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"Il Distacco dall'Avanguardia e il "neopassatismo"
degli ultimi anni" ( 1969 -1984 ) |

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Attorno alla fine degli anni Sessanta, Antonio Bueno maturò un nuovo
ripensamento stilistico, che impresse alla
sua carriera d'artista una radicale svolta.
Sulla sua adesione alle tematiche
dell'avanguardia, per quanto sincera,
avevano sempre pesato certi dubbi di fondo
(e se vogliamo anche il suo passato di
figurativo iperrealista, mai del tutto
rinnegato). Un esplicito segnale del
perdurare di certe predilezioni era stato
(dal 1958 circa |
|
in avanti) il riaffio-rare della figurazio-ne, mai più abban-donata
in seguito e conservata anche at-traverso le
più spre-giudicate sperimen-tazioni del
periodo del "Gruppo '70"; l'abbandono
dell'ava nguardia, in sostan-za,fu un atto
improv-viso, sì, che aveva avuto però lunga
inc ubazione. Per com-prendere le ragioni
del primato figura-tivo nella pittura di Bueno, può essere utile
leggere anche certi suoi appunti vergati
in tarda età sul suo diario (il passo
che segue è del marzo 1982): Anche i
filosofi ge-niali possono fare
affermazioni stram-palate sulle cose
dell'arte. Per Kant la musica doveva
esse-re per forza più bella se associata
alla parola. Naturalmente se poi un
altro genio, come Beethoven, si
persuadeva della bontà di tale asser-zione,
poteva a sua volta fare sembrar vera quella
teoria, scrivendo la sua Nona Sinfonia (che
però, per quanto sublime sia, non lo è più
di tanti altri pezzi strumentali dello
stesso autore). Il rovescio di questo
ragionamento fu la |

D'Apres Leonardo
Olio su Faesite
30x20

Maternità
Olio su Faesite
50x50 |
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teoria di Apollinaire che auspicava una
pittura la quale - al pari della musica
- potesse, e dunque dovesse, fare a meno
della rappresentazione delle cose. Ci
sono stati molti artisti che hanno
profuso tesori di genio o d'ingegno per
fare sembrar vera questa teoria (in nome
di un'ipotetica maggior purezza
dell'arte, il che significa poi
confondere i mezzi con i fini); ma la
realtà è che anche il più perfetto
quadro di un Klee risulterà sempre meno
comunicativo di un ritratto di Goya o di
Raffaello. Sarebbe stato meglio che i
filosofi e i critici, invece di far
tante profonde o ingegnose teorie,
partissero da questa duplice
constatazione: la musica è efficace, e
lo dimostra da molti secoli, anche senza l'aiuto di concetti; la pittura invece è |
|
stata altrettanto e per pari tempo efficace, ma solo aiutandosi con
i concetti [...]. Si può ragionare a lungo
per spiegare perché le cose stiano così, ma
non si pos-sono negare i fatti; e i fatti
sono questi, piaccia o no ai teo-rici.
Il divorzio di Bueno
dall'avanguar-dia si consumò, rapidamente
e senza strascichi, verso la fine del
1968, lo stesso anno in cui cessava di
esistere il "Gruppo '70". Nel dicembre
di quell'an-no l'artista redigeva una
lettera aperta, di tono più ironico che
polemico, indirizzata a Sergio Salvi
(uno dei fondatori del "Gruppo '70");
do-cumento che, consi-derata la sua
impor-tanza, vale forse la pena di citare
per intero. La mia attuale insofferenza
nei con-fronti dell'avanguar-dia,
insofferenza che mi porta, come sai, a
definirmi addirittura "neoretroguardista",
dimostra soprattutto quanto io sia in
real-tà - nonostante i miei trascorsi in
mezzo a certe esperienze "di punta" - un
incurabi-le romantico. Non è infatti
soltanto la perfezione delle ope-re di tanti
artisti" neosperimentali" che mi è venuta a
noia, è il pensiero stesso che a produrle
siano, appunto, in tanti. Una volta, stare
all'avanguardia com-portava dei disagi, dei
rischi. L'artista, eroe povero e
in-compreso, si avvia-va da solo in una
grande terra di nes-suno che si stendeva al
di là dei giardini ben pettinati dell'arte
ufficiale. Roba di altri tempi. Con il
progresso le cose non stanno più così. Da
quando cioè tutti hanno capito che
l'avanguardia è, in fin dei conti, il
migliore degli investimenti, la schiera dei
novatori si è infittita a tal punto da
compren-dere, praticamente, la totalità
degli artisti. Ne consegue un affollamento
di cui dovrei democratica-mente gioire così
co |

