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Nella
pittura di Alfio Presotto la realtà
ogget-tiva - che è forse l’aspet-to di
più immediata evidenza - è soltanto
una componente, e neppure la più
importante, di una concezione che
basan-dosi principalmente sui
significati allegorici che la realtà
stessa può assumere, diventa metafora,
ossia modo di mostrare con estrema
chiarezza le cose, al fine di
recuperarne tutti i valori più intimi
e segreti, e cioè quelli che ne
costituiscono l’essenza, che ne
rivelano le intime e - talora -
sconvolgenti verità. È dunque, quella
di Presotto, una pittura che tende a
stabilire stretti contatti con una
visione surreale e non a caso
l’artista ha sottolineato codesta sua
inclinazione con un “Omaggio a
Salvador Dalì” che non è affatto un
gesto di formale piaggeria, bensì una
dichiarazione di fede, una chiara
presa di posizione nei confronti di
chi ha visto nella sua opera solamente
un fatto di cultura popolare. Al
contrario, la concezione dell’artista,
veneto di origine pur se valtellinese
di adozione, è squisita-mente
aristocratica - e basterebbe la sua
predi-lezione per un’allegoria
costantemente tenuta sul filo
dell’intellettualità, del gioco
mentale, del rigore etico a
dimostrarlo - anche se talora si nutre
di quei succhi che permettono pure
almeno colto di recepire i sapori
raffinati delle sue distillazioni.
Perché, a mio avviso, c’è un p0’
dell’alchimista, in Alfio Presotto.
Non a caso, in odore di negromanzia
alchimistica morì un pittore quale il
Parmi-gianino, alla cui categoria mi
piacerebbe accostare il nostro,
proprio perché la scelta del
linguaggio, la perfezione della
tecnica, l’iperbole dello stile sono
fattori che, pur dando vita, in tempi
e situazioni così lontani tra loro, a
soluzioni tutt’affatto differenti,
permettono nondimeno di stabilire
ideali conti-nuità sul piano di
un’intelligenza sempre attenta che
controlla le passioni e fa sì che il
sentimento non abbia mai a degenerare
in sentimentalismo. E la cosa
straordinaria è che questo nostro così
classico pittore - per quel che
concerne una ricerca d’armonia
compositiva, una nitida e lucida
scansione dei volumi, una levigata
modellazione delle for-me, un pacato
equilibrio dei valori cromatico-tonali,
rivendichi a buon diritto una matrice
romantica, che è poi quella che
sommuove l’impeccabile superficie dei
suoi quadri e ci fa vedere al di là
dell’incantata bellezza delle immagini
quanto si agita al fondo del nostro
io, quanto aggalla dal subcosciente,
quanto ci tormenta nella ricerca di
una sfuggente verità. Da ciò derivano
evidenti le caratteristiche di quadri
nei quali la figura umana quasi
costantemente impone la sua presenza
(persino nelle sue raf-finatissime
nature morte par d’intendere che
l’uomo è appena passato di lì
lasciandovi la traccia di una sua
nostalgia) e in cui la rigorosa
coscienza della logica e della critica
diviene tuttavia lo strumento per
un’inda-gine poetica affidata anche
all’intelletto che non soffoca le
passioni ma ne seleziona gli aspetti
più seducenti e significativi. Per
questo un pittore che parrebbe porsi
fuori dal tempo è invece, nei suoi
contenuti come nella sua originalità
espressiva, tanto moder-no, anzi
davvero con-temporaneo per quel che
attiene all’inquietudine che traspare
dalle sue evocazioni, anche se, alla
fine, la sua esemplare maestria
esecutiva sovrappone una estatica
patina di serenità alle ansie
sotterranee che ne pervadono le tele.
Questi sono i rilievi che io vedo
emergere dall’insieme di una
produzione oggi passata al vaglio di
una mostra: il piacere e la gioia
derivanti da così specchiata
trasparenza visiva non debbono farci
credere che tutto possa ridursi alla
felicità della contemplazione. Le
perplessità che accom-pagnano il
divenire della nostra esistenza
possono anche assumere forma d’angelo
o di cigno, di colomba o di Pierrot,
possono anche svanire di fronte
all’ingenuità di un volto di bimbo o
alla castità di un puro nudo di donna,
ma sempre permane la coscienza delle
nostre contrad-dizioni, il dubbio del
nostro destino: ed è proprio questo
che aggiunge tensione e mistero al
complesso racconto di un pittore che
sa mescolare sacro e profano, che sa
fare, dell”Ultima cena” un latente
atto di accusa nei confronti di una
società mondana persino quando
dovrebbe votarsi alla religione. Ma vi
è una religione cui Presotto non viene
mai meno ed è quella di un’arte al cui
altare egli è disposto a sacrificare
tutto se stesso.
Mario
Monteverdi |