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(...) Il pittore è solo. Non ha scuole
a cui pensare, cui riferirsi. Non ha compagni di strada. La
pittura adesso è questa: la tenerezza e la malinconia di uno
sguardo che si sa allagato e sprofondato, tenuto anche dritto,
teso sulla superficie del mare. Guccione è il pittore di un
pudore manifestato fino all’estremo limite, di un’osservanza
del confine, del bordo. Lavoro appassionato, frutto di
devozione e disciplina, che ha sempre teso all’incontro con la
verità, alla sua sperata riproduzione in immagine: «Verità.
Parola difficile da pronunciare; certamente sospetta e quindi
costantemente rimossa non solo nel mondo dell’arte.
L’invenzione della verità, ha scritto Enzo Siciliano: su
questo goethiano, lampante connubio si può bruciare una vita
intera! Quale verità e come inventarla: ecco il problema di
sempre.»E da un primo tempo di solitudine, forse più legata alla
riproduzione delle cose, alla loro vivente potenza però di
ricordo più che ti descrizione, sono usciti quadri che hanno
mostrato come il ritorno di Guccione da Roma alla Sicilia sia
stato il frutto ti una necessità interiore. È una stagione che
si chiude all’inizio degli armi Ottanta, e che aveva preso
l’avvio circa quindici anni prima, quando comparvero quadri
come immagini devozionali, sabbia dorata intravista dalle
persiane semichiuse di una casa davanti al mare. L’ultimo
mare, dipinto tra il 1981 e il 1983, ed esposto poi con grande
successo alla Biennale del 1988, è un punto di arrivo, e di
transito, non prescindibile. Vi si racconta, senza racconto ma
con la sola forza della poesia, la concentrazione assoluta
sull’azzurro, sulla luce che tutto quell’azzurro nutre. Tutto quello che lo circonda a Roma lo interessa poco, la
contestazione studentesca con i giovani vestiti con giacconi
di pelle di Valle Giulia a Roma, di Milano o di Torino lo
vedono spettatore disincantato. La verità esistenziale abita
altri luoghi, la conoscenza e la bellezza s'incontrano per
altri sentieri. Il nodo contraddittorio della contemporaneità
è avvertito nella preoccu-pante frattura tra uomo e natura,
nella velocità, attributo apparente del progresso, della
"crescita", fattore quest'ultimo preminente degli obiettivi
politici dell'Occidente. Per Guccione è l'inizio di un ritorno
nel suo Sud, per riconquistare e chiarire emozioni
dell'infanzia, verificarle con gli strumenti del mestiere di
pittore. Spesso oggi ricorda quando bambino scopre il mare di
Donnalucata, non appena, uscendo dalla vallata di Scicli, si
parava davanti l'azzurro oltre Donna-lucata, un'epifania di
luce e d'infinito. Gli anni '70 saranno gli anni di Punta
Corvo, con lo sguardo rivolto verso la baia di Sampieri tra
pali e fili di luce elettrica, con l'orizzonte segnato dalle
sagome delle petroliere e il rudere della fornace, una
reinvenzione naturale e pittorica dell'Estaque di Cezanne, con
un'atten-zione parallela a Munch, per vedere le cui opere fa un
viaggio ad Oslo. Cezanne-Munch due poli dialettici della
funzione dell'arte tra oggettività e soggettività, due poli se
possibile da saldare insieme, un traguardo perseguito per
molti decenni negli interni-esterni della sua casa di Cava d'Aliga,
con lo sguardo rivolto agli alberi piantati dentro il
giardino, all'azzurro oltre il muro di cinta. Il procedere
verso i grandi e illimitati spazi del mare e del cielo è
lento. Era partito dal groviglio inconscio; era passato ai
muri fioriti dei giardini, ai riflessi sulle lamiere delle
automobili, ora guarda oltre il muro, alla conquista
dell'azzurro del mare. Si fa strada, sempre di più, l'idea
della funzione della pittura come sintesi di verità e
bellezza, affidando al pastello un ruolo più soggettivo, un
linguaggio d'intervento e di comunicazione immediata che
attraversa emozioni variegate, dalla gioia alla malinconia
davanti ad un ibiscus,o davanti ad un'opera d'arte. Il primo
incontro è con Friedrich, un'emozione provata nel 1976 e che
prenderà corpo con una serie di pastelli tra l''83 e l' '84.
L'ibiscus sarà occasione di un ciclo in cui la vita e la
morte, la seduzione e il disfaci-mento sono resi nel rapido
consumarsi della sua esistenza dalla mattina alla sera. Negli
anni '80 gli oli cominciano a diventare merce rara, mentre
s'infittiscono la serie dei pastelli nei due cicli dedicati al
carrubo, a Friedrich, alla Malinconia delle pietre, alla
interpretazione delle poesie di Giorgio Soavi, di Senso di
Camillo Boito, ai d'apres. A proposito di questi ultimi
scriverà Calvesi: "Nell'accogliere presso di sé una voce del
passato remoto o prossimo, Guccione sa mirabilmente intenderne
gli accenti, ma sa anche confrontarli, ed assimilarli, alle
corde della propria poetica, in un'interpre-tazione tanto
personale quanto fedele ad una verità; giacchè (tanto sembra
potervi cogliere) ogni autentica poetica, in quanto piena e
vissuta esperienza dell'umano, potenzial-mente contiene, e può
quindi ravvisare in sé, l'essenza di ogni altra autentica
poetica".
In pittura sarà un continuo ritorno a quel territorio che
dalla spiaggia passa al mare e al cielo, "una ricerca
pittorica piuttosto semplice che Piero aveva trasformato nella
più difficile delle imprese, perchè voleva mantenere la
materia del cielo per il cielo e la materia dell'acqua per
l'acqua" (Malatesta), con la dominante mare, il " il mare
padre" nota Jean Clair " Padre Mare: il mare è principio di
paternità, il richiamo del mondo in cui vivono gli dei e gli
eroi, al di là delle paludi dell'infanzia posta sotto il segno
della madre, verso lo sfolgorio solare del padre". Non mancano
le inquietudini sottese tra le increspature delle onde
lentamente, anzi lo strazio (Goldin) lungo gli anni Novanta,
con l'immissione della nera plastica dei sacchi di spazzatura
che, nota la Sanvitale, "s'inseriva nel quadro come una piaga
oscena, come un controsenso orribile della pittura che le
stava intorno. Per la prima volta Guccione mira ad annientare
la sua stessa poesia, cioè se stesso, il mondo costruito
sull'enigma della bellezza mescolata all'agonia dei carrubi
feriti, degli insulti alla natura". Questi ultimi anni
lasciano il posto alla serenità, a quell'infinito non
immaginato dietro la siepe leopardiana, ma affrontato
direttamente, con sola protagonista la luna. E' un procedere
verso la scarnificazione, verso quello che è essenziale e
assoluto. Lo individua molto bene Enzo Siciliano nel
presentare questa mostra: " Ciò che gli sta a cuore è il
processo di una solitaria spoliazione dell'immagine che
avviene all'interno del suo sguardo. In alcuni momenti sembra
che per lui resti del mondo soltanto la luce, il barbaglio
immacolato dell'azzurro dove cielo e mare vanno in fusione, o
solo l'ombra, il brivido opaco che stampa a terra come un
lutto il passaggio di una nuvola".
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