Profilo Blu
Olio su Faesite
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Nudo di Tre quarti
Olio su Faesite 40x30

Omaggio a Picasso
Olio su Masonite 40x30 |
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me
ne gioiscono i critici d'arte,
finalmente liberati dall'ingrato compito
di dover riconoscere la vera avanguardia
dalla falsa avanguardia, i giusti dai
reprobi, i novatori dagli accademici.
Grazie a dio, da quando siamo tutti
all'avanguardia, di accademismo non c'è
più traccia. Ma a me invece - guarda
come son diventato perversamente
asociale - il fatto di essere in tanti dà
fastidio. Mi sono a questo punto accorto che
lo spostamento massiccio degli artisti verso
le posizioni più avanzate ha trasformato in
un immenso deserto le retrovie: la terra di
nessuno, paradossalmente, sta ora là dove
una volta era accampato il grosso della
truppa. Per gli amanti della solitudine
questo è ora un posto sicuro. Strano mondo
però, cosparso di detriti di ogni sorta, di
oggetti smarriti, di cose ingombranti
lasciate lì nella fretta di partire. E
chissà quante insidie, in mezzo a quei
rottami, chissà che |
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non si corra il ris-chio per esempio di saltare in aria metten-do
inavvertitamente il piede su qualche verità
nascosta. Per-ciò è con l'animo pieno di
funesti presentimenti che il
sottoscritto si avven-tura per quella
pla-ghe. Se per troppo tempo non avrò più
dato segno di vita, promettimi di
orga-nizzare, caro Sergio, una spedizione
di soccorso. Da questo momento, dunque, Bueno tornò definiti-vamente alla
figura-zione, mettendosi a dipingere a
tempo pieno pitture che autoironicamente
a-mava definire "neo-kitsch",
"neopassa-tiste", "neoromanti-che" o (per
usare un altro termine che prediligeva)
"pomie-ristiche". Queste sue prove
avevano ces-sato, ormai, di pare-rgli
sconvenienti; al contrario, adesso egli
aveva maturato la consapevolezza che, in
un'epoca in cui l'antigrazioso si è fatto
nuovo canone accademico, la gra-zia può
paradossal-mente agire da ele-mento di
rottura. Nelle intenzioni di Bueno il
neoconfor-mismo avanguardista del "non
grazioso" poteva essere scar- |

