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Piero Guccione visto da Paolo Nifosi

(...) Il pittore è solo. Non ha scuole a cui pensare, cui riferirsi. Non ha compagni di strada. La pittura adesso è questa: la tenerezza e la malinconia di uno sguardo che si sa allagato e sprofondato, tenuto anche dritto, teso sulla superficie del mare. Guccione è il pittore di un pudore manifestato fino all’estremo limite, di un’osservanza del confine, del bordo. Lavoro appassionato, frutto di devozione e disciplina, che ha sempre teso all’incontro con la verità, alla sua sperata riproduzione in immagine: «Verità. Parola difficile da pronunciare; certamente sospetta e quindi costantemente rimossa non solo nel mondo dell’arte. L’invenzione della verità, ha scritto Enzo Siciliano: su questo goethiano, lampante connubio si può bruciare una vita intera! Quale verità e come inventarla: ecco il problema di sempre.»E da un primo tempo di solitudine, forse più legata alla riproduzione delle cose, alla loro vivente potenza però di ricordo più che ti descrizione, sono usciti quadri che hanno mostrato come il ritorno di Guccione da Roma alla Sicilia sia stato il frutto ti una necessità interiore. È una stagione che si chiude all’inizio degli armi Ottanta, e che aveva preso l’avvio circa quindici anni prima, quando comparvero quadri come immagini devozionali, sabbia dorata intravista dalle persiane semichiuse di una casa davanti al mare. L’ultimo mare, dipinto tra il 1981 e il 1983, ed esposto poi con grande successo alla Biennale del 1988, è un punto di arrivo, e di transito, non prescindibile. Vi si racconta, senza racconto ma con la sola forza della poesia, la concentrazione assoluta sull’azzurro, sulla luce che tutto quell’azzurro nutre. Tutto quello che lo circonda a Roma lo interessa poco, la contestazione studentesca con i giovani vestiti con giacconi di pelle di Valle Giulia a Roma, di Milano o di Torino lo vedono spettatore disincantato. La verità esistenziale abita altri luoghi, la conoscenza e la bellezza s'incontrano per altri sentieri. Il nodo contraddittorio della contemporaneità è avvertito nella preoccu-pante frattura tra uomo e natura, nella velocità, attributo apparente del progresso, della "crescita", fattore quest'ultimo preminente degli obiettivi politici dell'Occidente. Per Guccione è l'inizio di un ritorno nel suo Sud, per riconquistare e chiarire emozioni dell'infanzia, verificarle con gli strumenti del mestiere di pittore. Spesso oggi ricorda quando bambino scopre il mare di Donnalucata, non appena, uscendo dalla vallata di Scicli, si parava davanti l'azzurro oltre Donna-lucata, un'epifania di luce e d'infinito. Gli anni '70 saranno gli anni di Punta Corvo, con lo sguardo rivolto verso la baia di Sampieri tra pali e fili di luce elettrica, con l'orizzonte segnato dalle sagome delle petroliere e il rudere della fornace, una reinvenzione naturale e pittorica dell'Estaque di Cezanne, con un'atten-zione parallela a Munch, per vedere le cui opere fa un viaggio ad Oslo. Cezanne-Munch due poli dialettici della funzione dell'arte tra oggettività e soggettività, due poli se possibile da saldare insieme, un traguardo perseguito per molti decenni negli interni-esterni della sua casa di Cava d'Aliga, con lo sguardo rivolto agli alberi piantati dentro il giardino, all'azzurro oltre il muro di cinta. Il procedere verso i grandi e illimitati spazi del mare e del cielo è lento. Era partito dal groviglio inconscio; era passato ai muri fioriti dei giardini, ai riflessi sulle lamiere delle automobili, ora guarda oltre il muro, alla conquista dell'azzurro del mare. Si fa strada, sempre di più, l'idea della funzione della pittura come sintesi di verità e bellezza, affidando