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"Giovani Talenti Crescono" a cura di Francesco Cairone
PRESENTA:
MARTINO CARIDI
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Martino Caridi nasce il 10 Dicembre del 1986 a Battipaglia in provincia di Salerno; già da piccolo mostra una discreta predisposizione per il disegno e le materie artistiche così, al termine delle scuole medie, per seguire la sua passione, si iscrive all'Istituto d' Arte "Filiberto Menna" di Salerno. Nel 2001 consegue il diploma di Maestro d'Arte, ma continua la scuola, che gli permette di migliorare la sua formazione artistica, conseguendo nel 2005 il Diploma di Grafica Pubblicitaria e Fotografia. Esplora le possibilità di nuove e moderne tecniche di pittura, trovando nell'Aerografia la sua maggiore espressione artistica. Desideroso di un confronto con la realtà partecipa a concorsi e rassegne e, nonostante la giovane età, inizia a prendere contatti con diversi galleristi e mercanti d'arte per organizzare le sue prime mostre personali. Nell'aprile 2005 partecipa al concorso "Airbrush Competition" riscuotendo molto successo e vincendo il 1° Premio. La sua arte nasce dalla voglia di oltrepassare la realtà, attraverso le sue opere trasmette in modo istantaneo i suoi stati d'animo e il suo modo di vedere le cose.


MARTINO CARIDI

   
L’ossimoro visivo
di Antonella Nigro
 
L’opera di Martino Caridi si propone di attraversare la realtà, abbracciare e descrivere la dimensione onirica, impiegando l’antitesi, l’inconciliabilità, l’incongruenza della visione surrealista. La tesi di André Breton secondo cui la surrealtà è contenuta nella realtà e viceversa, trova nell’opera di Caridi la sua applicazione. L’ispirazione dell’artista, infatti, non affonda le sue radici in un mondo immaginario, ma nel presente, nell’effettività, solo successivamente, il potere evocativo dell’inconscio, diventa metamorfosi, trasposizione oggettiva in forma d’arte. Nella ritrattistica, particolare importanza è riservata alla manifestazione del sé attraverso lo sguardo, ciò che Roland Barthes definirebbe punctum. L’effetto flou, sfumando i contorni, in un dosaggio sapiente di luci e ombre, per contrasto sottolinea gli occhi che emergono come stelle nitide e brillanti, metafora della capacità di espressione interiore. Il ritratto, dunque, è inteso come analisi introspettiva di ciò che sfugge alla normale consapevolezza del soggetto. Tra i temi preferiti dall’artista, la maternità, colta e ritratta con grazia e forza espressiva. La curva della gravidanza, l’abbraccio poetico della madre al figlio, sono visivamente e idealmente “archi d’amore”, che contengono, proteggono, esaltano la vita. Martino Caridi esplica una visione complessa riguardo la maternità, percepita come fusione profonda dell’istante e dell’essere, che appare senza divenire, bloccata nella sua bellezza concettuale ed estetica. La rappresentazione della vita è fissata in un attimo eterno, senza inizio e senza fine, in cui regna l’immutabile e da cui è esclusa ogni successione. Una raffigurazione definibile “totalità simultanea”: madre e figlio sono una coesistenza mistica, il mostrarsi dell’infinito nel finito. Qualunque forma espressiva, sembra inadeguata ed insufficiente a descrivere tale stato ideale, eppure, attraverso specifiche scelte artistiche, quali il primo piano, l’importanza riservata al particolare, il taglio dell’immagine, ecco che la complessità della teorizzazione, si mostra allo spettatore nella semplicità e nella purezza che caratterizzano il forte impatto emotivo dell’opera. Eppure, non solo madre, ella appare come incarnazione dell’universalità insita nel termine “donna”. La figura femminile è idealizzata in liriche immagini: arcaica e incorporea fata dei boschi; splendida regina confusa tra la sabbia in un abbandono fatale; magnifica prigioniera di surreali nastri; pericolosa creatura dell’attesa, avulsa dal mondo; affascinante riflesso di se stessa nel gioco imprudente della specularità; oro fuso, fulgido e prezioso, manifesto nella sensualità del nudo; inafferrabile schizzo di acqua marina. Martino Caridi procede, artisticamente, per ossimori visivi: il corpo della donna è protetto, ma esibito nella sua perfezione, come un diamante rarissimo, irraggiungibile ma in attesa di essere rubato, si offre e si nega, sorride e fugge. L’immagine, così, comunica un fascino pericoloso, diviene pulsione istantanea di un sentire simile ad un battito, epigrafico riflesso dell’eros. La donna è idolo che incatena, sorriso d’angelo crudele, il suo sguardo, catturato in un verso di Baudelaire è “dolcezza che affascina e piacere che uccide”. Le mani, gli occhi, le labbra di queste splendide creature del sogno, divengono l’araldo della sensualità, che, come scintilla improvvisa, ferisce l’osservatore, rivelando dettagli di audace bellezza in una poetica assenza di spazio e tempo. Tutto ciò che appare contraddizione si palesa, infine, come logica conseguenza del principio ispiratore dell’ opera: la figura femminile è infinitamente bella per non essere ritratta nella classica magnificenza del nudo, ma proprio il nudo è talmente potente nella sua rivelazione, che abbisogna di un “velo” artistico che ne attenui l’incanto. Così, per evitare il triste epilogo della storia di Zeus e Semele, l’artista difende lo spettatore da troppa bellezza, dalla folgore, che gli sarebbe fatale, attraverso falsi strappi, strisce di colore, raggi surreali che, coprendo in parte la figura, divengono protagonisti nel gioco sapiente del nascondere e dell’immaginare l’oltre, ciò che esiste, eppure non si mostra. Tale procedimento, d’altra parte, trasfigura la figura femminile, rendendola sovrana di un mondo onirico in cui la corporeità è del tutto sublimata. La suggestione dell’antinomia è rivelata nei corpi che si distaccano dal fondo come per abbracciare la tangibilità, eppure restano legati ad esso, imprigionati in una dimensione fantastica, custodi di un segreto che va oltre la realtà.

www.martinocaridi.com

 

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