Concerto per flauto e Violoncello
Olio su Faesite 50x70

Le Fumatrici
Olio su Faesite 30x40

Le Due Eve
Olio su Cartone 40x50 |
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dinato e messo in scacco proprio da
una pittura "graziosa", piacevole e
tecnicamente accurata (anche se
naturalmente bisognava sempre valutare
il rischio di una lettura superficiale,
che trascurasse la valenza contestatrice
e gli ambigui sottintesi di quella
pittura arrendendosi alla sua apparente
semplicità). Nello stesso momento in cui nella pittura di Antonio Bueno veniva a
determinarsi questo mutamento
d'indirizzo stilistico, avveniva anche
un altro fatto importante. Le sue
quotazioni (in parte anche sulla scia
del sopravvenuto "boom economico")
iniziarono improvvisamente a salire, le
sue opere trovarono una più facile
collocazione sul mercato. Sino al 1970
circa, Bueno aveva venduto quadri un po'
ovunque, in Italia e all'estero, fuorché
a Firenze (e infatti non pochi dei suoi
migliori lavori dei periodi anteriori
alla maturità restano tutt'oggi
difficili a reperirsi, sparpagliati in
differenti paesi); ora, però, anche i
fiorentini cominciavano finalmente a
scoprirlo. Egli, occorre dirlo, era
arrivato al successo attraver- |
|
so la via più lunga e difficile. Volendo, a-vrebbe potuto
faci-lmente costruirsi una buona fama
locale, dipingendo soggetti di facile
richiesta ( come fece per qual-che tempo in
età gio-vanile); preferì inve-ce
pianificarsi una carriera più ambizio-sa, su
scala naziona-le e internazionale, e forte
di queste cre-denziali imporre
suc-cessivamente il suo nome anche nella
ri-parata - e poco vitale - provincia
toscana. Bueno, insomma, non costruì il
pro-prio successo fra le mura di casa, ma lo
importò a Firenze dopo averlo pazien-temente
coltivato altr ove. Fu un'operazio-ne che
gli richiese molto tempo e fatica (e che
ebbe a lungo basi economiche pi-uttosto
labili), ma che alla fine gli per-mise di
amministrarsi con più libertà e di ottenere
una valuta-zione considerevole e duratura.
Il favore del mercato può indurre una specie
di cristallizzazione nel repertorio di un
ar-tista: è cosa che ca-pita abbastanza
co-munemente. Qualco-sa
di simile si veri-ficò anche nel caso di
Antonio Bueno, in particolare
nell'ulti- mo ventennio circa della sua
produzio-ne; ma non bisogna sminuire, con
ques-to, lo sforzo (tutt' altro che
comune) di cura e finitezza, l'alto mestiere
prodigato sino all'ultimo, senza risparmio
di risorse. In questo senso, tan-to lui che
suo fratello Xavier furono per tutta la loro
vita degli autentici forzati
del |

