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I momenti, le sensa-zioni, i luoghi
della pittura di Ciro Palumbo si
identificano e si misurano con gli
aspetti della cultura figurativa del
passato, con la profondità dei neri
caravaggesca memoria, con un realismo
rinascinamentale, con il mistero della
luce che "scopre" scodelle, libri,
paesaggi della memoria, cesti di frutta,
finestre aperte su una natura
rivisitata. Il suo discorso appartiene,
quindi, all'area degli artisti legati
all'imma-gine, alla intensa definizione
di un oggetto o di uno spazio altamente
evocativo, a una ricerca che si sviluppa
lentamente secondo interiori
rivelazioni. Un dipinge-re che, di volta
in volta, trova le motivazioni per
"fissare" un percorso fatto di antiche
seduzioni, di percezioni che emergono da
una meditata grafia che si traduce in
cieli percorsi da nuvole di vento, in un
dire sottilmente malinconico, in un
universo di magiche atmosfere. In
partico-lare, Palumbo tende a un colore
dalle impercettibili vibrazioni, a una
rattenuta passionalità, a una
compostezza che rego-la ogni pennellata,
ogni scorcio d'ambiente, ogni natura
morta. Nato a Zurigo, Pubblicitario,
attento ai valori di una pittura
limpidamente definita, Palumbo appa-re
estremamente consa-pevole del ruolo del
pittore nella società attuale. Un
artista che accanto ai suoi tipici
soggetti ha ora realizzato una serie di
tavole caratterizzate dalla ricorrente
presenza del melogra-no. E il frutto
originario della persia, diviene simbolo
di una rappresentazione "in divenire",
di una sospe-sa raffigurazione, di
segnali che "cattturano l'immaginario",
dove "i suoi toni caldi, le sue
atmosfere familiari si contrappongono e
si fondono con il cielo animato e
agitato quasi a voler sottolineare una
doppia anima che tra la passionalità
mediterra-nea e la compostezza nordica,
trova il suo equilibrio apparente". Il
melograno è, perciò, per Palumbo, motivo
esisenziale e chiave di lettura del suo
mondo, suggestione di lontane latitudini
e ritrovate passionalità
nell'accen-sione dei rossi, nelle forme
che appaiono nel vano delle finestre,
nel senso di solitudine che si avverte
osservando i quadri permeati da un
immanente e, talora, inquietante
silenzio. |