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"Mio
Padre...Bueno" a cura di Tommaso Bueno |
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Dei tre figli di Antonio Bueno, io
sono l'ultimo, il più giovane. Quando
egli scomparve, nel 1984, non avevo
ancora compiuto vent'anni; credo
perciò di conoscere bene solo l'ultima
parte della sua vita, vale a dire la
fase in cui la sua notorietà si era
già ben consolidata e stabilizzata.
Dei suoi movimentati anni giovanili,
del difficile percorso ch'egli dovette
compiere prima di giungere alla
maturità artistica e personale, di
tutti quegli eventi che costituiscono
forse le pagine più affascinanti della
sua biografia, mi sono
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potuto fare un'idea in primo luogo
grazie a ciò che potei ascoltare dalla sua
voce; in seguito, quando ho provato la
curiosità d'approfondire per mio conto
l'argomento, mi sono stati d'aiuto la ricca
documentazione conservata da mio padre e
soprattutto i suoi scritti, le memorie e i
diari. Le origini, la famiglia, la
forma-zione di Antonio Bueno hanno un così spiccato carattere
d'originalità e atipicità da rendere
quasi inevitabile accen-narvi. Suo
padre, giornalista e scrittore
spagnolo di discreta fama, era senza
dubbio un personaggio inquieto e
"sco-modo", tanto che già dieci anni
prima dell'avvento del regime franchista si era trovato cos-tretto ad
abbandonare il suo paese per ragioni
politiche; la madre, anch'essa esule
più o meno volontaria, era invece
un'ebrea polacca. L'infanzia e la
prima giovinezza di Bueno trascorsero
fra viaggi e traslo-chi continui. Era nato a
Berli-no, nel 1918, ma quasi subito la sua
famiglia intraprese una
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serie di migrazioni che dovevano portarlo a soggiornare (per periodi
più o meno lunghi) in Spagna, Francia,
Svizzera e Inghilterra. Fra il 1925 ed
il 1938 risiedette a Ginevra (il padre
aveva preso impiego come funzionario
alla Società delle Nazioni); qui egli
terminò gli studi e mosse i primi
passi nella pratica delle arti
figurative. In famiglia si parlavano
correntemente tre lingue: lo spagnolo
del padre, il tedesco condito di
termini yiddish della madre, il
francese dell'ufficialità e degli
studi. Anche se la passione artistica
interruppe anzitempo la sua carriera
scolastica, Bueno non soffrì mai di
alcun deficit culturale, sia in virtù del
suo innato e onnivoro amore per
la lettura, sia grazie allo
stimolo ad approfondire e migliorare ogni
conoscen- |
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za derivatogli dal padre (lui pure, in
fondo, intellettuale ir-regolare e
autodidatta). L'am-biente familiare,
cosmopolita e aperto al nuovo, fu forse
altrettanto formativo delle aule
universitarie che Antonio ebbe modo di
frequentare. La vo-cazione pittorica
si manifestò prima nel fratello Xavier, di
due anni maggiore di Antonio (e che per
molti aspetti fu an-che il suo unico
riconosciuto maestro).Precocissimi entram
bi, instaurarono fin dall'adole-scenza un
sodalizio totale, artistico e materiale, una
colla-borazione creativa che li portò
addirittura a mescolare e con-fondere le
loro pennellate sulla medesima tela. Anziché
attar-darsi a seguire i dettami acca-demici,
i due fratelli vollero risalire per proprio
conto alle fonti del figurativo, visitando
con devota attenzione i mag-giori musei
d'Europa e stu-diando sui libri d'arte le
ripro-duzioni dei grandi maestri del passato
(italiani, spagnoli, fiamminghi). In questo
modo essi riuscirono a riesumare e far
provvisoriamente rivivere una pratica
esecutiva che nel Novecento pareva
definitiva-mente estinta. I due giovani
artisti si stabilirono in un primo tempo a
Parigi, dove presero in affitto uno studio;
il loro successivo trasferimento in Italia,
nel 1940, si compì per cause in buona parte
estranee alla loro volontà. Nel-le
prospettive iniziali, il loro non
avrebbe dovuto essere altro che il
classico voyage en Italie che ogni
artista europeo deve, prima o poi, compiere;
in realtà essi non riuscirono mai più ad
allontanarsi da Firenze, città nella quale
im-prevedibilmente finirono per trascorrere
tutta l'esistenza. Il capoluogo toscano
doveva essere, in teoria, soltanto la prima
tappa di un breve viaggio di studio,
destinato a concludersi non appena la drôle
de guerre che impediva loro di
rientrare a Parigi si fosse in qualche modo
risolta;ma quando, pochi mesi più tardi,
anche l'Italia entrò |


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nel conflitto, tutti questi progetti
vennero sconvolti. Anche le loro prime
mostre italiane furono realizzate più
che altro per caso, senza
premeditazione. A quell'epoca essi
dipingevano più che altro per esercitarsi,
per integrare (con la pratica dal vero) una
preparazione accademica che ritenevano
lacunosa; non pensavano nemmeno
all'esistenza di un pubblico, correggevano,
cancellavano, e per risparmiare sui
materiali dipingevano sui quadri già finiti.
