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"Cosa posso
dire di me..."
di Fabio
Masciangelo
Non posso dire quand’è iniziata la mia
carriera artistica. Sin da quando ero
bambino ho sempre avuto la passione per il
disegno, infatti a scuola, a casa, non
facevo altro che copiare ciò che mi piaceva.
A otto anni, una sera, era a casa mia mio
zio Franco e mentre mia mamma lavorava al
cucito, ricordo di avergli rubato un foglio
di carta da cucito e su di esso feci un
ritratto di lui appoggiato alla cucina;
venne fuori un ottimo ritratto. A seguire
negli anni la mia passione è rivolta verso
il disegno al carboncino, perché mi
permetteva di fare tutte le sfumature che
volevo. Tutto questo senza mai prendere
lezioni. Più avanti ho imparato ad usare i
pastelli e gli acquerelli, ma solo quando
usai i primi colori ad olio, capii quanto
era fiabesco quel tipo di pittura, tutto si
creava con semplicità ed armonia. Ormai gli
anni passavano e sempre più la pittura era
per me l’espressione di ciò che vedevo. Ho
cominciato a seguire l’arte dei grandi
maestri dell’Ottocento, osser-vandoli dal
vivo nei musei in Italia ed in Francia, ed
ero ossessionato dalle loro creazioni,
ancora oggi cerco di capire cosa avessero in
testa, quali erano le loro intenzioni, quali
le loro ossessioni. Purtroppo la vita mi ha
portato a non poter studiare arte,
nonostante i professori mi consigliavano di
frequentare l’Acca-demia di Belle Arti, ed
ancora ringrazio un ex insegnante
dell’Acca-demia di Firenze ormai non più
operante in Italia, per i buoni suggerimenti
che mi diede riguardo alcune accortezze
sulla mia tecnica.. Nonostante tutto però,
mai come ora mi rendo conto che malgrado
questa lacuna, ugualmente gli studi fatti
con le mie ossa sul campo, stanno dando
buoni frutti. Amo la pittura “en plein-air”,
perché mi colma di ogni cosa, ma soprattutto
perché è l’unico modo per far capire a tutti
cosa ho in mente e quanto è forte questa
passione per me e allo stesso tempo quanto
mi strema . Sicuramente non spiegherò
tecnicamente il mio lavoro, anche perché
scriverei un libro e non è il caso, ma
altrettanto vorrei farVi capire cosa voglio
fare: semplicemente dico che un quadro è un insieme di
colori e che questo attrae lo sguardo e l’interesse
dell’osser-vatore. Ma molto complesso invece, è dare un
anima a quel quadro ed è questo che lo rende
differente da altri. I colori, l’anima, sono cose che si
possono catturare solo dipingendo dal vivo. Ho
improntato la mia tecnica pittorica proprio su questo,
ed anche se un grande maestro del passato disse: “…
bisogna saper dipingere ad occhi chiusi !”, anche se so
che questo è più che vero, sono altrettanto sicuro che
c’è dell’altro. Ecco, è su questo che voglio battere,
trovare l’anello tra l’immagi-nazione e la realtà.
Attualmente sono impegnato su degli studi per capire
come poter catturare le varie atmosfere, le varie luci,
le diverse sensazioni, e nonostante la complessità, più
la voglia dentro di me è forte, ormai è un ossessione,
che non mi dà pace. Non mi basta essere alla continua
ricerca della giusta tecnica, voglio molto di più,
voglio riportare su tela un atmosfera reale e non
surreale, che si possa toccare con mano per la sua
densità. Certamente c’è molto impegno, sia morale che
fisico (mi capita spesso di uscire prima dell’alba e
rientrare dopo il tramonto). Ma non è importante, è
invece importante raggiungere l’obiettivo. In termini
concreti, spero che la mia ricerca porti a buoni
risultati e, perché no, che possa essere di aiuto ad
altri. In questi ultimi anni partecipo attivamente ad
esposizioni collettive e personali, ho degli
appassionati ai miei lavori e sono al continuo lavoro
per seguire la mia di strada. Ed ora se posso, vorrei
lasciare un messaggio a tutti: “OSSERVATE UN
QUADRO CHE VI PIACE,OSSERVERETE LA VOSTRA ANIMA…”
"Immersione
nell'ambioto di un trait-d'union tra passato e presente"
a cura di Mario
Micozzi
Per la prima
volta il giovane pittore Fabio Masciangelo, nato a Fossacesia
(Abruzzo) dove vive e lavora si affaccia su piano nazionale
con la nostra rivista e con noi partecipa a tre fiere d’arte
italiane ed esattamente a quella di Padova, di Expò di Bari e
di Reggio Emilia, per noi di nuova visitazione e soggiorno
operativo da quest’anno, uscendo così dagli stretti confini
regionali. L’artista che non ama l’acrilico dopo aver usato il
carboncino fin dall’adolescenza e quindi l’acquerello per
bozzetti vari, predilige senza alcun dubbio l’olio. Egli
progetta, ed agisce in plein-air, cioè all’aria aperta,
dipingendo dal vivo senza scatti fotografici propedeutici,
senza infingimenti preconcetti. Lasciandosi colpire,
affascinato ogni volta ed estasiato da tre prevalenti
elementi: la corposità delle masse orografiche, la luce e il
colore. Infatti, di materiali viventi, di qualità cormatiche e
chiaroscurali risultano essere pervasi i suoi quadri che hanno
per soggetto ormai canonico i paesaggi campestri, marini,
fluviali e montani (come la Maiella madre). In cui campeggia e
circola, come a tradurre in immagine visiva ciò da cui
Masciangelo è stato come irretito. In cui molto manifesta è la
propensione sua a tradurre in visioni ciò che ha costituito
per lui l’incipit. Cioè l’impegno primigenio, spontaneo di un
impressionismo non accademico storicizzato, di maniera magari
obsoleta ma vivificato e sostanziato da una carica di fresca
vitalità, capace di trasformare l’apparenza vivace in memoria
vibratile di quanto è caduto sotto lo sguardo. Così noi con
Masciangelo fulminea-mente e cioè con la subitanea presa
d’impatto con il reale ci risentiamo con l’humus della terra
abruzzese, in una rivisitazione dei luoghi che furono dei
nostri padri nella pienezza di un incorrotto e ancora quasi
incontaminato status densamente materico dei siti noti del
nostro lavoro cominciato o finito come in “Noceto, sole
d’inverno” (olio su tela, cm 78,5x72) come in Veduta Paglieta
con rotoballe (olio su tela, cm 40x50) con pennellate ben
compatte, equilibratamente dosate o del nostro svago e
intrattenimento piacevole e rilassante come Sul balcone
Cavalluccio all’alba (olio su tela, cm 79x 65) o,
diversamente, del nostro andirivieni quotidiano turistico da
un punto all’altro dei nostri spostamenti o per ragioni di
lavoro professionale come ne “Il Ponte della Ferrovia
all’Alba” (olio su tela, cm 65x78) oppure come nell’ampia e
delicata fusione di vegetazione e operatività umane del quadro
ricco di richiami ancestrali de “Sotto il ponte di
Guastac-conce” (olio su tela, cm 60,5x70). Nei quali l’emozione
visiva icononografica si coniuga con quella istintuale a
ritroso nel tempo e insieme riemergente dai fondali del
passato che rivive sentimentalmente in noi. Nel quale il
presente s’incunea per reincarnarsi ancora tale e quale
com’era prima e per prolungarsi, riattualizzandosi in un
futuro del dopo che è stato prima di noi. |