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"I Pittori Moderni
Della Realtà" ( 1947-1949 ) |

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All'indomani del 1945,
restaurata la libera circolazione d'idee e
persone, Antonio Bueno avrebbe potuto
teoricamente far rientro in Francia, com'era
anticamente nei suoi progetti. Ma una scelta
del genere ormai non poteva più neanche
prenderla in considerazione. In Italia
infatti, contro ogni sua aspettativa e quasi
contro il suo stesso desiderio, aveva
cominciato a farsi conoscere come pittore, e
italiani erano i suoi unici estimatori e
protettori; nonostante permanessero certe
difficoltà d'integrazione, e nonostante il
provincialismo dell'ambiente fiorentino non
promettesse grandi possibilità di carriera,
erano delle ragioni materiali, di
sussistenza, a condizionare le sue
decisioni. Molto peso ebbe poi la rinnovata
situazione familiare in cui Bueno si era
frattanto venuto a trovare. Fra i suoi
vicini di casa in via di Camerata aveva
conosciuto una giovanissima ragazzina,
Evelina Hay, figlia
di un aristocratico
scozzese trapiantato a Firenze: per prima
cosa ne fece la propria modella in
innumerevoli dipinti e disegni, e poco più
tardi (ancora nel corso della guerra) la
prese in moglie, senza attendere neppure che
finisse di crescere e ultimasse i suoi
studi. Antonio continuava naturalmente
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a convivere
assieme alla madre, al fratello Xavier e
alla cognata Julia. La famiglia,
man mano che si ampliava, veniva sempre più
a somigliare a una sorta di confusionaria
"comunità tribale" (per usare una
definizione della Chamorel): nell'immediato
dopoguerra Xavier aveva già due figli, un
maschio e una femmina, e nel frattempo era
nato anche il primogenito di Antonio,
Francesco Saverio. In precedenza, attorno al
1943, si era reso necessario un nuovo
trasloco (probabilmente anche per ragioni di
spazio); la scelta era caduta su villa "Il
Pozzo", una costruzione posta giusto alle
pendici della collina fiesolana. Qui Antonio
e i suoi familiari trascorsero gli anni
peggiori della guerra, in indicibili
ristrettezze, adattandosi a coesistere coi
militari tedeschi (che avevano requisito
molte ville del vicinato) e industriandosi
in ogni modo di tener celato l'ebraismo
della madre Hannah. |
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Guai veri e propri non
ve ne furono, comunque, perché
fortunatamente la nazionalità spagnola li
teneva al riparo dai rischi maggiori. A
guerra finita, insomma, tanto Antonio che
Xavier Bueno avevano parecchie ragioni per
cominciare a considerare l'Italia una valida
patria adottiva. La famiglia, soprattutto, e
le passate tribolazioni, li obbligavano a un
contegno più responsabile; né l'uno né
l'altro avrebbe avuto il coraggio di
smembrarla o condursela appresso in nuove
peregrinazioni europee. La situazione
culturale postbellica mise i fratelli Bueno
di fronte a delle scelte non facili.