Il successo con cui furono accolte le loro
prime personali fu dunque un'autentica
sorpresa. Perché proprio Firenze? Fu una domanda che
gli stessi fratelli Bueno dovettero
porsi più volte, in seguito. il |
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provincialismo dell'ambiente locale
non prometteva grandi possibilità di
carriera, e non doveva apparire
particolar-mente stimolante a due
giovani pittori, imbevuti di
cosmopolitismo, che avevano già
vissuto a Parigi. Il capoluogo toscano
tuttavia, per la loro ricerca
solitaria e personalissima, poteva
forse esser sede anche più pertinente
che Parigi. Nel 1945, poi, essi si
sentivano ormai ancorati a Firenze,
soprattutto da precisi vincoli
pratici: si erano affermati come
ritrattisti, avevano reclutato una
solida clientela altoborghese, avevano
entra-mbi una famiglia e dei figli. A
Firenze Antonio Bueno ebbe sempre vita
dura, specie nel periodo immediatamente
suc-cessivo al suo "divorzio" dal fratello
Xavier (1949); ma in parte ciò fu
conseguenza di una sua precisa scelta.
Volendo, avrebbe potuto cos- |

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truirsi una buona fama locale, seguitando per esempio a fare
il ritrattista; preferì sempre invece
isolarsi su posizioni più eccentriche,
compiendo scelte che potevano parere
ora anticipatrici ora ritardatarie. Un
costante sforzo di originalità, che fu
premiato solo all'ultimo, e a prezzo
di grandi sacrifici. Negli anni
Quaranta Bueno si cimentava in prove
di raffinato e impareggiabile
realismo, che però si dimostrarono non
prive di rischi (la critica,
trascurando l'intento "poveristico"
delle sue nature morte, volle leggervi un
tentativo di reazione). Seguì, fra il 1952 e
il 1959, la cosiddetta stagione delle
"pipe": nei quadri di quel periodo, che
tentavano un interessante compromesso fra
astrazione e figurazione, ogni presenza
umana o "naturale" era sostituita da oggetti
di valenza metafisica - le pipe di gesso,
appunto, che Antonio e Xavier fumavano
quand'erano studenti a Ginevra, i
gusci d'uovo, le matite e i pennelli.
