arte, creden-do
che essa abbia avuto come unico e disinteres-sato scopo la
rappresen-tazione della bellezza così come ciascuna epoca l'ha
concepita. Prima di War-hol, la situazione sociale e politica
dell'arte era cam-biata dai tempi di Raffae-llo, ma non di
molto. Gli artisti si erano resi più autonomi e
intellettual-mente evoluti rispetto al passato, non
apparteneva-no più alle corti di papi, re o principi, ma i
ricchi continuavano a comprare le loro opere. Come ai tempi di
Raffaello, i ricchi si servivano ancora del collezionismo e
del mece-natismo per acquisire un prestigio culturale che
altrimenti sarebbe stato al di fuori delle loro capacità.
Erano forse scomparse fi-gure come quelle di Giulio TI, essendo
tramontata un certo tipo di società aristo-cratica, ma non
quelle co-me Agostino Chigi, simbo-lo modernissimo di un certo
tipo di borghesia affaristica e imprendito-riale. La serialità
dell'arte di Warhol conteneva in sé un progetto politicamente
uto-pico: se vogliamo che l'arte sia a misura di massa, dunque
non più elitaria, tutti devono avere diritto a possederla. La proprietà
dell'opera d'arte non doveva essere ritenuta esclusiva, ma una
prerogativa esercitabile da chiunque. Sarebbe stato lo stesso
Warhol a limitare |

Let's get metaphysical
Olio su tela 130x200

The pope depart his wifes office
Olio su tela 100x150

A
Nabakovian Tale
Olio su tela 25x30

The Critic at a loss
Olio su tela 60x50 |
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questo slancio rivoluzionario, perché contrario ai
suoi interessi economici. Meglio che il mercato considerasse
le sue opere così "meccaniche" e quasi industriali nel processo
di produzione, come "manufatti" del passato c'è sempre il genio
romantico dietro di esse, anche se non si manifesta manualmente
Tutti, però, possiamo avere una immagine di un'opera di Warhol,
visto che è così facilmente riproducibile e così simile, anche
tecnologicamente, all'originale. Mark Kostabi, californiano di
nascita, diviso nella sua attività fra New York e Rom è figlio
della nuova concezione dell'arte introdotta da Andy Warhol.
Dal punto di vista stilistico Warhol e Kostabi avrebbero poco
in comune, anche se sono entrambi artisti moderi saldamente
legati alla figurazione. Warhol usava il riporto fotografico,
le tecnologie tipografiche, le repliche di una stessa immagine
anche in una stessa opera; Kostabi è un ammiratore del
"mestiere antico adotta frequentemente la prospettiva rinascimentale, non utilizza alcun supporto |
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meccanico per le sue im-magini e pratica una
pittura a olio piuttosto tradizio-nale, ispirata a grandi
esempi
della storia dell'arte del passato, "il chiaro-scuro" di Caravaggio, "lo sfumato" del Peruginc "il surreale" di
Magritte, "la melanconia" di De Chirico, malgrado l'aspetto
dei suoi dipinti sia assai diverso da queste fonti di
provenien-za. Warhol è iconico, riela-bora una immagine già
esi-stente, quella della comu-nicazione di massa e del] star
System, cristallizzan-dola e proponendola in una nuova chiave
estetica. Kostabi è narrativo(inventa dinamicamente nuove
figu-re, nuove composizioni, nuovi espedienti visivi per ogni
su dipinto, sebbene ricorra sempre a uno stesso tipo di
figura. È una silhouette bianca dotai di spessore volumetrico,
una specie di Bibendum della Michelin dopo una drastica dieta
dimagrante, ma senza volto, senza capelli, senza organi
genitali, senza de-finizione muscolare, appe-na distinguibile
nelle diffe-renza fra maschio e fem-mina. Non so se abbia u
nome, ma gli starebbe be-nissimo Kostabiman, come un
"supereroe" della nor-malità senza lettere o sim-boli da mostrare
sul petto, punto minimo di media-zione fra immaginazione
realtà, in attesa di una inevitabile trasposizione scultorea, o
meglio ancora di diventare u giocattolo, un bambolotto di
gomma plasmabile che i bambini non lascerebbero mai. Da un certo punto di vista, Kostabiman è una riedi-zione riveduta e
corretta dei " pupazzi" di Keith Harin umanizzati,
neutraliz-zati, "gonfiati", privati dell'eccessiva
stilizzazione grafica che li aveva trasfor-mati in segni,
elementi decorati e decorativi. Quel-li di Kostabi, però, non
sono segni, né decorazioni. Sono veri e propri personaggi: che
abitano e vivono i dipinti di Kostabi come Topolino o Mandrake
vivono le loro avventur, nelle strip dei fumetti. Se un giorno
si riuscisse nella grande impresa di riunire tutte 1 migliaia
e migliaia di dipinti di Kostabi, uno dopo l'altro, dovremmo
ammet-tere di aver fatto L storia illustrata più vasta mai
registrata dalla storia dell' arte, la storia di Kosta-biman
Una Odissea fanta-stica e magrittiana, stram-palata, senza un suo
svi-luppo lineare, con episodi che si aprono e si chiu-dono in un
solo dipinto, oppure che si collegano ad altri attraverso salti
bruschi e incoerenti; ma sempre di una storia si tratterebbe,
a cui ognuno di
noi potrebbe dare il senso che
vuole. Sarebbe un po' come trasporre in arte il paradosso di Borges per il quale, mettendo una
dopo l'altra tutte le
combinazioni possibili fra le lettere dell'alfabeto, si
otterrebbero certamente tanta casualità, ma anche tutti i
maggiori capolavori della letteratura internazionale. Oppure
come mettere assieme le fotografie degli album di famiglia
realizzati in ogni parte del mondo, nella sicurezza che dal
caos verrebbe fuori una qualche continuità. La vicinanza fra
Warhol e Kostabi va dunque cercata su un piano diverso dallo
stile Se Warhol aveva indicato una strada, l'arte come pratica
commerciale, come organizzazione industriale destinata alla
comunicazione globale, Kostabi l'ha sviluppata e adeguata con
perfetta coscienza del suo tempo. Kostabi può vantarsi di
essere il pittore più prolifico del mondo la sua factory,
Kostabiworld, è a New York ed è organizzata con criteri
industriali molto efficienti di quelli dell'analoga azienda di
Warhol, contando tanti collaboratori che dipingono secondo le
istruzioni del titolare. Non è solo per desiderio di denaro
che Kostabi si è organizzato in questo mo Anzi, potrà
sorprendere sapere che questo tipo di organizzazione del
lavoro si oppone al m più fruttuoso e appariscente di fare
soldi con l'arte contemporanea. C'è modo e modo di fare
denaro, e Kostabi ne ha scelto uno. |

Watch where you step
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Lost in memory
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If memory serves
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Building the emerald city
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Locked in love
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If memory serves
Olio su tela
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