Riaperte le frontiere dopo vent'anni di
catalessi autarchica, l'arte italiana si
affannava ora a recuperare il tempo perduto;
proliferavano correnti e movimenti di vario
genere, tutti più che mai ansiosi di novità
e tutti ispirati a modelli d'importazione. I
due Bueno, che avevano già fatto diretta |
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esperienza dell'École
de Paris, non provavano affatto la necessità
di un aggiornamento del genere; tuttavia,
nel nuovo contesto generale, era inevitabile
che ricominciassero a nutrire dubbi sulla
propria pittura (gli stessi, più o meno, che
già li avevano turbati alla vigilia della
prima mostra italiana, nel 1942). Sino a
quel momento non si era ancora presentata
una seria occasione di confronto con la
critica e con gli altri artisti; la stampa
che aveva recensito le loro mostre aveva
espresso solo lodi banali e generiche, e in
realtà i maggiori consensi li avevano
espressi a titolo personale certi
collezionisti e amatori lombardi (Kroff,
Finazzi, Cesati, Toninelli), personaggi che
Xavier e Antonio stimavano "soprattutto per
il loro portafoglio". Adesso però quel
confronto non era più differibile; urgeva
trovare al più presto
una collocazione, schierarsi,
dimostrare le |
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ragioni di certe
scelte. Xavier, da parte sua, cercò di
aggirare l'ostacolo riproponendo la stessa
pittura che l'aveva reso noto a Parigi dieci
anni prima, una pittura ricca d'impegno
sociale, di denunce e di vis polemica;
Antonio invece, che non aveva maniere più
antiche da rivisitare, attraversò un periodo
di forte imbarazzo. Sentiva che le prove
compiute sino ad allora non erano abbastanza
"moderne", ma non vedeva alternative fra
l'ottuso conservatorismo borghese da una
parte e la disgregazione nichilista
dell'avanguardia dall'altra. In certi
momenti arrivò a pensare di lasciar da parte
la pittura e farsi architetto: era di nuovo
la lezione di Le Corbusier che l'ispirava, a
suo parere "l'unico che avesse trovato uno
stile davvero moderno ed efficace".Xavier
presentò i suoi nuovi lavori in una
personale alla galleria "Il Camino" di
Milano, nel 1946, redigendo per
l'occasione un |
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testo molto duro nei confronti
dell'avanguardia (definita in blocco "postimpressionismo
decadente"); e ancora più dura fu la
reazione della critica, che stroncò la
mostra. Incattivito dall'insuccesso, egli
meditò quindi una reazione in senso ancor
più purista; ritenendo ormai impossibile
conquistare il favore della critica, si mise
a cercare alleati per essere in grado di
combatterla. Il primo ad essere arruolato fu
naturalmente Antonio, anche se un po'
controvoglia; aderirono poi anche Pietro
Annigoni e Gregorio Sciltian (col quale i
Bueno avevano già avuto modo di
familiarizzare nel corso della guerra). Non
si trattava di una compagine davvero
inedita, in quanto i quattro artisti si
conoscevano già bene, avendo collaborato ed
esposto insieme in varie occasioni
precedenti; la maggior novità era costituita
dall'insegna comune ("I Pittori Moderni
della Realtà") e se si vuole dal proposito
di lasciar agire su piano parallelo la
pratica pittorica e l'argomentazione
teorica. Il gruppo, il cui unico nesso
operativo era l'osservazione "oggettiva" del
vero, della natura ("fonte prima ed eterna
della pittura"), e la sua
riproduzione il più
possibile fedele, aveva intenti |
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esplicitamente polemici: sicuro
dell'appoggio del pubblico, cercava lo
scontro frontale con la critica, che vedeva
ormai irrimediabilmente compromessa con la
"dittatura dei vari formalismi postimpressionistici". Come si vide poi in
seguito, non si trattava di un'alleanza
molto sensata. Antonio, a onor del vero (che
all'indomani del '45 avvertiva anche più di
Xavier il problema dell'isolamento), avrebbe
preferito coinvolgere artisti d'altra
estrazione, e tentò in effetti di contattare