L'attività di Bueno raggiunse |
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l'intensità massima nel corso degli
anni Sessanta, quando egli divenne in
pratica il coordinatore
dell'avanguardia fiorentina, dando
vita a esposizioni e iniziative d'ogni
tipo e dedicandosi al contempo a forme
d'arte più o meno provocatorie
(pittura monocromatica, arte
"tecnologica" e multimediale, poesia
visiva, audiopittura, pittura a
metraggio, sempre con più o meno
espliciti richiami all'universo della
pop-art). Gli anni Cinquanta e
Sessanta, salvo limitate parentesi,
furono per l'artista e per la sua
famiglia anni di serie difficoltà e
preoccupazioni. La pittura di Bueno
faticava a trovare una collocazione
sul mercato; per colmo della sfortuna
essa pareva riscuotere più successo a
Milano che a Firenze, e comunque più
all'estero che in Italia (la sua prima
mostra di autentica risonanza ebbe
luogo a New York, nel 1959). A parte i
costanti assilli economici, in quel
tribolato ventennio Bueno dovette
lottare anche contro l'isolamento, artistico
e personale, cui lo condannava la sua
condizione di esule; la cittadinanza
italiana gli fu finalmente concessa solo nel
1970, dopo due tentativi andati a vuoto e
varie vicissitudini burocratiche.
In |


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questo senso la sua adesione a
vari movimenti e correnti d'avanguardia del
periodo (il "Gruppo '70", "Nuova
Figurazione", eccetera) può anche essere
interpretata come tentativo di guadagnarsi
più considerazione da parte di critici e
colleghi. L'Antonio Bueno che io ho
conosciuto conduceva già una vita assai
diversa da quella ricapitolata sin qui.
Attorno alla fine degli anni Sessanta si era
consumato il suo definitivo divorzio
dall'avanguardia: l'artista (che non era mai
giunto, comunque, a negare il primato della figurazione) tornava ora
a una pittura dichiaratamente
"neopassatista" - o, per usare altre
sue ironiche etichettature,
"neokitsch" e "pompieristica".
La stagione delle lotte, delle
sperimentazioni, dei sodalizi chiassosie
iconoclasti, era ormai conclusa. Nell'ultimo
decennio, le sue partecipazioni a mostre
collettive si fecero rare, per non dire
eccezionali; anche le amicizie, nel
frattempo, si erano diradate, così come le
occasioni mondane, i viaggi e gli
spostamenti in genere. Gli effetti di questo
brusco mutamento d'umore furono
accentuati da due altre circostanze: il suo
trasferimento in una nuova |
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casa
(appartata in un bosco a una ventina
di chilometri da Firenze) e
soprattutto l'improvviso peggioramento
delle sue condizioni di salute (Bueno
soffriva di cirrosi epatica, malattia
causatagli probabilmente dal prolungato
contatto con le sostanze nocive contenute in
colori e solventi). Nei suoi ultimi anni
egli consacrò al lavoro quasi ogni momento e
ogni nergia, senza concedersi pause o vere
vacanze, sfruttando persino le ore di veglia
supplementari cui l'obbligava l'insonnia.
Non seppe mai derogare dalla sua severa
regola disegnativa, dalla ricerca
incontentabile di cura e finitezza; dopo
aver riportato in auge le tecniche e i modi
della grande pittura del passato, era come
dannato a restarvi fedele per sempre. La
superiore trascuratezza del maestro famoso,
la capacità di vivere come si dice della
sola firma, non poté mai provarle: ogni
quadro, anche il più piccolo, gli richiese
sino all'ultimo varie giornate di
la- |

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voro. Per conservare fresca la materia
da un giorno all'altro, e poter così
continuare a lavorarla, impastava il colore
con una miscela di olio e petrolio; un altro
utile espediente consisteva nel riporre i
quadri in frigorifero nelle pause della
lavorazione. Per assorbire poi l'eccesso
d'olio, alternava ai pennelli la carta di
giornale, opportunamente passata al ferro da
stiro. Spesso tamponava il colore anche coi
polpastrelli nudi, procedimento da cui
nessun medico riuscì a distoglierlo. La
schiavitù del cavalletto, naturalmente,
riduceva al massimo le sue possibilità di
occuparsi d'altro o svagarsi. Era veramente poco, in effetti, il tempo
che gli restava per la famiglia. A
parte la pittura, egli aveva sempre
provato un vivo interesse per la
musica (come attestano anche i
numerosi Concertini dipinti nella
maturità). In gioventù aveva studiato
violino per nove anni; ora la musica
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serviva più che altro di conforto, di
sottofondo alle sue interminabili fatiche
pittoriche. Qualcuno, in genere mia madre,
doveva assisterlo girandogli i dischi sul
vecchio grammofono (se lo faceva lui, sul
disco restavano impresse due o tre
caratteristiche impronte di colore). Alla
lettura, invece, poteva dedicarsi solo la
notte (ancora grazie all'insonnia): in
questo modo, ad esempio, nel 1981 o 1982 fu in grado
di rileggersi a gran velocità tutta la Recherche di Proust.