Per Pindaro
Olio su Faesite 75x75

Donne al Tavolo
Olio su Faesite 60x75

Donna con guscio d'uovo
Olio su Faesite 50x40 |
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pennello,
condannati - dopo aver riportato in auge
le tecniche e i mezzi espressivi della
grande pittura del passato - a restarvi
fedeli per sempre; coerenti sino in
fondo con i loro propositi iniziali, coll'eccentrica vocazione figurativa che
li contraddistingueva. Nel 1970, Bueno
ebbe un'altra grande soddisfazione:
riuscì finalmente a conseguire la
cittadinanza italiana. Un lungo iter
burocratico e vicissitudini non proprio
piacevoli avevano preceduto questo
riconoscimento; per due volte, nel 1956
e nel 1965, la sua richiesta era stata
respinta senza valida ragione dalle
autorità competenti. Sull'artista, per
quanto possa sembrare assurdo,
continuava a pesare un'accusa antica:
durante il periodo fascista, difatti,
era stato schedato come "sovversivo". In
attesa di ottenere quanto gli era dovuto
per legge, Bueno (oltre a non godere dei
diritti civili e politici fondamentali) non
poteva insegnare nelle accademie e non
poteva partecipare a esposizioni
internazionali al fianco degli altri
espositori italiani. Alla fine, per
sbloccare una situazione fattasi ormai
grottesca, fu necessario costituire un
apposito comitato e promuovere una petizione
nazionale: in appoggio alla
richiesta dell'artista furono raccolte
le firme di cento eminenti intellettuali
italiani. I senatori Eugenio Montale e
Carlo Levi, che erano fra questi, si
offrirono pure di presentare
un'interpellanza in Parlamento, ma la
loro azione fu fortunatamente prevenuta
dalla pubblicazione del decreto
presidenziale che riconosceva Antonio Bueno cittadino italiano. Sempre nel
1970, Bueno lasciò il villino di via di
Camerata, dove abitava dal 1949, per
trasferirsi - con la moglie, i tre figli e
la suocera - in aperta campagna, a una
quindicina di chilometri da Firenze. Aveva
infatti acquistato un'ampia casa, circondata
di bosco da ogni
parte, sulla
collina di Montereggi (sempre |
|
nella zona
di Fie-sole). Questa sareb-be stata la sua
ultima residenza: qui tras-corse gli
ultimi quat-tordici anni che gli
restavano da vivere. L'isolamento della
sua nuova sistema-zione, la lontananza
dalla città, gli fecero poco a poco
perde-re dimestichezza col-la vita
mondana, tan-t'è che in quest'ul-timo
suo periodo egli poté dedicarsi alla
pittura senza nessuna trasgressio-ne o
quasi, senza sviamenti di sorta. Le giornate
(e spes-so, quando l'inson-nia lo
perseguitava, anche le nottate) le
trascorreva barricato nel suo grande
stu-dio: il telefono era ormai l'unico mezzo
cui ricorreva per mantenersi in contat-to
con l'esterno. Al 1972 risale l'inizio della
sua collabora-zione col
mercante d'arte Giovanbattista Bianco.
La loro conoscenza però era anche più
antica, in quanto Bianco già da una
decina d'anni seguiva l'opera di suo
fratello Xavier; ora egli si assumeva
l'incarico di rappre-sentare anche
Anto-nio presso critici e galleristi,
nonché di curare l'allestimento delle
sue mostre. In pratica Bianco div-enne
l'agente e il segretario personale del
pittore, risparmi-andogli il peso di
tutta quell'attività di promozione e
nego-ziazione che ogni artista deve
purtrop-po imparare a cono-scere. E
proprio dal 1972 prese avvio
l'archiviazione siste-matica delle opere
di Antonio Bueno, uni-co strumento sinora
valido per la certi-ficazione della loro
autenticità. Altri eve-nti significativi
per la carriera di Bueno, in quel
periodo, furono la sua seconda per-sonale
newyorchese, presentata in catalo-go da
Carlo Ludo-vico Ragghianti (19-73),e
l'imponente vo lume monografico edito nel
1974 da Feltrinelli e curato da Edoardo
Sanguineti e Wanda Lattes. Se nei suoi
ultimi anni l'artista raggiunse una
condizione di relativa stabilità eco-nomica,
bisogna dire tuttavia che le sue antiche
preoccupa-zioni furono subito sostituite da
altre di diversa natura. La sua salute
veniva rapidamente peggio-rando. Egli
soffriva di cirrosi epatica (diagnosticata
con esattezza dal 1975), probabile
degenera-zione di un'epatite trascurata e
aggrava-tasi poi per il quo-tidiano contatto
con |

Volto in Viola
Olio su Faesite
24x18

Mademoiselle Riviere
Olio su Faesite 24x18

La Signora Luisa
Olio su Faesite 50x40

La Spagnola
Olio su Faesite 20x15 |
|
le sostanze nocive contenute in colori e
solventi. I medici cercarono di metterlo
in guardia dagli ingredienti della sua
pittura, ma certo non si poteva
pretendere che smettesse di dipingere; perdipiù, anzi, la sua tecnica gli
imponeva in molti casi d'intervenire
sulla materia fresca coi polpastrelli
nudi. Per una curiosa coincidenza, anche
suo fratello Xavier era sofferente di
cirrosi; la stessa malattia sarebbe riuscita
fatale all'uno e all'altro. Gradualmente,
col declinare delle energie, Bueno rarefaceva gli impegni
esterni, disertava gli antichi sodalizi,
rinunciava a incarichi che appena
qualche anno prima l'avrebbero
entusiasmato. Anche l'appartatezza del
luogo in cui adesso abitava accentuava
questa sua nuova vocazione a isolarsi; negli
ultimi anni, le iniziative o aggregazioni
cui prese parte furono davvero poche, almeno
in relazione alle sue precedenti abitudini.
Nel 1977,assieme ad alcuni suoi ex compagni del
"Gruppo '70", fondò la rivista d'arte
"Visual", di cui fu per qualche tempo
direttore; poco prima della morte,
infine, s'imbarcò in un'ultima avventura
assumendo la direzione artistica di una
nuova galleria di Firenze (impresa
fallimentare, che gli causò solo affanni
e perdita di contante). In definitiva Bueno
terminava la propria carriera ancora più
solo di quando l'aveva iniziata, senza
sodali né allievi,enza veri alleati, e senza
nemmeno poter più misurarsi a distanza col
fratello (Xavier morì infatti cinque anni
prima di lui, nel 1979). Se si escludono un
paio di apparizioni al fianco di alcuni
pittori fiorentini della nuova generazione
(Luca Alinari, Fabio De
Poli, Giuliano Ghelli), nell'ultimo
decennio egli non fu presente, in
pratica, ad alcuna esposizione
collettiva. Nella tranquillità della sua
abitazione di Montereggi, in compenso,
l'artista ebbe modo di dedicarsi a varie
attività a lui congeniali, in deroga alla
sua vocazione principale. A parte la
pittura, infatti, egli aveva |
|
sempre creduto di possedere anche una certa attitudine
all'ar-chitettura e alla scrit-tura. Nella
sua nuova casa (uno strano ibrido, una via
di mezzo fra cottage e colonica) poté
sfo-gare a piacimento la sua abilità di
proget-tista, trasformando di fatto ogni
stanza in cantiere, disfa-cendo e rifacendo
in continuazione ogni particolare che non
gli aggradava; e in effetti riuscì - pur
senza fare a tempo a concludere la sua opera
- ad abbellirla notevolmente,dotan-dola
ex-novo di un grande giardino
e rimediando con efficacia al gusto
discutibile di chi l'aveva costruita. |