i fratelli Barraud, la cui pittura sentiva
ben più affine alla propria; ci fu anche uno
scambio di corrispondenza ma - per la
mancanza di una conoscenza personale e per
la difficoltà d'intrattenere rapporti
operativi fra Ginevra e Firenze - la cosa
non ebbe seguito. Sciltian e Annigoni,
insomma, erano sul momento gli unici
interlocutori disponibili, e sottoscrissero
senza alcuna difficoltà il bellicoso
progetto di Xavier. Ecco il programma dei
"Pittori Moderni della Realtà", riassunto
in un opuscolo dal
tono discutibile e
un po' apodittico che
venne diffuso in occasione
della loro prima mostra
ufficiale (tenutasi a Milano, alla galleria
de "L'Illustrazione Italiana",nel novembre
del |
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1947):Noi,
"Pittori moderni della realtà", siamo
riuniti in un gruppo fraterno per mostrare
al pubblico le nostre opere. La simpatia e
la comprensione con le quali esso ha
accompagnato e assecondato in questi anni i
nostri sforzi, la certezza di essere nel
vero, di aver ragione noi e gli altri torto,
ci hanno convinto dell'opportunità e della
necessità di questa mostra. Siamo compatti
con la nostra forza, la nostra fede, i
nostri ideali e la nostra assoluta reciproca
stima. In contrapposto all'École de Paris,
nata in Francia ma rappresentante una
tendenza universale di decadenza, la nostra
arte nata in Italia rappresenta un
avvenimento di speranza e di salvezza per
l'arte e questa mostra vuole essere un primo
effettivo contributo alla lotta che si
accende. Non ci interessa né ci commuove una
pittura cosiddetta "astratta" e "pura" che,
figlia di una società in sfacelo, si è
vuotata di qualsiasi contenuto umano
ripiegandosi su se stessa, nella vana
speranza di trovare in sé la sua sostanza.
Noi rinneghiamo tutta la
pittura
contemporanea dal |
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postimpressionismo a oggi,
considerandola l'espressione dell'epoca del
falso progresso e il riflesso della
pericolosa minaccia che incombe
sull'umanità. Noi riaffermiamo invece quei
valori spirituali e più precisamente morali
senza i quali fare opera di pittura diventa
il più sterile degli esercizi. Noi vogliamo
una pittura morale nella sua più intima
essenza, nel suo stile stesso, una pittura
che in uno dei momenti più cupi della storia
umana sia impregnata di quella fede
nell'uomo e nei suoi destini, che fece la
grandezza dell'arte nei tempi passati.Noi
ricreiamo l'arte dell'illusione della
realtà, eterno e antichissimo seme delle
arti figurative.Noi non ci prestiamo ad
alcun ritorno, noi continuiamo semplicemente
a svolgere la missione della vera pittura.
Immagine di un sentimento universale, noi
vogliamo una pittura capita da molti e non
da pochi "raffinati". [...] Di fronte a un
nuovo accademismo o passatismo, fatti di
avanzi di formule cubiste e di sensualità
impressionista standardizzata, noi abbiamo
esposto una pittura che, incurante di mode e
di teorie estetiche, cerca di esprimere i
nostri sentimenti attraverso quel linguaggio
che ognuno di noi, a seconda del proprio
temperamento, ha ritrovato guardando
direttamente la realtà. Fra il 1947 e il
1949 il gruppo allestì in tutto cinque
mostre e gradualmente si allargò sino a
raggiungere la cifra massima di diciannove
membri. Il successo di pubblico fu
considerevole (alla prima mostra milanese,
ad esempio, sfilarono ben ventimila persone)
e notevole come al solito fu pure
l'interessamento e l'appoggio esterno del
collezionismo. La critica, come nelle
previsioni, reagì malissimo, e in un certo
senso fu raggiunto l'obiettivo di "fare
scalpore"; su quasi tutti i più importanti
giornali i "Pittori Moderni della Realtà" si
videro attribuire gli appellativi di
"fotografi", "pittori antiquari", "copisti
da museo", e altri titoli spregiativi del
genere. Per difendersi da questi attacchi e
opporsi in qualche modo a quello che
definivano "ostruzionismo critico", i
quattro artisti diedero vita anche a una
propria pubblicazione ("Arte", che si