L'ultimo grande impegno che affrontò, un
vero tour de force, fu la preparazione dei
quadri per la Biennale del 1984, pochi mesi
prima di morire. Per l'occasione volle
realizzare una serie di d'après di
grande formato, cosa ormai
abbastanza inabituale per lui. I d'après,
rivisitazioni di opere più o meno
celebri dei grandi del passato,
avevano comin-ciato a interessarlo
verso la fine degli anni Settanta; con
gli anni questo genere era diventato
la parte più
avanzata e personale della sua
ricerca. Nei mesi in cui lavorò per la
Biennale appariva già provato dalla
malattia, e molto inde-bolito, ma
l'entusiasmo per le opere messe in
cantiere e l'urgenza di tener fede
all' impegno gli davano evidente-mente
l'energia per andare avanti. Il
crollo, infatti, arrivò pochi giorni
dopo l'inaugura-zione, all'inizio
del mese di |


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giugno. Sotto
il profilo caratteriale e umano, mio
padre era senz'altro una persona
originale, anche se non precisamente
un eccentrico come in genere
s'immagina debba essere ogni artista
che si rispetti. Era un uomo
impetuoso, disordinato, talora
irascibile; il suo tratto più tipico
era però la smemoratezza, che poteva
raggiungere estremi parossistici. La
distrazione continua l'obbligava a
perder tempo quasi ogni giorno nella
ricerca di oggetti per lui essenziali
(e gli oggetti che smarriva erano
sempre gli stessi, vale a dire gli
occhiali, il berretto basco,
l'agendina coi numeri di telefono); a
volte era una caccia disperata, senza
orario, che coinvolgeva tutto e tutti
e si spingeva in ogni stanza della
casa. Coi pennelli, naturalmente, era
la stessa cosa, salvo che per loro
aveva escogitato dei nomi, e se ne
serviva quando doveva rintracciarli
(dei nomi propri, come di persona: ne
ricordo uno, ad esempio, che aveva
battezzato Filippo). Era fra l'altro
un conversatore affascinante,
alluvionale, capace di dilatare una
telefonata oltre ogni limite
ragionevole, senza scopo, per il solo
gusto di parlare. Negli ultimi anni
poi, per mancanza d'interlocutori
validi, dovette far ricorso alla
scrittura e si dilettò a redigere (non
senza accuratezza, a dire il vero)
molte interessanti pagine
autobiografiche. Per una sorta di curiosa
compensazione, il carattere della sua
pittura appariva molto distante dal
suo; anzi, ne era proprio l'esatto
opposto. La lindura e la precisione
ch'egli riversava nei suoi quadri
erano del tutto estranee al suo
temperamento, e contrastavano
visibilmente col suo disordinato stile
di vita: il suo studio ad esempio
impressionava i visitatori per il caos
e la sporcizia che vi regnavano, e lui
stesso indossava solo giacche logore e
pantaloni cascanti, tutti schizzati di
colore. L'uomo che nella vita di tutti
i giorni era tanto esuberante ed
espansivo, inoltre, dipingendo si
faceva reticente e malizioso;
rifuggiva ogni retorica, ogni
esibizione, contentandosi di alludere
sommessamente, di ordire sottili
metafore. Credo che proprio questo
sia il dato essenziale per chi voglia
interpretare la sua pittura: quei
volti vuoti, attoniti e stupiti
(stupiti forse dall'assurdità della
vita), non tradiscono quasi pensiero o
sentimento solo perché cercano in ogni
modo di tenerseli "dentro". E' pittura
di sottintesi, mai semplice o
superficiale come si sforza di
apparirci. |
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