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scelte,
il suo appartarsi a garantirsi uno
spazio di riflessione collo-quiale, tutto
proprio e solitario disinquinato, non
soltanto in senso ecologico, ma anche
rispetto alle pressioni del sistema
dell’arte , evidentemente. La natura è
un universo, è il suo universo, nulla
sembra aver luogo ne peso per il suo
immaginare oltre quei confini d’un
dialogo sempre avvertito, non soltanto percettivame-nte in qualità ottiche (
cromatiche etc.) ma anche in qualità
mate-riche, d’intrisione sen-sitiva. Altre
volte il suo sguardo è più distan-ziato a
suggerire una profondità di paesag-gio ed
è qui che Tonin tocca consistenze
par-ticolarissime, stabilisce paesaggi
visibile ed insensibili che solo la
pittura sa offrire , mentre i tempi di
percezione sembrano prolungarsi e
coricarsi di straordinarie sotti-gliezze,
senza mai avere l’impressione di un atto
concluso. Allo stesso modo, il colore è
un’intenzione che si espone a tutte le
possibili evidenze, e le sfumature di
certi effetti cromatici si muovono sulla
super-ficie articolandola in punti di
profonda concentrazione o in improvvise
sottrazioni di luce. Spazi illimitati,
bagliori di luci lontane,
trasfigurazioni di luo-ghi sommersi nella
profondità mitica del tempo. Così , tra
oriz-zonti larghissimi e stretti spiragli
di spa-zio, l’immagine dà compimento al
suo infinito margine di tra-sformazione :
si allarga fino a coinvolgere energie
visibili tutt’ intorno e si contrae fino
a fissare le proprie componenti interne,
rientrando in uno stato di silenzio. La
pittura afferma allora la sua
irriducibile natura di oggetto muti, non
verificabile e sosteni-bile in un’ altra
dimen-sione linguistica. E’ un bilico
allora, fra abban-dono e distacco, fra
cecità e intenzione, fra destino e
progetto, che regge il “paesaggio “ di Tonin : un crinale ristretto su cui
germina il seme difficile della pittura
che torna ad inventarsi con i suoi
enigmi, le sue sedu-zioni, i suoi
fascinosi interrogativi. |