al pastello un ruolo più soggettivo, un linguaggio d'intervento e di comunicazione immediata che attraversa emozioni variegate, dalla gioia alla malinconia davanti ad un ibiscus,o davanti ad un'opera d'arte. Il primo incontro è con Friedrich, un'emozione provata nel 1976 e che prenderà corpo con una serie di pastelli tra l''83 e l' '84. L'ibiscus sarà occasione di un ciclo in cui la vita e la morte, la seduzione e il disfaci-mento sono resi nel rapido consumarsi della sua esistenza dalla mattina alla sera. Negli anni '80 gli oli cominciano a diventare merce rara, mentre s'infittiscono la serie dei pastelli nei due cicli dedicati al carrubo, a Friedrich, alla Malinconia delle pietre, alla interpretazione delle poesie di Giorgio Soavi, di Senso di Camillo Boito, ai d'apres. A proposito di questi ultimi scriverà Calvesi: "Nell'accogliere presso di sé una voce del passato remoto o prossimo, Guccione sa mirabilmente intenderne gli accenti, ma sa anche confrontarli, ed assimilarli, alle corde della propria poetica, in un'interpre-tazione tanto personale quanto fedele ad una verità; giacchè (tanto sembra potervi cogliere) ogni autentica poetica, in quanto piena e vissuta esperienza dell'umano, potenzial-mente contiene, e può quindi ravvisare in sé, l'essenza di ogni altra autentica poetica". In pittura sarà un continuo ritorno a quel territorio che dalla spiaggia passa al mare e al cielo, "una ricerca pittorica piuttosto semplice che Piero aveva trasformato nella più difficile delle imprese, perchè voleva mantenere la materia del cielo per il cielo e la materia dell'acqua per l'acqua" (Malatesta), con la dominante mare, il " il mare padre" nota Jean Clair " Padre Mare: il mare è principio di paternità, il richiamo del mondo in cui vivono gli dei e gli eroi, al di là delle paludi dell'infanzia posta sotto il segno della madre, verso lo sfolgorio solare del padre". Non mancano le inquietudini sottese tra le increspature delle onde lentamente, anzi lo strazio (Goldin) lungo gli anni Novanta, con l'immissione della nera plastica dei sacchi di spazzatura che, nota la Sanvitale, "s'inseriva nel quadro come una piaga oscena, come un controsenso orribile della pittura che le stava intorno. Per la prima volta Guccione mira ad annientare la sua stessa poesia, cioè se stesso, il mondo costruito sull'enigma della bellezza mescolata all'agonia dei carrubi feriti, degli insulti alla natura". Questi ultimi anni lasciano il posto alla serenità, a quell'infinito non immaginato dietro la siepe leopardiana, ma affrontato direttamente, con sola protagonista la luna. E' un procedere verso la scarnificazione, verso quello che è essenziale e assoluto. Lo individua molto bene Enzo Siciliano nel presentare questa mostra: " Ciò che gli sta a cuore è il processo di una solitaria spoliazione dell'immagine che avviene all'interno del suo sguardo. In alcuni momenti sembra che per lui resti del mondo soltanto la luce, il barbaglio immacolato dell'azzurro dove cielo e mare vanno in fusione, o solo l'ombra, il brivido opaco che stampa a terra come un lutto il passaggio di una nuvola".


"Studio dal Pontormo"
Pastello su carta 24x18


"Amore amore assai lungi volasti
dal petto mio, da Pontormo"
Pastello su carta 16x12


"La Pietà giovanile"
Matita su carta 28x20


"Da Velàzquez con passione"
Pastello su carta 23x15,5


"Da Michelangelo: schiavo morente"
Pastello su carta 50x31


"Particolare della scuola di Atene"
Pastello su carta 16x12


"Ritratto di G.Testori"
Grafite su carta 20x12


"Fu la scuola di Atene"
Tecnica mista su carta 150x98


"Da Caravaggio"
Pastello su carta 30x40


"Ritratto di Leonardo Sciascia"
Grafite su carta 21x12.5

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