Pel di Carota
Olio su Faesite
20x30 |
|
Quanto alla scrittura, Bueno
vi si era sempre dedicato, sin dai
primissimi anni della sua carriera,
redigendo con scrupolosa (per non dire
maniacale)
accuratezza articoli, testi
programmatici, cataloghi - per non
parlare naturalmente dei diari; ora,
finalmente, aveva la possibilità di
cimentarsi anche con pagine
d'invenzione, svincolate dal suo
primario impegno pittorico. Dal 1983
iniziò dunque a buttar giù le proprie
memorie, prendendo avvio dal dicembre
del 1939, vale a dire dal momento del
suo arrivo in Italia assieme a Xavier e
alla madre; non fece in tempo a
ricostruire che gli eventi dei primi due
o tre anni del suo soggiorno fiorentino,
ma riempì comunque un centinaio di
fogli, ricchi d'informazioni
interessanti e anche tutto sommato
piacevoli a leggersi. Naturalmente la
schiavitù del cavalletto riduceva al
massimo le sue possibilità di dedicarsi |
|
ad altro o svagarsi; il bilancio familiare era sempre gravato da una
quantità di impe-gni supplementari che
obbligavano l'ar-tista a ritmi di lavoro
veramente proibitivi. Era raro, ad
esempio ,che trovasse il tem-po di
viaggiare; e in genere, anche per le
brevi vacanze che si concedeva, cercava
sistemazioni che gli permettessero di
portarsi dietro pen-nelli e tavolozza.
Verso i sessant'anni, ospite del
fratello Guy, poté di nuovo trascorrere
qualche breve periodo in Spagna, dopo
un'in-tera vita di esilio più o meno
volontario. Era troppo tardi,
na-turalmente, per poter pensare di
effettuare un "ritorno alle radi-ci": non
ci fu alcun tentativo in questo senso,
come non ci furono mai seri ten-tativi di
far cono-scere la propria ope-ra di
pittore al pub-blico spagnolo. Più
tenace, tutto somma-to, restava il legame
con la Svizzera, sua antica patria
adottiva (che tornò a visitare per
l'ultima volta nel 1977). Nel 1978, in
occasione di una personale alla galleria
Spagnoli di Firenze, Antonio Bueno
pre-sentò al pubblico per la prima volta
una raccolta organi-ca dei suoi d'après.
Questi lavori, rivisi-tazioni ora devote
ora irriverenti di celebri quadri del
passato, lo occupa-rono con crescente
impegno nei suoi ultimi anni, giungen-do
infine a costituire il nucleo più
consi-stente e rappresen-tativo della sua
pro-duzione matura. Il d'après, e il
gusto della citazione in ge-nerale, non
erano per Bueno una scoperta recente. Se
ne conoscono esempi assai precoci, come
quel D'après Dürer |

