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L’ossimoro visivo
di
Antonella Nigro
L’opera di Martino Caridi si propone di attraversare
la realtà, abbracciare e descrivere la dimensione
onirica, impiegando l’antitesi, l’inconciliabilità,
l’incongruenza della visione surrealista. La tesi di
André Breton secondo cui la surrealtà è contenuta
nella realtà e viceversa, trova nell’opera di Caridi
la sua applicazione. L’ispirazione dell’artista,
infatti, non affonda le sue radici in un mondo
immaginario, ma nel presente, nell’effettività, solo
successivamente, il potere evocativo dell’inconscio,
diventa metamorfosi, trasposizione oggettiva in forma
d’arte. Nella ritrattistica, particolare importanza è
riservata alla manifestazione del sé attraverso lo
sguardo, ciò che Roland Barthes definirebbe punctum.
L’effetto flou, sfumando i contorni, in un dosaggio
sapiente di luci e ombre, per contrasto sottolinea gli
occhi che emergono come stelle nitide e brillanti,
metafora della capacità di espressione interiore. Il
ritratto, dunque, è inteso come analisi introspettiva
di ciò che sfugge alla normale consapevolezza del
soggetto. Tra i temi preferiti dall’artista, la
maternità, colta e ritratta con grazia e forza
espressiva. La curva della gravidanza, l’abbraccio
poetico della madre al figlio, sono visivamente e
idealmente “archi d’amore”, che contengono,
proteggono, esaltano la vita. Martino Caridi esplica
una visione complessa riguardo la maternità, percepita
come fusione profonda dell’istante e dell’essere, che
appare senza divenire, bloccata nella sua bellezza
concettuale ed estetica. La rappresentazione della
vita è fissata in un attimo eterno, senza inizio e
senza fine, in cui regna l’immutabile e da cui è
esclusa ogni successione. Una raffigurazione
definibile “totalità simultanea”: madre e figlio sono
una coesistenza mistica, il mostrarsi dell’infinito
nel finito. Qualunque forma espressiva, sembra
inadeguata ed insufficiente a descrivere tale stato
ideale, eppure, attraverso specifiche scelte
artistiche, quali il primo piano, l’importanza
riservata al particolare, il taglio dell’immagine,
ecco che la complessità della teorizzazione, si mostra
allo spettatore nella semplicità e nella purezza che
caratterizzano il forte impatto emotivo dell’opera.
Eppure, non solo madre, ella appare come incarnazione
dell’universalità insita nel termine “donna”. La
figura femminile è idealizzata in liriche immagini:
arcaica e incorporea fata dei boschi; splendida regina
confusa tra la sabbia in un abbandono fatale;
magnifica prigioniera di surreali nastri; pericolosa
creatura dell’attesa, avulsa dal mondo; affascinante
riflesso di se stessa nel gioco imprudente della
specularità; oro fuso, fulgido e prezioso, manifesto
nella sensualità del nudo; inafferrabile schizzo di
acqua marina. Martino Caridi procede, artisticamente,
per ossimori visivi: il corpo della donna è protetto,
ma esibito nella sua perfezione, come un diamante
rarissimo, irraggiungibile ma in attesa di essere
rubato, si offre e si nega, sorride e fugge.
L’immagine, così, comunica un fascino pericoloso,
diviene pulsione istantanea di un sentire simile ad un
battito, epigrafico riflesso dell’eros. La donna è
idolo che incatena, sorriso d’angelo crudele, il suo
sguardo, catturato in un verso di Baudelaire è
“dolcezza che affascina e piacere che uccide”. Le
mani, gli occhi, le labbra di queste splendide
creature del sogno, divengono l’araldo della
sensualità, che, come scintilla improvvisa, ferisce
l’osservatore, rivelando dettagli di audace bellezza
in una poetica assenza di spazio e tempo. Tutto ciò
che appare contraddizione si palesa, infine, come
logica conseguenza del principio ispiratore dell’
opera: la figura femminile è infinitamente bella per
non essere ritratta nella classica magnificenza del
nudo, ma proprio il nudo è talmente potente nella sua
rivelazione, che abbisogna di un “velo” artistico che
ne attenui l’incanto. Così, per evitare il triste
epilogo della storia di Zeus e Semele, l’artista
difende lo spettatore da troppa bellezza, dalla
folgore, che gli sarebbe fatale, attraverso falsi
strappi, strisce di colore, raggi surreali che,
coprendo in parte la figura, divengono protagonisti
nel gioco sapiente del nascondere e dell’immaginare
l’oltre, ciò che esiste, eppure non si mostra. Tale
procedimento, d’altra parte, trasfigura la figura
femminile, rendendola sovrana di un mondo onirico in
cui la corporeità è del tutto sublimata. La
suggestione dell’antinomia è rivelata nei corpi che si
distaccano dal fondo come per abbracciare la
tangibilità, eppure restano legati ad esso,
imprigionati in una dimensione fantastica, custodi di
un segreto che va oltre la realtà.
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