stampava a Firenze), della quale Antonio fu
il direttore responsabile. Con queste
premesse, era prevedibile che il gruppo non
dovesse avere vita facile. I
problemi principali, come fu
ben presto |
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evidente,
nascevano tuttavia dallo scarso amalgama dei
suoi componenti. La "assoluta reciproca
stima" sbandierata nel proclama iniziale era
in realtà più che altro nominale; i fratelli Bueno stimavano sinceramente Annigoni e
Sciltian per le loro qualità umane, ma
avevano molte riserve nei riguardi della
loro pittura, che sentivano assai distante
dalla propria. Essi non condividevano
affatto l'umore sinistro, la teatralità dei
due loro più anziani colleghi; per il
proprio realismo documentativo e quotidiano,
cercavano di valersi al contrario dei mezzi
più semplici e antiretorici. Ancora più
gravi erano poi le incomprensioni
ideologiche: fra i Bueno e Sciltian,
soprattutto, ex attivisti comunisti i primi
e fuoriuscito antibolscevico il secondo (Sciltian
era difatti originario di Rostov sul Don e
viveva esule in Italia dal 1923). L'opera
dei "Pittori Moderni della Realtà" fu
genericamente intesa come reazionaria da
parte della critica, che forse non seppe
cogliere l'intento "poversitico" delle
nature morte e delle composizioni di Antonio
e Xavier; e i due fratelli non
potevano tollerare a lungo un equivoco tanto
madornale. |
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Loro si ricollegavano
al passato solamente nella pratica
pittorica, non certo nell'ideologia;
miravano a far pittura moderna con gli
strumenti degli antichi, ma più che a
reintegrare la dignità tecnica della propria
arte, il "mestiere" di un tempo, non
pensavano davvero. L'unica loro colpa, in
fondo, era quella di essersi dotati di
esuberanti mezzi tecnici in un'epoca in cui
questi stavano perdendo ogni importanza.
Altri spiacevoli equivoci, che riuscirono
purtroppo fatali per la sopravvivenza del
gruppo, sorsero quando la stampa cominciò a
cercare d'identificarne la "guida", lo
stratega. In realtà esso non aveva alcuna
strutturazione gerarchica, ma l'opinione
pubblica aveva necessità di semplificazioni
del genere. Il primo a essere chiamato in
causa fu Giorgio de Chirico il quale, pur
non avendo preso parte a nessuna mostra dei
"Pittori Moderni della Realtà", era ritenuto
da molti il loro regista occulto. Bisogna
dire che de Chirico aveva seguito molto da
vicino l'operato di questi artisti - fra
l'altro era diventato collaboratore fisso di
"Arte"; quando però essi si accorsero che la
sua presenza andava facendosi troppo
ingombrante, non esitarono un istante a
prenderne le distanze; e tale
scopo, nel 1948, Antonio si incaricò di
scrivere una lettera aperta di totale
sconfessione, che venne pubblicata dall'
"Europeo" Un altro indiziato ricorrente era
poi Sciltian, forse perché dei quattro soci
fondatori era quello più in là con gli anni;
e ne nacquero polemiche tanto aspre da
indurlo alla fine a ritirarsi. Nel 1949
dunque, per tutti i citati motivi, il gruppo
dei "Pittori Moderni della Realtà" si
sciolse. Il bilancio dei suoi due anni di
vita era sostanzialmente negativo: tutte le
polemiche sollevate non avevano sortito
altro effetto che quello d'innervosire la
critica, e in sostanza i quattro artisti si
ritrovarono ancora più invisi e isolati di
quanto non fossero prima di essersi
associati. Altra conseguenza nociva fu
l'incrinatura dei rapporti fra i due
fratelli Bueno: Antonio difatti restò
lungamente scettico e risentito
dell'esperienza comune con Annigoni,
Sciltian e i vari altri comprimari del
gruppo, tendendo spesso a esagerarne le
conseguenze (che a suo parere si tradussero
in "vent'anni di miseria"); e rimproverò
sempre il fratello maggiore, che in effetti
aveva goduto sino ad allora di un grande
ascendente su di lui, di averlo coinvolto in
una "battaglia contro i mulini a vento",
insensata e controproducente. |
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