Odalisca
Olio su Faesite 15x15

Figura 1920
Olio su Faesite
30x40

La Signora Luisa
Olio su Faesite 50x40 |
|
dipinto nel 1939; ed
è anzi probabile che proprio negli anni
giovanili, quelli degli accaniti
pellegrinaggi ai musei di mezza Europa,
l'artista abbia creato le premesse per
il suo successivo fruttuoso dialogo coi
grandi maestri antichi. Al ricalco
ingenuo e appassionato di quelle prime
esperienze, si sostituiva ora un'opera
di sottile, arguta rilettura. In questa
chiave Bueno rielaborò, dal 1976 in
avanti, opere di Seurat, Giorgione,
Tiziano, Leonardo, Boucher, Campigli,
Klee, Picasso, De Chirico (per citarne
solo alcuni); dal 1980 circa, poi, si
manifestò in lui una sconfinata
ammirazione per Ingres, del quale finì
per diventare una specie di "allievo
postumo". Del grande francese,
probabilmente, l'affascinavano
l'apollinea imperturbabilità, la solida
fede classicista, insensibile alle
torbide seduzioni moderniste:
atteggiamenti che egli cercò di
riattualizzare, a un secolo e mezzo di
distanza, nei propri dipinti più tardi.
Antonio Bueno concludeva la
propria |
|
carriera in crescen-do, giungendo a
ottenere i maggiori consensi proprio nel
momento in cui la sua esistenza volge-va
al termine; si può dire, anzi, che egli
non abbia fatto nep-pure a tempo a godere
del successo e degli onori che da molte
parti si comin-ciava a tributargli. La
sua scomparsa, av-venuta nel settembre
del 1984, a sessanta-quattro anni di età,
lo coglieva in fase di piena ascesa,
quan-do era ormai avviato a diventare uno
dei maggiori maestri ita-liani. Prima
della morte, comunque, egli ebbe almeno
un paio d'occasioni di vera
soddisfazione. Ricorderemo in pri-mo
luogo la grande antologica allestita in
Palazzo Strozzi a Firenze, nel 1981, che
segnò in pratica la riconciliazione fra Bueno e la sua città; in tale
circostanza il pubblico, oltre a
co-noscere una stermi-nata quantità
d'opere di ogni periodo, eb-be
l'opportunità di vedere anche lo stu-dio
dell'artista,appo-sitamente ricostruito
nei locali della Nuo-va Strozzina, e di
osservare lui stesso al lavoro, intento
a dipingere o tirare stampe al torchio.
Ma la definitiva con-sacrazione di Bueno
probabilmente ebbe luogo con la Bien-nale
di Venezia del 1984, giusto pochi mesi
prima della sua morte, quando egli era
già gravemente malato: invitato da
Giorgio Di Genova, presentò una serie di
opere magistrali (an-cora una volta d'ap-rès),
che rappresen-tano senza dubbio il
vertice di tutta la sua produzione della
maturità. L'interesse attorno all'opera
di Antonio Bueno non si è spento con la
scomparsa dell'arti- sta, ma ha anzi
continuato ad accre-scersi anche dopo di
essa. Non si spie-gherebbero altrimenti
l'infittirsi delle pub-blicazioni, il
sus-seguirsi di iniziative di
notevole rilievo |

Volto 1920
Olio su Faesite
20x25

Torero Blu
Olio su Faesite 30x20

Cappello con piume
Olio su Faesite 40x30 |
|
|
( fra le quali va citata
anzitutto la prestigiosa antologica
ospitata nel 1987 dal Museo Nazionale di Castel Sant'Angelo, a Roma). Anche la
compilazione di un catalogo generale
delle opere - impresa che si annuncia
veramente impegnativa - può essere
interpretata come una conferma di questa
tendenza: come il segno che
l'approfondimento e la valorizzazione
dell'opera di questo pittore, a dieci
anni dalla sua morte, sono ancora
pienamente in atto. |
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